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È
ORA. DI RELIGIONE
di Daniela
Teagno
L'insegnamento della
religione cattolica (irc) nella scuola pubblica italiana non è una novità,
anzi si può dire che è una questione ricorrente, una presenza costante
che si è snodata lungo la storia civile, culturale e politica del nostro
paese, da quasi un secolo e mezzo, a oggi.
I Patti Lateranensi, firmati nel 1929, durante il regime fascista, tra
lo Stato italiano e la Santa Sede, riattualizzano il principio, già
presente nello Statuto albertino, "pel quale la religione cattolica
apostolica e romana è la sola religione dello Stato", estendendo l'irc
dalle elementari alle medie, e di lì a poco anche nelle scuole secondarie.
La situazione resta immutata anche con l'avvento della Repubblica. Solo
negli anni '60 e '70, all'interno di quel vasto processo di trasformazione
e di sviluppo che tocca anche la scuola, comincia a farsi strada la
tesi della necessità della revisione del vecchio Concordato sia in campo
cattolico (l'influsso del Concilio Vaticano II è ancora fresco) sia
negli ambienti della democrazia laica.
Tale percorso si conclude a metà degli anni '80 con la stipulazione
dei nuovi accordi tra Stato e Chiesa, che decretano la fine dalla religione
cattolica come religione di Stato. A proposito dell'irc, si passa da
una obbligatorietà al diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi
di detto insegnamento, che la Repubblica italiana continuerà a garantire
nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado, riconoscendo
il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del
cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano.
L'opposizione
del fronte anticoncordatario
In primo luogo, assicurando nella scuola pubblica un insegnamento non
di "religione", ma di "religione cattolica", lo Stato italiano non fa
che privilegiare una pur importante tradizione culturale e religiosa,
quella cattolica, sulle altre confessioni religiose non cattoliche che
comunque sono presenti, seppur minoritarie, sul territorio nazionale.
Poi, se l'irc fosse una disciplina scolastica a tutti gli effetti e
con una propria dignità culturale, dovrebbe trattarsi di un insegnamento
regolato dalle normali strutture scolastiche, non con programmi e soprattutto
insegnanti catapultati dal di fuori, da un'istituzione esterna alla
scuola, appunto dalla Chiesa Cattolica.
Ma vi è un altro aspetto della questione che rende il diritto di scelta
dell'irc ancora più problematico, ossia l'introduzione della materia
alternativa, che di fatto obbliga i non avvalentesi a scegliere tra
religione cattolica e qualcos'altro, come dire che ad una facoltà si
sostituisce un'opzione, e quindi un obbligo. La Corte Costituzionale
con la sentenza n. 203/89 ha ribaltato la situazione, sostenendo lo
"stato di non-obbligo" per i non avvalentesi, i quali possono scegliere,
accanto alle precedenti, attività didattiche e formative, oppure attività
di studio e/o di ricerca individuali con assistenza di personale docente,
oppure nessuna attività, interpretata, poi, come libera attività di
studio e/o di ricerca senza l'assistenza di insegnanti.
Infine, una nuova sentenza, la n.13/91, della Corte Costituzionale ha
reso possibile anche una quarta possibilità: l'uscita dalla scuola.
E tale è rimasta la situazione, a oggi.
Al di là delle ambiguità giurico-costituzionali, l'irc è richiesto dalla
stragrande maggioranza - più del 90% a livello nazionale - degli studenti
e delle loro famiglie. Una scommessa che la chiesa ha ampiamente vinto:
molto alte sono le cifre di adesione, così come lo sono per i matrimoni
in chiesa, i battesimi, ecc. Tuttavia i valori percentuali cambiano
da regione a regione, da scuola a scuola: a Torino, ad esempio, quasi
i 2/5 degli studenti delle secondarie non usufruiscono di tale insegnamento.
Ma perché ci si avvale o no dell'irc? Cosa ne pensano gli studenti?
Abbiamo chiesto l'opinione di alcuni ragazzi che frequentano le Medie
Superiori, dai licei agli istituti professionali e quelli tecnici industriali
e commerciali.
Perché sì
Le scelte poggiano prioritariamente sul fatto di poter parlare, in classe,
di problematiche attuali, sociali, giovanili: "ho scelto di seguire
l'irc perché appunto non facciamo religione! è tipo un'ora di educazione
civica, parliamo dei problemi della società", "se fosse stato un insegnamento
solo di religione, però non l'avrei scelto, perché come lo facciamo
noi, cioè parlare dei problemi dei giovani e di attualità, a me interessa
abbastanza, mentre se l'insegnante, come ha fatto qualche tempo fa,
parla solo del Testamento e quelle cose lì, allora io mi tiro subito
indietro e vado via perché è un'altra cosa", "al di là che è un'ora
di rilassamento, è un'ora piacevole. Non abbiamo mai fatto un compito
in classe. Il suo scopo è di educare, di far crescere, soprattutto di
abituarci a confrontarci", "penso proprio che il suo scopo sia di far
dire le proprie opinioni, sfogare le proprie idee, tirare fuori tutte
le cose che uno ha dentro", "si discute: riesci a capire le opinioni
anche degli altri, riesci a risolvere certi problemi, non tutti, però
quando sei incerto ti aiuta", "il suo scopo è quello di farci riflettere,
discutere di problemi personali e profondi. L'irc non è importante per
la mia formazione religiosa ma mi aiuta tantissimo. Io aspetto sempre
quest'ora perché è un momento in cui ci si apre. In nessun'altra ora
si entra così nel personale".
Per altri è determinante la fiducia nei confronti dell'insegnante di
religione cattolica (nella maggioranza dei casi si tratta di un laico/a;
di contro sta scomparendo la figura sacerdotale-religiosa): "ho sempre
scelto l'irc perché conoscevo l'insegnante e perché mi piaceva il suo
modo di fare lezione e il suo modo di stare con i ragazzi", "ho scelto
l'irc perché con l'insegnante c'è un buon rapporto e si può parlare
dei nostri problemi".
Una minoranza dichiara un'adesione per fede: "ho scelto l'irc perché
credo", "perché penso che mi aiuti ancora di più ad avere fede".
In sostanza, ci troviamo di fronte ad una scelta legata a personali
aspettative, nel tentativo di trasferire la religione sul piano esistenziale.
Certamente la religiosità giovanile non può essere definita in rapporto
all'istituzione religiosa; concentrarsi sulla Chiesa o sulla religione
di chiesa è fuorviante. Altrettanto certo è che tale scelta non è motivata
da interesse culturale-scolastico-disciplinare: qui il riferimento ad
una conoscenza oggettiva e sistematica del Cattolicesimo, come sancisce
la normativa concordataria, è completamente assente.
E' interessante infine raccogliere anche il giudizio critico di questi
ragazzi coinvolti e soddisfatti dell'irc nei confronti dei compagni
che invece sembrano non partecipare attivamente all'ora in questione:
"i miei compagni sono abbastanza interessati anche se alcuni cercano
di svicolare, sì perché c'è sempre qualcuno a cui non interessa partecipare
ma sta lì perché obbligato dalla famiglia", "i miei compagni: certi
ridono, certi si fanno i compiti per l'ora dopo, qualcuno parla. Non
so, sinceramente, perché abbiano scelto l'irc, qualcuno forse è stato
obbligato dai genitori, ma altri sarebbe meglio se ne restassero fuori",
"fra i miei compagni ci sono poche persone che partecipano attivamente,
gli altri - la maggioranza - non partecipano perché non hanno interesse...
e non sapevano che si poteva uscire!"
Perché no
Per principio, per motivi ideologici: si tratta di una posizione minoritaria,
che rispecchia l'ambiente familiare, sia di coloro che ritengono che
la religione non vada insegnata a scuola, sia di quanti appartengono
a un altro credo e vorrebbero l'insegnamento della propria religione
nella scuola pubblica, così come avviene per i cattolici.
Per disinteresse nei confronti della religione: sono ragazzi che già
dalle medie inferiori hanno rinunciato a seguire tale insegnamento,
svincolandosi dal parere (favorevole invece all'irc) dei genitori.
Per l'esperienza negativa degli anni precedenti: c'è chi si lamenta
dell'irc per l'eccessiva vaghezza e superficialità, chi per il carattere
troppo disciplinare e scolastico.
Sul primo versante, alcuni affermano: "più di tanto non andavi avanti;
quando facevo io religione, si parlava di problemi giovanili, di droga;
io sono arrivato a un punto che tre anni fa il professore ci portava
articoli sui cantanti, sul modo di vestire dei ragazzi, sul modo di
comportarsi", "si parlava del mondo, delle persone, delle varie guerre
e gira e rigira gli argomenti erano sempre gli stessi... cioè i problemi
si sa quelli che sono, è inutile sempre parlarne: ad es. chi si droga
sa che la droga gli fa male, ma se vuole prenderla la prende", "per
me l'irc, come era fatto, non aveva senso e non aveva nessuna incidenza
sui ragazzi: qualche volta il professore, visto che si occupava di gente
bisognosa, di problemi del mondo, portava documenti su queste cose oppure
si preoccupava di organizzare la castagnata o di raccogliere fondi per
gli ospedali e per le varie missioni!".
Sul secondo versante, alcuni ragazzi mettono in discussione la metodologia
dell'insegnamento: "avevamo un insegnante molto chiacchierone: parlava,
parlava... solo lui! Per un periodo ci ha portato delle fotocopie della
Bibbia in latino e in greco e ci faceva la traduzione; oppure un'altra
volta ci aveva portato un discorso di Martini sull'Europa. Con queste
cose non riusciva ad interessarci", "so che nell'altra sezione sono
rimasti in sei a fare religione, gli altri hanno detto no, no perché
avevano un insegnante che faceva fare i compiti a casa e interrogava
proprio duro. Parlare e confrontarsi credo sia una cosa bella, ma studiare
e fare proprio una lezione no: uno non è che ha solo questo da fare!".
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Infinity
Festival
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La
religione e la spiritualità (o la ricerca della stessa) sono spesso
state oggetto e ispiratrici di opere d'arte. E proprio a questi
due temi sarà dedicato Infinity Festival, il primo festival cinematografico
di questo genere in Italia. La manifestazione si svolgerà ad Alba
dal 6 al 13 aprile 2002. "La sede designata per le proiezioni è
la Fondazione Ferrero, ma speriamo di coinvolgere anche dei cinema
locali" dice Noella Barison, dello staff che organizza il Festival.
Si tratterà di una manifestazione consacrata al cinema e alle forme
d'arte che testimoniano il mistero del mondo e dei modi attraverso
i quali l'essere umano cerca il suo posto fra le cose del reale,
per dirla con gli organizzatori.
Il programma sarà fitto "anche se vogliamo fare del nostro Festival
un punto di incontro e di dialogo, dove non si sia costretti a rincorrere
decine di proiezioni giornaliere" continua Noella Barison. Alla
selezione ufficiale, cioè ai film che parteciperanno al concorso,
saranno affiancate delle anteprime, ovvero dei film di grosso richiamo
che possano attingere ad un bacino di pubblico più ampio, una retrospettiva
sulla forma diario e una serie di dialoghi, di incontri e di intersezioni
fra le diverse arti aventi come tema il silenzio. Infine ci sarà
l'evento speciale: i dieci migliori documentaristi olandesi si confronteranno
con i dieci comandamenti biblici.
"Infinity Festival non vuole solo essere una rassegna cinematografica
- continua l'organizzatrice - ma un punto di incontro fra cineasti
e produttori. Proprio per questo abbiamo organizzato anche un workshop
a cui parteciperanno produttori di spessore internazionale".
Il festival sarà presentato durante il Torino Film Festival e ad
Alba il 15 dicembre con una proiezione in anteprima.
Info:
tel-fax 011.8987185,
www.infinityfestival.org
info@infinityfestival.org
Sergio
Capelli
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