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CERCANDO
UN SENSO
La religione, seppur
nelle forme più diverse, è da sempre una costante delle società umane.
Perché? La risposta a questo interrogativo si trova in un'altra costante
non delle società umane ma dell'uomo: la religiosità.
di Roberto
Scalon
Come diceva Georg Simmel,
uno dei padri della sociologia e grande studioso del fenomeno religioso
"[.] non è la religione a creare la religiosità, ma la religiosità a
creare la religione". Vale a dire che la religione esiste ed è sempre
esistita perché l'uomo in quanto tale è ed è sempre stato religioso.
Ma che cosa vuol dire essere religioso, cos'è la religiosità? Essere
religiosi non significa necessariamente essere credenti o appartenere
a una determinata religione piuttosto che a un'altra. Questo è un momento
successivo, che può esserci o non esserci. Si può anche non essere credenti
senza cessare di essere religiosi. Sembra forse un paradosso, ma è questa
la situazione in cui si trova la persona che si mette alla ricerca di
un significato della vita che vada al di là delle cose del mondo, nella
speranza di riuscire a trovarlo.
Religiosità:
ragione ed esperienza del limite
Allora da dove nasce questo desiderio di trascendenza, di superamento
della cose materiali che svaniscono con il tempo, non lasciando più
alcuna traccia di sé? È un sentimento che matura dall'esperienza vissuta
e dalla riflessione razionale, che mettono l'uomo di fronte alla oggettiva
precarietà della propria condizione.
Il sentimento religioso si esprime così inizialmente nella più semplice
e più profonda delle domande che l'individuo può rivolgere a se stesso,
quella sulla propria più intima identità: "chi sono?". Questo interrogativo
rimanda ad altri due quesiti essenziali: quello sull'origine ("da dove
vengo?") e quello sul proprio destino ("dove vado?", "che ne sarà di
me?"). Quando si pone questi interrogativi con onestà intellettuale,
egli si rende conto di non essersi fatto da sé (origine) e di non essere
eterno (destino). In altre parole, con l'aiuto della ragione, matura
la chiara consapevolezza di non essere affatto l'indiscusso padrone
della propria vita: non ha deciso lui di nascere, come non ha deciso
né il quando né il dove. La sua è essenzialmente una condizione di dipendenza
da qualche cosa che è totalmente altro da lui, sia esso un'intelligenza
creatrice oppure il mero caso.
Sorgono allora sempre più pressanti altre domande totali: "qual è il
significato ultimo dell'esistenza?", "perché ci sono il dolore, la morte,
la sofferenza e l'ingiustizia?", "per che cosa, in fondo, vale la pena
vivere?" Sono queste le domande religiose. Religiosa è già la stessa
percezione della normale condizione umana come contemporaneamente naturale
e limitante.
La totalità delle domande va di pari passo con l'esigenza di totalità
nelle risposte. Questa esigenza è la causa del senso di inadeguatezza
e di sproporzione che l'uomo prova dinanzi ad esse: egli, che è stato
l'origine della domanda totale, non riesce ad essere al tempo stesso
l'origine della risposta totale. In questo modo la religiosità, come
esperienza religiosa fondamentale, rappresenta la condizione di possibilità
per sperimentare l'incontro con il mistero in un modo oggettivo, cioè
nella forma di una fede. È soltanto a questo punto che si deve cominciare
a parlare di religione.
Semplificando molto il discorso potremmo quindi dire che la religiosità
è l'ambito da cui scaturiscono le domande totali, mentre la religione
è quello da cui arrivano le risposte adeguate alla portata di quelle
domande. Il termine latino "religio" discende dal verbo "religare".
È un verbo che in qualche modo richiama un'appartenenza (essere legato).
L'uomo veramente religioso è effettivamente colui che riconosce di appartenere
a un Altro e considera questa appartenenza come costitutiva della sua
umanità.
Fede e ragione
L'esperienza del trascendente si gioca essenzialmente sul piano dell'espressività
(la preghiera e la partecipazione ai riti religiosi, la condotta morale,
l'esperienza di vita vissuta alla luce della fede) e dell'interiorità
(la riflessione, la meditazione, la lettura dei testi sacri, spirituali,
teologico-filosofici). Ora, in quest'ambito possono prevalere dinamiche
irrazionali, ma questa non rappresenta l'unica possibilità. Ciò che
si cerca per sottoporre a verifica un'esperienza religiosa non è la
riuscita di un esperimento (come potrebbe essere un rituale magico),
bensì la corrispondenza delle risposte rispetto alle esigenze poste
dalle domande ultime. Si cerca una risposta soddisfacente e ragionevole
al problema dell'esistenza del dolore e della sofferenza, dell'ingiustizia
e della morte.
La verifica è guidata dalla "ragione del cuore". Questa espressione
è usata, anche in ambito teologico e filosofico, per indicare la "capacità
di afferrare la realtà secondo la totalità dei suoi fattori", quindi
non soltanto quelli materiali. L'esperienza religiosa è l'esperienza
di un incontro con Colui che è in sé vero, buono e giusto. È ciò che
fa crescere nella persona la consapevolezza di saper discernere la verità
dalla menzogna, il bene dal male, ciò che è giusto da ciò che non lo
è senza dover utilizzare come criterio di giudizio i propri gusti personali,
le proprie simpatie o le mode culturali, sempre mutevoli, o comunque
tutto quanto scaturisce soltanto dall'uomo, come ad esempio le ideologie
politiche.
Un'esperienza religiosa è autentica quando chi la compie comincia a
mutare i criteri del proprio giudizio sulla vita a sulla realtà. In
che senso? Sostituendo il soggettivismo e l'istintività con la capacità
di uno sguardo oggettivo che gli viene dall'incontro e dal riconoscimento
di un Altro come Signore, maestro di verità, bontà e giustizia. L'uomo
religioso è uno che segue, perché è giunto ad avere la chiara consapevolezza
che la sua vita e il mondo non sono nelle sue mani né in quelle di nessun
altro uomo, bensì, sostanzialmente nelle mani di un Altro. Per il credente
solo Costui può dare senso a quello che siamo e a quanto facciamo. L'uomo
religioso segue il suo dio per conoscerlo e lo vuol conoscere perché
crede fermamente che il proprio bene e la propria felicità coincidano
con il progetto che il suo dio ha su di lui.
Nell'esperienza religiosa, dunque, fede e ragione si sostengono a vicenda.
È proprio sul sodalizio tra queste due dimensioni fondamentali dell'animo
umano che si basa la tradizione millenaria delle religioni secolari,
fatta di carismi anche molto diversi nell'ambito di una stessa religione,
che esprimono però la medesima fede. Un esempio emblematico è quello
dei grandi profeti e dei santi nella tradizione giudaico-cristiana e
anche in quella islamica.
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