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PIRENEI
DA PRIMATO
di Luigi Urru
Ho sentito torinesi, fieri frequentatori
delle Alpi, considerarli dall'alto in basso come cugini senza nemmeno
un quartino di sangue blu: non un quattromila, e di ghiacciai appena
appena l'ombra sciolta. È vero, il Pico de Aneto, la vetta più alta
dei Pirenei e l'unica circondata da circhi di nevi perenni, supera di
poco i 3400 metri. È vero, le Alpi sono parecchio più lunghe, anche
molto più larghe, e ben piazzate al centro dell'Europa dove interessano
sei nazioni diverse. I Pirenei, che pure hanno almeno un vanto, quello
dell'origine più antica, sono quasi quasi solo una catena regionale,
sulla cui linea spartiacque passa il confine franco-spagnolo.
La realtà è che non si percorrono i Pirenei in cerca di primati. Loro
hanno altro da offrire. Basta rispolverare il sussidiario delle elementari
per trovare Andorra, in una pagina a parte, in fondo al libro, insieme
a San Marino, Liechtenstein e Città del Vaticano. Basta sfogliare il
volume di epica del ginnasio per imbattersi in Roncisvalle, Carlo Magno,
Rolando e i Saraceni. Basta aprire un quotidiano di luglio alle pagine
sportive per leggere delle fatiche ciclistiche sulle rampe del Tourmalet,
o il bollettino parrocchiale per conoscere le date del prossimo pellegrinaggio
a Lourdes.
I Pirenei sono vicini a noi che siamo delle Alpi più di quanto immaginiamo.
Il formaggio con la crosta nera e la pasta paglierino chiaro sul banco
del mercato di Porta Palazzo è una toma quagliata nelle valli d'Aspe
e d'Ossau. Da quando nel 1992 alcuni lupi provenienti dagli Appennini
sono tornati a colonizzare le Alpi Marittime, gli allevatori, riscoperte
giocoforza antiche tecniche di difesa delle greggi, hanno trovato l'alleato
più adatto nel Patou des Pyrénées, un cane agile e guardingo.
Anche geograficamente, per il turista subalpino, i Pirenei non sono
affatto lontani: settecento chilometri, appena un pomeriggio in treno
e si è a Perpignan, Girona o Pau. La via più diretta in auto passa per
il colle del Monginevro, Briançon, Sisteron e Aix-en-Provence, evitando
poi Marsiglia e attraversando tutta la Camargue.
Montagne d'acque
Lunghi 435 chilometri dal Golfo del Leone a quello di Biscaglia, i Pirenei
sono montagne d'acque tra un mare e un oceano. Contrariamente alle impressioni
d'arsura suscitate dalle immagini del Tour de France trasmesse dalla
tv, nei Pirenei patire la sete è la più remota delle possibilità. Lo
dicono i nomi stessi dei luoghi, non appena si scorra una carta. Le
sorgenti minerali, termali e vulcaniche non si contano, di qua e di
là del confine: Bagnères-de-Bigorre, Ax-les-Thermes, Vernet-les-Bains
e Ornolac-Ussat-les-Bains in Francia, Font Romeu e Caldes de Boi in
Spagna.
Se siete afflitti da disturbi reumatici o respiratori, Dax è il posto
ideale per tornare in salute, a forza di suffumigi con vapori a 64 gradi.
Senonché, forse è un tantino affollato: 57 mila visitatori ogni anno
ne fanno la prima stazione termale transalpina. Non bastasse, a settembre
agli anchilosati si aggiungono gli amanti di balli latini e corride
(credevate che la caccia al toro fosse un divertimento iberico!). E
sono altri sessantamila, tutti insieme in una volta.
Ribes, che si trova sul versante opposto della catena montuosa, ha giustamente
scelto una opposta strategia: se Maometto non va alla montagna, la montagna
va a Maometto. Anziché accattivare gli infermi, Ribes esporta le proprie
acque medicinali. Le tanichette di plastica semitrasparente da cinque
e otto litri con la caratteristica etichetta rossa e blu e il tappo
azzurro hanno invaso i super mercati catalani, fino alla capitale Barcellona.
Gli acquedotti locali, che mai hanno goduto di chiara fama, sono ridotti
alle secche dell'oblio e l'abitudine all'acqua di Ribes ha ormai fatto
dimenticare anche perché sia tanto buona.
Se è vero che chi non è appassionato d'acque lo è di ferrovie, Ribes
merita comunque una visita. Dal paese parte una linea a cremagliera
che sembra godere di un destino più fausto della Sassi-Superga. Inaugurata
nel 1931, supera un dislivello di oltre mille metri in dodici chilometri,
penetrando all'interno della Reserva Nacional de Freser i Setcases.
Costituisce l'unica possibilità di accesso veicolare all'alta valle
e al santuario della Virgen de Nùria, patrona dei pastori pirenaici.
Tornando alle acque, è dagli anni Cinquanta che il governo spagnolo
ha pensato di dare all'eden idrico più alto d'Europa adeguato statuto
di parco naturale nazionale, perdona, Parque Nacional de Aiguestortes
y Lago de Sant Maurici. Un nome che non mente, come non mente il pieghevole
turistico: "El agua està presente en todas partes". Sfido, le acque
storte sono un labirinto acquitrinoso d'alta quota, mezzo già torbiera,
mezzo ancora torrente che serpeggia senza meta per arcadiche radure.
Tutt'intorno, rivoli che diventano cascate, laghi che si trasformano
in stagni. Rane e zanzare.
Andorra e
altri capricci
Riparo per popolazioni cristiane in fuga davanti agli infedeli, per
popolazioni albigesi terrorizzate dai cristiani, per il popolo basco,
per le formazioni antifasciste braccate dalle squadre di un Franco non
ancora generalissimo, i Pirenei comprendono oggi un rifugio per i perseguitati
dal fisco che solo ingiustamente sfigura di fronte alle opportunità
offerte da Monte-Carlo. Ma rispettiamo la storia. Andorra sopravvive
a un'epoca di signorie e principati. Ancora otto anni fa non era uno
stato sovrano, né era rappresentata all'assemblea delle Nazioni Unite:
fin dal 1278 era sottoposta a un regime di tutela congiunta da parte
del conte di Foix (poi del presidente della repubblica francese) e del
vescovo di Llerida.
Nell'ultimo quinquennio la vita degli abitanti di Andorra è profondamente
cambiata, a seguito di grandi operazioni urbanistiche, della costruzione
di impianti idroelettrici e dell'afflusso di folle di turisti motorizzati
che intasano i tornanti che dal Col de Puymorens portano a La Vella.
Trovereste tutto aperto, ma non lasciatevi tentare e non andate ad Andorra
di domenica. I prezzi defiscalizzati sono gli stessi anche di lunedì.
Se intendete investire in qualcosa di più duraturo che un paio di stecche
di sigarette e una bottiglia di aguardiente, il principato di Andorra
fa comunque per voi. Con una combinazione ideale di "stabilità politica,
assoluta libertà sui cambi e totale assenza d'imposizione" - come ha
osservato un noto quotidiano economico - Andorra offre condizioni estremamente
vantaggiose per società per azioni con capitale minimo di cinque milioni
di pesetas (circa cinquanta milioni di lire). Occorre pensarci per tempo,
diciamo appena raggiunta la maggiore età, perché il governo andorrano
non si è ancora deciso ad abolire l'unica condizione capestro, la residenza
nel principato da almeno vent'anni. Per i più cocciuti, comunque, esiste
la possibilità di aggirare la questione appoggiandosi o a indigeni compiacenti
o a società offshore con sede a Cipro (con la quale Andorra ha rapporti
privilegiati).
Del resto Andorra non è l'unico capriccio amministrativo in terra pirenaica
né la sola sopravvivenza scampata a eserciti e ribaltamenti di fronte.
Il Trattato dei Pirenei del 1659 stabilì la cessione alla Francia di
trentatré paesi della Cerdanya catalana. Ma Llivia, che pur era circondata
da territori ceduti, continuò a dichiararsi spagnola, perché godeva
del gonfalone di città: ancora oggi è un'enclave spagnola in terra francese,
a sei chilometri dalla linea di confine sullo spartiacque. Il centro
storico conserva una delle più antiche farmacie d'Europa, con vasi e
attrezzi di bottega di epoca medievale.
Degli altri trentatré paesi che allora passarono di bandiera, uno non
ha mai smesso di vagheggiare il ritorno alla Catalogna e i conti in
rosso hanno infine dato la stura ai sentimenti irredentisti. Gli amministratori
di Eyne, centoventi abitanti e venti chilometri dal confine, cercano
invano da trent'anni di fare decollare il turismo. I debiti contratti
per la costruzione delle piste da sci non sono mai stati saldati e il
decentramento amministrativo varato in Francia agli inizi degli anni
Ottanta ha lasciato tutto il peso degli interessi sulle spalle dei contribuenti
locali. Il sindaco ha scritto a Chirac, non ha ottenuto risposta e ora
minaccia la secessione. Ha fondato il Partit per Catalunya e chiede
che il suo comune sia ceduto alla Spagna. Dall'altro lato dei Pirenei
il Partit per la Indipendencia de Catalunya soffia sul fuoco, promettendo
di prendersi Eyne e tutti i suoi debiti pur di riunificare i Païses
Catalans, come esistevano prima del trattato del 1659.
Il lombardo
catalano
"Di qui sono passati i lumbard", scherza la mia compagna di viaggio,
quando sappiamo delle minacce di secessione. Aveva ragione. E che lombardi!
La Padania non era ancora stata inventata e le ampolle al dio Po non
esistevano neanche nelle barzellette, quando loro - i lombardi, per
dire maestranze principalmente dal Nord della penisola italiana - costruivano
chiese di pietra nella regione tra Ripoll e Llavorsi. Dal mille al milletrecento
queste valli pirenaiche sfuggivano alla conquista araba e si nutrivano
invece degli influssi nostrani, complici gli italici pellegrini che
marciavano alla volta di Santiago di Compostella e i benedettini che
fondavano nuovi monasteri.
Proprio a Ripoll passò per secoli il confine tra cristianità e umma
islamica, un confine che fungeva anche da linea di convergenza. La biblioteca
del monastero era una delle più ricche dell'epoca, celebre non tanto
per i testi di teologia, quanto per la collezione di volumi di scienza
araba e di opere di autori pagani come Plutarco e Virgilio. Personaggi
che fecero la storia d'Europa si riunivano qui a studiare, scrivere,
discutere. Come Gerbert, monaco di Aurillac, che a Ripoll s'impratichì
di musica e di matematica, prima di essere nominato papa con il nome
di Silvestro II. Di quel periodo, o meglio, di quanto scampò a un successivo
terremoto, rimangono oggi il chiostro e la chiesa di Santa Maria, a
cinque navate e sette absidi. Il portale è istoriato con scene dai libri
dell'Apocalisse, dell'Esodo e dei Re.
Quasi ogni paesino della zona vanta un tesoro del romanico catalano.
Le guide turistiche raccomandano unanimi la vall de Boì con chiese mirabili
"per la purezza architettonica delle linee e gli affreschi" (in realtà
oggi quasi tutti trasferiti al Museu Nacional d'Art de Catalunya a Barcellona).
Vale la pena, tuttavia, tentare la sorte e dirigersi anche verso altre
mete.
Nella val Fosca, per esempio, a nord di Temp, con chiese romaniche a
Torre de Cabdella, Espui e Cabdella. Oppure a Moll, sotto il colle d'Ares,
dove la chiesa s'incastona in paesaggi, appunto, molli. O a Beget, dove
ben visibili sono nell'abside le lesene, note in castigliano come "bandas
lombardas". O ancora a Coll de Nargò con un Sant Climent a navata centrale
superbo per la sua semplicità. Per non dire poi di Sant Joan de les
Abadesses, altra sede benedettina e luogo di un presunto miracolo stile
statua del Cristo che piange. O infine a Cardona, cittadella fortificata
su uno sperone roccioso. Nella cripta della collegiata de Sant Vicenç
sono state girate alcune scene di Campane a mezzanotte di Orson Welles.
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