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Anche se non tutti
se ne sono accorti, è in atto una rivoluzione; e allora, per farla franca
e scampare alla ghigliottina dell'esclusione sociale
MEGLIO UNA
TESTA BEN FATTA CHE BEN PIENA
di Fabrizio
Pezzana
Globalizzazzione ed
Internet, Euro e nuove professioni, accelerazione dei tempi e multimedialità:
sono queste le rivoluzioni con le quali dobbiamo fare i conti sul lavoro,
nella scuola, nel tempo libero: accettandole, respingendole, utilizzandole
criticamente; ma, di fronte a tutto questo, capita talvolta di pensare:
"cosa abbiamo fatto di male per meritarci tutto ciò?"
Tre milioni
di passi indietro
Per comprendere come siamo arrivati a questo punto occorre fare un passo,
anzi all'incirca tre milioni di passi indietro, giusto il tempo che
ci separa da quando l'ultima scimmia (o il primo uomo, o donna, che
dir si voglia) decise di scendere dall'albero e partire alla conquista
del mondo. Se quell'animale avesse potuto ragionare, si sarebbe trovato
di fronte ad un problema: come scamparla in un mondo popolato di predatori?
La risposta, improvvisata lì per lì, ma convalidata da migliaia di anni
di evoluzione, fu lo sviluppo della corteccia cerebrale, la parte del
sistema nervoso in cui si immagazzinano le esperienze e si associano
le memorie per creare vantaggiosi confronti con le situazioni precedenti.
La capacità di pensiero, associata al linguaggio, permise e permette
tuttora di tramandare gli apprendimenti di generazione in generazione,
senza dover ogni volta ricominciare da capo. In fondo, il cervello di
un bambino che nasce oggi non è così diverso da quello di un bambino
dell'età della pietra: è l'apprendimento a fargli risalire rapidamente
il corso dei secoli e a farlo diventare un uomo del suo tempo, capace
di guidare un'astronave, di programmare un computer, o semplicemente
di vivere una vita serena e felice in equilibrio con la propria epoca
storica.
Il futuro prossimo
venturo
Già, ma che dire del futuro che ci stiamo apprestando a vivere? Si calcola
che l'ottanta per cento dei bambini che cominciano ora la scuola elementare,
tra quindici-venti anni, quando saranno adulti, svolgeranno lavori basati
su tecnologie che oggi non esistono ancora; dunque molte delle odierne
tecnologie che, bene o male, ma sempre con fatica, abbiamo imparato
a gestire sono destinate a diventare obsolete in breve tempo. Questa
frenetica corsa verso l'innovazione ci disorienta, ci fa sentire inadeguati,
superati. Sono evidenti i limiti di "una testa ben piena", una testa
nella quale, in lunghi anni di scuola, sono stati affastellati, senza
un principio di selezione o di organizzazione che dia loro un senso,
il coseno e il Polo Sud, il Rinascimento ed il relativismo.
"Storicamente siamo stati educati ad un apprendimento che non partiva
dalla persona ma si strutturava su un sapere codificato in una disciplina",
sostiene Marisa Cortese, Responsabile di Nucleo Pedagogico del Comune
di Torino "attualmente il concetto di apprendimento viene inteso non
tanto come capacità imitativa di riprodurre un sapere, ma come capacità
di lavorare per connessioni, applicando gli elementi della conoscenza
in situazioni ogni volta diverse. Si tratta non tanto di imparare, quanto
piuttosto di imparare ad imparare, rinunciando alla pretesa che un individuo
possa contenere tutta la conoscenza possibile, ma riconoscendo che ci
sono molti punti d'origine della conoscenza, più diffusi e diversificati
sotto molte forme. Allora il problema è passare da una dimensione di
apprendimento di contenuti ad una dimensione di atteggiamento nei confronti
delle modalità con cui ci si apprende". Si tratta insomma di passare
da una testa ben piena ad una testa ben fatta, capace cioè di porsi
domande appropriate, di riconoscere e trattare i problemi emergenti,
di elaborare principi organizzatori che permettano di collegare i saperi
e di dare loro senso.
In questa direzione molto può fare la scuola: a partire dai programmi
didattici del 1955, che indicano come "scopo essenziale della scuola
non tanto quello di impartire un complesso determinato di nozioni, quanto
di comunicare al fanciullo la gioia ed il gusto di imparare e di fare
da sé, perché ne conservi l'abito oltre i confini della scuola, per
tutta la vita", per arrivare ai documenti preparatori della recente
riforma sull'autonomia scolastica: "il quadro dei saperi di base [.
sono] quelle capacità di adattamento e di cambiamento che sono sempre
più richieste dalle trasformazioni in corso in ogni ambito della vita
sociale"; "compito fondamentale della scuola è garantire a chi la frequenta
lo sviluppo di tutte le sue potenzialità e la capacità di orientarsi
nel mondo in cui si vive [.] al fine di raggiungere un equilibrio attivo
e dinamico con esso".
Non solo scuola
Certo, la scuola può fare molto ma non sostituirsi alle persone. Ciò
di cui stiamo parlando non è una riforma programmatica ma paradigmatica,
relativa cioè non alle strutture formative ma agli atteggiamenti mentali
da assumere nei confronti dell'apprendimento, questione che, da studenti,
da lavoratori o semplicemente da cittadini inseriti nella nostra epoca,
ci vede tutti coinvolti. Sostiene Marisa Cortese: "Credo che oggi le
persone che hanno più possibilità di stare nell'evoluzione del mondo
siano quelle che hanno acquisito per motivi ed occasioni diversi la
capacità di affrontare il nuovo, l'imprevisto, di avere uno sguardo
originale sulla realtà, sapendo cogliere l'imprevisto; di saper vedere
con sguardo diverso la stessa cosa indipendentemente dalla formazione
scolastica che hanno scelto".
Non si tratta quindi di scegliere una scuola all'avanguardia o di frequentare
corsi e corsetti che promettono di insegnare a dominare il mondo; si
tratta piuttosto di lavorare intorno ad una sensibilità, ad un protagonismo
nell'apprendimento che tanto assomiglia al vivere a fondo la propria
avventura umana.
Istruzioni
per l'uso
Così, mentre rimandiamo i lettori più interessati alla bibliografia
riportata a fianco, diamo qui qualche piccolo ma utile consiglio per
affrontare l'esperienza dell'imparare ad imparare. Punto primo, l'uomo
è essenzialmente un animale curioso: che si tratti di cacciare un mammut,
di come diavolo vada configurato un hardware, o di come nascono i bambini,
nulla trattiene l'essere umano dall'esercitare il proprio desiderio
di sapere, desiderio che, come visto in precedenza, è strettamente connaturato
alla sopravvivenza stessa. Gli stessi scienziati possono essere pensati
come individui che hanno saputo mantenere le loro curiosità infantili:
"La cosa che più mi meraviglia" sosteneva Einstein "è che, malgrado
tutta la matematica che ho imparato nella scuola, io abbia potuto conservare
l'amore per la matematica". Dunque, riscoprire la nostra curiosità infantile
può senz'altro rappresentare un buon inizio.
Punto secondo, l'apprendimento è anche emozione: sostiene ancora la
dottoressa Cortese: "Io credo che nell'apprendimento la sfera emozionale
giochi esattamente come giocano le intelligenze, le predisposizioni,
le potenzialità della persona; la conoscenza è qualcosa di vivo, di
emotivo; se questa componente passionale viene eliminata, rendendo l'apprendimento
oggettivo, si perde l'aspetto fondamentale della bellezza, dell'estetica
della conoscenza, del piacere di richiamare un'armonia più grande".
Terzo, e per ora ultimo, punto: attenzione ai nostri stili di apprendimento:
siamo sequenziali (dalla prima all'ultima pagina di un testo), o casuali
(saltabeccando di qua e di là mentre cerchiamo di farci un'idea complessiva
della questione)? Siamo astratti (costruendo prima un sistema di pensiero
e passando poi alle applicazioni pratiche) o viceversa concreti, astraendo
dalla prassi un insieme di teorie?
Insomma, è una sfida, una sfida contro noi stessi, contro la barriera
psicologica che ci fa alzare la bandiera della rinuncia e ci impedisce
di realizzare il capolavoro della nostra vita: una testa equilibrata,
armoniosa, ben fatta, una testa che ci assomiglia e della quale andare
fieri.
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