
| DNA
sotto controllo
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Sono
partiti a fine Giugno 2000, presso l'università di Parma, corsi
professionali per promuovere i controlli qualitativi su alimenti a rischio
di manipolazione genetica, a cui hanno partecipato circa 90 tecnici di
laboratori pubblici e privati.
Nonostante,
infatti, nel nostro paese il commercio di sementi geneticamente trattati
non sia autorizzata, contaminazioni di questo genere sono state identificate
in varie zone dell'Italia.
Sino ad
oggi su quasi mille laboratori preposti alle analisi chimico-fisiche dei
cibi, solo una cinquantina possiede gli strumenti adatti per una ricerca
di tipo genetico molecolare in grado di rilevare tali inquinamenti.
I corsi
dunque garantiranno un migliore controllo alimentare grazie alla formazione
di figure professionali specializzate nell'utilizzo di una tecnica specifica
di biologia molecolare chiamata PCR. Si tratta di una reazione di amplificazione
di tratti del genoma (DNA) del prodotto incriminato che viene confrontato
con un campione sano.
F. C. |
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OGM,
UNA QUESTIONE DI ECONOMIA
di Pier Luigi Salza
È
doveroso premettere che il dibattito sugli Organismi Geneticamente Modificati
(OGM) ha acquistato improvvisa popolarità grazie alla mobilitazione
organizzata da decine di associazioni e parti consistenti della società
civile contro la mostra-mercato TEBIO svoltasi a Genova il 24-26
maggio. La contromanifestazione, denominata MOBILITEBIO, si richiamava
alle precedenti esperienze di Seattle e Davos contro la Globalizzazione
e l'Organizzazione Mondiale del Commercio e ha radunato nel capoluogo ligure
migliaia di persone, contribuendo a far uscire allo scoperto un tema su
cui non c'è mai stata molta chiarezza: era roba riservata ai tecnici.
Certo se, quando ci sediamo a tavola,
venissimo continuamente tormentati da dubbi circa gli effetti sulla salute
di quel che ingeriamo e sugli effetti che il processo di produzione e trasporto
degli alimenti possono avere sull'ambiente o su altri uomini, consumare
i pasti si trasformerebbe da pacifica e gratificante esperienza corporale
a una sorta di frustrante conflitto mentale. Tuttavia, qualche pensiero
a quel che c'è dietro e dentro a ciò che mangiamo ogni tanto
è bene dedicarlo. Anche solo per saperne un po' di più su
come va il mondo e, all'occorrenza, difendersene e cercare di cambiare
qualcosa.
Andiamo per esempio a leggere qua
e là tra le righe di qualche resoconto, articolo o avvenimento che
ha riguardato recentemente il tema degli OGM, per conoscere dati e individuare
cause e effetti relativi all'introduzione di queste tecnologie. Scopriremo,
tanto per non smentire le premesse del nuovo (secolo) che avanza, che il
nocciolo della questione è "banalmente" di tipo economico, cioè
"business".
Il mercato
delle biotecnologie
Osservando i dati, veniamo intanto
a sapere che il mercato delle biotecnologie (in gergo biotech) nel settore
agricolo si è evoluto con grande rapidità in pochi anni,
passando dai 2.8 milioni di ettari coltivati a biotech nel '96 ai 60-80
milioni di ettari previsti per quest'anno, il 78% dei quali concentrati
nel Nord America. A livello mondiale, sul totale della superficie utilizzata
per colture transgeniche, troviamo il 49% di soia, il 28% di mais, l'8%
di colza e il 5% di tabacco.
La mostra di Genova dichiarava di
voler "offrire un'opportunità d'incontro alle aziende che operano
nel settore e stimolare la nascita di nuova impresa". Essa puntava a diffondere
l'idea che gli affari in questo settore stiano sviluppandosi liberamente.
Consideriamo invece i seguenti numeri: le prime 10 industrie agrochimiche
mondiali controllano l'81% dell'intero settore agricolo; le industrie leader
delle scienze della vita controllano il 37 % della compravendita globale
dei semi; le prime 10 industrie farmaceutiche del mondo controllano il
47% del settore farmaceutico. In testa alla lista ci sono 10 compagnie
alimentari internazionali che producono OGM, e le principali sono: MONSANTO,
NOVARTIS,
DOW,
ELANCO,
DU
PONT, AGREVO. Come si può capire, il mercato è
fortemente condizionato da poche, grandi imprese multinazionali, biotecnologiche
e farmaceutiche, che concentrano nelle proprie mani un nuovo enorme potere.
Altro che libero mercato!
La brevettabilità
Cominciamo così a comprendere
che la posta in gioco non è costituita soltanto dagli eventuali
rischi, reali o potenziali, derivanti dalla diffusione incontrollata e
dal consumo di alimenti contenenti ingredienti modificati geneticamente.
Forse il problema maggiore riguarda l'utilizzo corretto delle conoscenze
genetiche nei confronti di tutta la collettività umana. Contrario
a questo principio appare invece l'uso monopolistico di queste conoscenze
reso possibile dai brevetti, con l'esclusivo fine del profitto. La concessione
dei brevetti sui geni (nel mondo i brevetti biotech sono già 45.000!)
è allora il punto fondamentale attorno a cui ruota la questione
degli OGM, quello che suscita le maggiori perplessità e gli interrogativi
più inquietanti. Ne proponiamo soltanto due. Intanto, è legittimo
essere proprietari dei geni, che non sono invenzioni in quanto appartengono
alla natura e sono quindi da considerare patrimonio comune dell'umanità?
E poi, è tollerabile che siano poche multinazionali a poter disporre,
a proprio beneficio, della conoscenza riguardo alla materia vivente, attraverso
il brevetto? Sembrerebbe ovvio a questo punto che la risposta non possa
essere lasciata ai "tecnici", ma debba chiamare in causa la politica in
senso ampio, e quindi la società.
OGM a beneficio
di chi?
Mentre sono evidenti gli interessi
economici privati che spingono le multinazionali a investire in questo
settore, assai meno chiari sono i vantaggi per la collettività.
Prendiamo ad esempio l'affermazione
secondo cui le biotecnologie possono contribuire a risolvere il problema
della fame nel mondo. Sappiamo che la questione è di grande attualità
perché, mentre la popolazione mondiale cresce annualmente di circa
90 milioni di persone, la produzione alimentare mondiale cresce più
lentamente. Il beneficio apportato dalle biotecnologie alla soluzione del
problema è, però, almeno utopistico.
In primo luogo, il fenomeno della
fame è l'impossibilità alla pura sussistenza, e non va confuso
con quello del mancato "sviluppo" dei paesi (perennemente) "in via di sviluppo";
esso non è conseguenza di una presunta deficienza tecnologica, ma
è invece frutto della diseguaglianza nell'accesso alle risorse,
dal momento che il 20% della popolazione mondiale usa l'80% delle risorse
del pianeta.
In secondo luogo, le biotecnologie
producono, tra l'altro, semi resistenti agli erbicidi e anche semi sterili
(i cosiddetti terminator), le cui piante, cioè, generano semi non
coltivabili. In tal caso, i contadini non possono ricavare dalle proprie
coltivazioni i semi per le colture dell'anno successivo, come accade in
natura, ma sono costretti a ricomprarli dalle aziende, spendendo così
l'eventuale maggiore ricavato ottenuto dalla prima coltivazione. In tal
modo, quindi, l'economia agricola dei Paesi più poveri sarebbe costretta
a dipendere sempre più dai Paesi ricchi.
Come esempio di "vantaggio" per
gli agricoltori viene poi citato quello di poter usare liberamente gli
erbicidi. Quasi sempre si tratta di prodotti forniti dalla stessa multinazionale
che fornisce le sementi ad essi resistenti. Ma, oltre al rischio che comporta
l'abuso di reagenti chimici, la resa ottenuta non sempre supera quella
delle coltivazioni naturali, anzi, a volte ne è leggermente inferiore.
Quanto agli altri svantaggi, van
citati gli effetti della diffusione di monocolture di organismi geneticamente
modificati sulla diversità biologica delle specie del pianeta (biodiversità),
che è già in rapida diminuzione (ogni anno scompaiono 27.000
specie viventi), senza contare che la vasta introduzione di monocolture
si traduce nella perdita di quelle tradizioni locali che formano l'identità
dei popoli, contribuendo ad aumentare il dominio non solo economico ma
anche sociale del Nord sul Sud del mondo.
Per quanto concerne il consumatore,
nell'Unione Europea, dall'aprile scorso, la quantità di elemento
transgenico necessaria affinché si debba dichiararlo nell'etichetta
del prodotto deve superare l'1%. Riguardo alla provenienza la normativa
si limita a renderne obbligatoria l'indicazione solo "se la mancanza può
trarre in inganno il consumatore". Il quale è dunque l'ultimo anello
di una catena in cui, a ben guardare, alcuni, pochi e forti, ci guadagnano
e altri, tanti e deboli, sicuramente non ci guadagnano e molto probabilmente
ci perdono.
La giungla
delle regole
Un legittimo interrogativo può
sorgere, a questo punto, riguardo alle regole che governano l'uso delle
biotecnologie oggi. Non è semplice riassumere il ventaglio di accordi
internazionali e di leggi nazionali, non di rado tra loro in contraddizione,
che dovrebbero valutare la sicurezza e regolare la brevettabilità
e la commerciabilità degli OGM. Può essere comunque utile
scorrere rapidamente alcune informazioni in merito.
Sulla questione dei diritti di proprietà
intellettuale, negoziati internazionali durati alcuni anni hanno portato,
all'interno dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, ad un accordo,
il quale stabilisce che è brevettabile tutto quanto rappresenta
un'invenzione. Cosa si debba intendere per "invenzione" non è stato
però definito in modo univoco. Per quanto riguarda le biotecnologie,
la soluzione provvisoria concordata esclude che piante e animali ed i processi
biologici per ottenerli siano brevettabili. Ma le legislazioni dei singoli
paesi non sempre si sono attenute a questo accordo: Stati Uniti ed Unione
Europea, con un circolo vizioso, ammettono la brevettabilità della
materia vivente quando questa può essere considerata... "un'invenzione".
Riguardo alla valutazione dei rischi
che gli organismi transgenici possono comportare sotto gli aspetti della
salute, della biodiversità e dell'indipendenza degli agricoltori,
la conferenza di Rio ha proposto, in mancanza di sufficienti dati scientifici,
l'adozione del principio di precauzione. Che significa: se sussiste qualche
dubbio meglio evitare di produrre e consumare un certo elemento. Ma l'attuazione
di tale principio è stata molto ritardata. Soltanto il recente trattato
di Montreal (gennaio 2000) ne stabilisce l'applicazione, riconoscendo alle
autorità nazionali il diritto di bloccare l'ingresso degli OGM agli
scaffali dei propri magazzini. Ma il trattato ammette, allo stesso tempo,
che ogni divieto di importazione possa essere contestato dai produttori.
Quanto alle legislazioni nazionali in proposito, vediamo che negli Stati
Uniti la Food and Drug Administration si accontenta delle informazioni
e dei dati forniti dagli stessi gruppi industriali, mentre nell'Unione
Europea già dal '93 la produzione di OGM vegetali è consentita,
ma solo a titolo di sperimentazione.
A proposito, infine, della commerciabilità
degli OGM, ben nove varietà alimentari geneticamente modificate
sono di fatto vendute oggi nell'Unione Europea, senza essere mai state
esplicitamente autorizzate. Ciò è stato possibile facendo
valere come "autorizzazione" un atto di notifica fornito dagli stessi produttori.
Nella sostanza, con questo atto viene fatta passare un'interpretazione
del tutto arbitraria del principio di sostanziale equivalenza, in base
alla quale i nove OGM sarebbero equivalenti, dal punto di vista nutrizionale
e dell'uso, ad analoghi prodotti o ingredienti alimentari esistenti. Se
le multinazionali riescono a convincere le "autorità competenti"
che i nuovi organismi OGM sono equivalenti a quelli già esistenti,
le autorizzazioni al commercio sono praticamente automatiche. Nel frattempo,
le massicce sperimentazioni (l'Italia, con 250 campi sperimentali, è
la seconda nel continente) rischiano di diffondere in modo incontrollato
gli OGM, tanto che ormai si valuta che più del 15% del mais europeo
possa contenere semi geneticamente modificati.
In Italia, il Consiglio Superiore
della Sanità, con il "pronunciamento" del 16 dicembre 1999, riconosce
sette delle nove varietà alimentari in questione non adatte alla
commercializzazione. Per la sospensione dalla vendita si sono già
espressi il ministri dell'ambiente e della sanità, ma mancano a
tutt'oggi le firme dei ministri dell'industria, dell'agricoltura e delle
politiche comunitarie, cui spetta la responsabilità di sottoscrivere
l'ordinanza.
La recente proposta della Commissione
Europea di porre fine alla moratoria sulla vendita degli OGM ha dato un
forte impulso ufficiale al dibattito tra governi, organizzazioni non governative
e semplici cittadini. |