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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 05/2000 | ||
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UN
MONDO BIOTECH
Gli OGM - Organismi Geneticamente Modificati - sono ormai una realtà. C'è poco da fare. Sembra addirittura che in Europa alcune varietà alimentari innaturali siano presenti sul mercato senza autorizzazioni. Senza dimenticare che il nostro è uno dei paesi europei maggiormente attivi nelle sperimentazioni agricole e a livello mondiale sono già 45.000 i brevetti depositati nell'ambito del "biotech". Quindi è chiaro come l'economia e la scienza abbiano imboccato una certa direzione e forse proprio per questo sale l'allarme. L'opinione pubblica mondiale ha sentimenti contrastanti e mediamente confusi. I toni della discussione salgono e la dimostrazione è data dagli scontri di piazza a Genova come a Vancouver. La discussione sugli OGM sembra quindi avere una serie di caratteristiche chiare e già definite e che si possono riassumere in due grandi tronconi. Vediamoli brevemente per cercare di partire da alcuni elementi. di Dario Destefanis Vi sono coloro che vedono in questa nuova possibilità solo buone novelle - risparmi per le aziende, costi minori per i consumatori -, e anche la soluzione dei problemi alimentari dei paesi più poveri con colture più resistenti al caldo, al freddo, agli insetti ecc. I positivi, chiamiamoli così, sostengono che i rischi siano pochi, e comunque calcolati, ed i benefici molto alti. Le multinazionali, che hanno il mondo come mercato, vedono in questa nuova scienza grandi possibilità di business. Ma vi sono anche coloro che invece hanno l'ansia e la paura come sentimento dominante. Perché? Perché questa scienza non genera fiducia. Ciò può essere dovuto al fatto che nell'immaginario collettivo vi è la clonazione degli animali, già realizzata, e magari dell'uomo - lontana, ma quanto? - e quindi le corde toccate sono più profonde, etiche, religiose. Gli eventuali benefici sono percepiti come molto meno importanti della paura che di questi organismi di laboratorio si perda il controllo e che causino danni irreparabili inquinando anche gli organismi naturali. Se si considera poi che l'ambiente non conosce confini né nazioni come le grandi epidemie, AIDS in testa, un'ipotetica catastrofe potrebbe coinvolgere moltissimi paesi anche lontani tra loro. Dell'economia poi in questi ultimi anni non si fida quasi più nessuno. Le crisi finanziarie si rincorrono da un continente all'altro e la borsa alla portata di tutti pare sia una variabile troppo ballerina. Questo fa sì che le multinazionali non esprimano più simpatia, se mai è successo, e sprigionino sentimenti di omologazione - il cibo uguale per tutti - e di puro investimento. Quindi denaro per denaro senza badare alla salute e al bene dei cittadini. Ma l'aspetto nuovo del problema è che al di là delle questioni tecniche, scientifiche ed economiche vi sono una serie di implicazioni più generali ma di grande peso specifico. Anzitutto la questione è globale, mondiale - coinvolge l'opinione pubblica del mondo occidentale e non solo e ha ripercussioni in Europa come in Africa - ha implicazioni etiche - è giusto modificare ciò che madre natura ha creato? - e religiose - che diritto ha l'uomo di stravolgere ciò che Dio ha creato? Quindi riguarda potenzialmente l'Italia e l'Africa più arretrata, la Chiesa come il mondo laico. Come si fa a paragonare, per esempio, latitudini geografiche e mentali tanto diverse? Non è infatti la stessa cosa, per scendere nel pratico, scegliere se acquistare in un ipotetico futuro pomodori modificati meno cari purché sicuri, o magari veder crescere gli stessi pomodori modificati in Africa dove la maggior parte della popolazione muore di fame. E forse dargli una speranza. E' certo che, con le cautele necessarie dovute alla tutela della salute e dell'ambiente, una questione di tal portata andrà dibattuta e concertata a livello mondiale come forse si dovrebbe fare per altre questioni. I benefici di queste nuove tecnologie potrebbero giungere anche a coloro che storicamente stanno sull'orlo della catastrofe ogni giorno. Va però ricordato che - come segnalato negli articoli che seguono - non sarà il singolo agricoltore ad avere i benefici maggiori, a causa, tra l'altro, dell'alto costo dei semi, della sterilità degli stessi e quindi della loro non-riproduttività. Ma per cercare di risolvere la denutrizione di intere regioni, è indubbio che gli sforzi maggiori dovranno essere compiuti dagli Stati o dalle organizzazioni internazionali come la FAO (Organizzazione delle Nazione Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura) che, magari aiutate dalla scienza, potranno studiare a tavolino l'attuazione di campagne agricole particolari in luoghi e climi in cui non vi è, a oggi, nessuna possibilità di sviluppare un'agricoltura di sussistenza per le popolazioni. Non dovremmo essere noi occidentali, già mediamente ricchi e iper-nutriti, a trarre i maggiori benefici da queste nuove tecnologie, anzi, noi dovremmo fare di tutto per evitare che una potenziale opportunità si trasformi nell'ennesima frustrazione per chi non può decidere ma solo subire le decisioni altrui. Il problema è quindi certamente complesso. Come districare una matassa tanto articolata e farsi un'idea il più possibile chiara, non schierata a priori, ed eventualmente cambiarla se i fatti dimostrino l'utilità o i problemi che questo tipo di sperimentazioni produce? Il nostro piccolo contributo è quello di approfondire le molteplici argomentazioni evidenziando le varie posizioni. Ricordiamoci però che il "famoso" mercato ha sempre ragione e il consumatore è il suo rappresentante ultimo. Quindi se in futuro sceglieremo la patata del contadino, non molto rotonda e forse un po' più cara di quella sferica come una palla da bigliardo e grossa come un melone che ci propone l'ipermercato già avremo fatto moltissimo. Perché non è vero che il cittadino (consumatore) non decide niente, decide tutti i giorni ma la coerenza spesso costa fatica. |
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