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settembre/ottobre 2001

 
 
 
 

 


LA BANDA BASSOTTI COLPISCE ANCORA

di Sergio Capelli

Si potrebbe pensare che è tutta colpa di James Dean. E di Marlon Brando, di tutti gli Arthur Fonzarelli e di tutti gli pseudo-motociclisti da battaglia e bulletti di periferia che il piccolo e il grande schermo ci hanno propinato (e ci propinano ancor oggi). Già, modelli culturali "devianti" e "sbagliati" che esercitano sulle candide menti dei nostri adolescenti un'influenza nefasta. Bande di guappi che infestano periferie, e che da qualche anno a questa parte sembravano sparite, sono in realtà tornate in auge negli ultimi mesi, quando le denunce di alcune vittime hanno portato alla luce l'esistenza di gang formate da adolescenti che brutalizzavano i coetanei per rubar loro oggetti e accessori "trendy".
In realtà i vari Dean, Brando e Fonzarelli non c'entrano un granché: alla loro ribellione generazionale e culturale si è sostituita la caccia al gadget di moda. Ad ogni costo.
L'allarme è nato a Milano: un gruppo di ragazzini residenti in un quartiere periferico della metropoli lombarda rapinano due coetanei durante la corsa in metropolitana che li sta portando verso il centro città. Bottino del "colpo": un paio di scarpe e un cellulare. Ma il caso non è isolato: succede a Roma, in altre zone di Milano e le baby-gang aggiungono colpi a colpi. Insomma la voglia di possedere gadget very cool è più forte del rispetto delle altre persone e della giustizia.
Ma proviamo a vedere cosa succede a Torino. Ci infiliamo (con grande sollievo, vista l'aria condizionata sparata a mille) in un grande centro commerciale cittadino. Di gente ce n'è sempre molta e, specie in tempo di ferie, ci sono soprattutto molti giovanissimi. Tutti esibiscono accessori all'ultimo grido: dalle scarpe superammortizzate dai colori shock e dalle forme più disparate, ai cellulari dalle cover multicolori e dalle suonerie più svariate; dalle magliette di ogni foggia alle pettinature sempre più punteggianti. Proviamo ad avvicinarli e a chiedere loro se sono a conoscenza di borseggi o furti fra i loro coetanei. Superata la diffidenza iniziale (d'altra parte il mio cellulare sembra un mattone e probabilmente i miei sandali non vanno d'accordo con le loro super-scarpe), iniziamo a chiacchierare. "Inutile fare gli gnorri: la gente che frega c'è. E più il posto è frequentato, più questi avvoltoi svolazzano - ci dice in maniera molto colorita Pietro, 15 anni -. Ma io per comprarmi questo cellulare ho lavorato in una gelateria per tre mesi e non glielo lascerei nemmeno se mi ammazzano". Le tecniche, concordano i ragazzi, sono svariate: si va dal borseggio alla violenza (minacciata o effettiva). "A me non è mai successo - premette Marco - ma so di uno che è stato portato in un bagno e gli hanno preso felpa, scarpe e cellulare. E in più si è pure preso due schiaffi". "A me invece hanno rubato il cellu mentre stavo chiacchierando con degli amici. Mi hanno aperto lo zaino e se lo sono preso. Me ne sono accorto un bel po' dopo". "Io stavo telefonando. Mi hanno visto, si sono avvicinati e, quando ho smesso di telefonare, me lo hanno strappato di mano. Così hanno anche potuto scegliere il modello che più gli piaceva: insomma prima hanno guardato se il mio telefonino poteva andargli bene, poi me l'hanno preso". In realtà a parlare con questi ragazzini sembra di viaggiare sul confine fra realtà e leggenda metropolitana.
Ma la realtà che emerge dai dati ISTAT interforze confermano l'esistenza del fenomeno: nel 1999 in Italia sono stati compiuti 1.480.775 furti, di cui 165.715 borseggi e 33.435 scippi.
I dati piemontesi confermano le proporzioni, anche se sembra che in terra subalpina gli scippi siano meno di moda che altrove: 125.242 furti, di cui 14.278 borseggi e 1.449 scippi. "Comunque - ci dice Pietro - l'importante è sapere dove andare, chi tenere d'occhio e, soprattutto, non perdere mai di vista lo zaino". Chiediamo a Pietro di dirci di più. "Ci sono posti dove sai che troverai di sicuro qualcuno che è lì per rubare. Questo non significa che sai che cercheranno di sicuro di rapinarti o borseggiarti. Solo che sai che lì il rischio c'è più che altrove. Ovunque ci sia ressa e giovani che si incontrano ci sono gli avvoltoi in attesa di una dimenticanza, di una distrazione, o di qualcuno che rimanga isolato. I centri commerciali come questi sono un esempio di posto a rischio, nonostante in molti esista un servizio di sicurezza e di vigilanza. E poi i cinema, le sale giochi, gli autobus nelle ore di punta. Ovunque ci possa essere un po' di casino".
Insomma, inutile negarlo: ovunque è possibile trovare il malintenzionato, ma in alcuni posti è molto più facile che ciò accada. Ed è proprio in queste situazioni che converrebbe assumere comportamenti "sicuri", o che perlomeno riducano al minimo il rischio di sgradite sorprese. Per sapere quali siano, oltre a usare il buon senso, è possibile consultare il sito della Polizia di Stato, www.questura.it, che, nella sezione dedicata ai cittadini, propone molti consigli in relazione ad alcune situazioni in cui tutti, prima o poi, potrebbero trovarsi. Ma torniamo ai nostri amici. Marco è scivolato nel fatalismo: "I consigli servono, ma se ti capita, ti capita. In quell'occasione, allora, è meglio evitare di fare gli eroi. Alla fine si tratta di qualche banconota, meglio non farsi gonfiare di botte". Chiediamo a Marco del suo amico, quello trascinato in un bagno, derubato e malmenato. "Alla fine non ha sporto nemmeno denuncia: è tornato a casa a piedi nudi e si è tenuto i suoi schiaffoni".
Uno dei consigli è, comunque, quello di sporgere denuncia: è una rottura di scatole in alcuni casi ("tanto il cellulare non me lo ritrovano" dice Pietro), ma se anche non restituirà ciò che è stato tolto e se anche sarà contro ignoti, comunque potrà aiutare le autorità a focalizzare un fenomeno per poi intervenire, evitando altri furti e borseggi.

 

 Progetto riparazione
Siamo abituati a credere che il decorso naturale di un'azione delinquenziale sia inevitabilmente un'azione penale (ovvero un processo). Certo, molto spesso è così, ma non sempre. Proprio Torino è una dei centri nazionali della mediazione e ad oggi, con Milano, Trento, Roma e Bari rappresenta il polo di riferimento. Il progetto torinese è nato in fase sperimentale nel gennaio del 1995 su iniziativa della magistratura minorile, ma è nel febbraio del 1999 che, con la firma del Protocollo di Intesa sottoscritto dai promotori della sperimentazione (Regione Piemonte, Centro Giustizia Minorile per il Piemonte e la Valle d'Aosta, Comune di Torino, Tribunale per i Minorenni di Torino e la Procura presso Il T.M.), viene ufficializzato il "Progetto Riparazione".
Intuitivamente sembrerebbe facile capire di cosa si tratti; noi ne parliamo con Giovanni Ghibaudi, Coordinatore del Centro Mediazione Penale. "Innanzitutto noi ci occupiamo esclusivamente di minori e di reati "ascrivibili a querela", ovvero quelli che comportano una pena, in caso di condanna, normalmente inferiore ai tre anni. Il nostro obiettivo è quello di aiutare i due attori del conflitto che scaturisce dal reato a riallacciare i fili di una relazione interrottasi, nel caso si tratti di persone che si conoscono, o di avviarne una nuova nel caso di persone che non si conoscevano, a partire da una diversa visione del reato che ne comprenda il valore umano. Il tutto al di fuori del procedimento penale". Un vantaggio sicuramente per l'indagato, ma anche per la vittima del reato. "In effetti, presso le nostre strutture - ci racconta Ghibaudi - le vittime trovano uno spazio di ascolto, uno spazio dove esprimere le proprie aspettative, le proprie emozioni, i propri vissuti. Spazio che, nel decorso "normale" del procedimento penale minorile, non hanno assolutamente. Anzi, fatta eccezione per il momento della denuncia e dell'interrogatorio in Procura, le vittime in seguito non hanno voce: possono sì partecipare al processo, ma non possono che assistere passivamente alle decisioni dei giudici, che spesso non corrispondono alle loro aspettative".
Il modus operandi del centro è molto semplice: la Procura segnala un caso, gli operatori convocano le due parti in causa che, se accettano (la mediazione richiede la libera adesione della vittima e dell'indagato), procederanno inizialmente a colloqui individuali per poi arrivare ad un faccia a faccia fra le parti. Alla Procura viene riferito se l'esito della mediazione è positivo o negativo, la qual cosa non comporta nessun automatismo sul versante del processo. I risultati ottenuti sono molto buoni: difficilmente si ha a che fare con soggetti recidivi e assai raramente si opera più volte con lo stesso ragazzo.
Dopo un breve periodo di assestamento e messa a regime, oggi il centro riceve una media di 5-6 segnalazioni a settimana, il che prefigura una media di circa 200/250 interventi in un anno.
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