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L'AUTOBUS
DEL SOLE
Lo chiamano l'"autobus del sole" e a noi torinesi ricorda
i "treni del sole" di 35-40 anni fa. Atmosfere tanto
ben evocate dal regista Gianni Amelio nel film "Così
ridevano". Altri tempi, altre immigrazioni. Oggi l'autobus
del sole è una linea di moderni autopullmann, regolarmente
autorizzata dal Ministero dei Trasporti, che ogni estate riporta
da Torino in patria i marocchini immigrati.
di Riccardo Caldara Quelli che in qualche modo hanno trovato un po' di fortuna,
naturalmente, e che sono riusciti a raggranellare le 250.000
lire del viaggio, più annessi e connessi. Perché
al di là dei costi, i marocchini devono tornare a casa
per dimostrare che ce l'hanno fatta, che hanno combinato qualcosa
nella vita. E' per questo che gli autopullmann hanno i bagagliai
stipati di tutto: giocattoli, abbigliamento, tappeti, perfino
biciclette, lavastoviglie, frigoriferi. Un segnale per dire:
ci sono riuscito!
Sono storie che si intrecciano lungo i 3000 km che da Torino
portano a Rabat, Casablanca, fino a Khouribga, la città
dalla quale si calcola provengano circa 7.000 marocchini che
risiedono in Piemonte. Khouribga era una città che viveva
del lavoro alle solfatare. Poi, vent'anni fa, la crisi e la successiva
emigrazione. Qualcuno ha scoperto Torino e dopo essersi sistemato
ha chiamato la famiglia, gli amici. Ora tornano a casa: sono
in prevalenza muratori, braccianti, manovali, c'è anche
qualche commerciante. Parlano l'italiano correntemente e c'è
chi non nasconde addirittura una forte inflessione piemontese.
Alcuni vivono in Italia da parecchi anni, perfettamente integrati,
e tornano a casa ad ogni estate. Come Jallad che fa il muratore
e ha un mese di ferie. Con il lavoro si mantiene a Torino e riesce
anche a mandare qualche soldo a casa. Ma, come tanti, coltiva
il sogno di mettere da parte il denaro sufficiente per tornare
un giorno definitivamente in Marocco.
Tra i quarantaquattro passeggeri di questo autobus, partito alla
vigilia di Ferragosto, c'è anche qualche donna, qualche
bambino, come il simpatico Samir che ha frequentato con profitto
la quarta elementare alla Parini di Torino, senza per altro sentirsi
mai a disagio tra compagni tutti italiani. E' un ragazzo molto
sveglio che parla correntemente l'arabo, il francese e l'italiano.
In Marocco ritroverà degli zii e i cugini con cui trascorrere
le vacanze giocando.
Sono trenta ore di viaggio e con gli imprevisti possono diventare
anche quaranta, compresi i 14 chilometri di mare percorsi in
traghetto, da Algeciras a Ceuta che, non si capisce perché,
sarebbe già Africa ed invece è ancora Spagna. E'
un viaggio che gli autopullmann percorrono due volte la settimana,
con partenze il martedì e il sabato da corso Giulio Cesare,
davanti alla ex-stazione della Ciriè-Lanzo, all'incirca
verso mezzogiorno. Tre o quattro autisti a darsi il cambio per
una no-stop del ritorno a casa. L'asfalto bollente si snoda sotto
le ruote dell'automezzo. Brevi soste per rifocillarsi, per un
caffè, per il rifornimento, per la preghiera serale. Durante
le fermate, dalle borse salta fuori un po' di cibo: per lo più
carne, pane, verdura, frutta, da dividere con i compagni di viaggio.
La lunga permanenza a bordo consente di conoscere meglio i compagni
di viaggio, di scherzare, guardare la tv.
Albenga, Marsiglia, Valencia, Alicante sono le tappe autostradali
di questa linea. Poi ancora in viaggio verso la meta: la casa
lasciata, le mogli e i figli, i parenti a cui mostrare i segni
del raggiunto benessere, vero o simulato che sia. A volte gli
automezzi sono più d'uno, a seconda delle prenotazioni,
e tutti sono stipati, 40-45 posti. Lo scorso Ferragosto la carovana
per il Marocco contava ben sette autopullman. Si viaggia giorno
e notte, c'è ansia di arrivare.
Ibrahim ha 39 anni ed è in Italia da nove. E' un immigrato
regolare e fa il muratore. Durante il viaggio confessa un po'
di nostalgia per i vicini di casa, a Venaria, persone con le
quali si è perfettamente integrato e che gli dimostrano
stima.
Intanto la telecamera di Stefano e la macchina fotografica di
Marco lavorano con discrezione per documentare il viaggio. L'opera
dei due ragazzi torinesi è iniziata un mese prima della
partenza. C'era innanzitutto da conquistarsi la fiducia della
comunità marocchina a Torino: vincere la diffidenza e
farsi accettare come due di loro sull'autobus del sole. Marco
e Stefano ci sono riusciti bene, anche grazie ai buoni uffici
di Aziz, commerciante di elettrodomestici in corso Giulio Cesare
nei pressi di Porta Palazzo, e di Bouchaid che nella stessa via
ha un negozio di tappeti.
Il viaggio prosegue con due ore di traghetto per attraversare
lo stretto di Gibilterra. Già si sente il profumo d'Africa,
anche se per un insolito gioco di correnti d'aria, calda e fredda,
in questo braccio di mare si assiste al curioso fenomeno della
nebbia in piena estate.
Ma c'è ancora un ostacolo da superare: la dogana di Ceuta.
I solerti funzionari marocchini trattano i loro connazionali
come bestie, li perquisiscono minuziosamente, attuano ogni sorta
di sopruso, con un misto di invidia e frustrazione repressa.
I pullman vengono completamente svuotati e controllati, alla
ricerca di cosa non si sa. Prima di ripartire alcuni viaggiatori
devono lasciare qualche banconota, ad altri va peggio e la tangente
da pagare è una parte del bagaglio. E' l'ultima umiliazione
cui sottostare prima dell'atteso ingresso in patria. Uno degli
autisti, Mario, dice che questa è la regola e che la storia
si ripete ad ogni viaggio. I doganieri non mettono in alcun conto
la dura esperienza di emigranti di questi connazionali: per loro
sono soltanto viaggiatori con il portafoglio pieno.
Ancora qualche centinaio di chilometri e si arriva a destinazione.
Prima però c'è un'ultima sosta in una stazione
di servizio, dove i bagni sono presi d'assalto. Il desiderio
di rendersi presentabili ai parenti e agli amici è molto
forte. Si vogliono cancellare le tracce del lungo viaggio con
acqua abbondante e una spruzzata di profumo. Qualcuno scende
alla capitale Rabat, qualcun altro arriva a Casablanca, città
dai bianchi edifici e dalla colossale moschea. I più proseguono
per il capolinea, Khouribga. Ad ogni fermata c'è gente
ad attendere e le scene si ripetono toccanti: l'abbraccio ad
un giovane che non tornava a casa da nove anni, mentre un altro
non sentiva i genitori da tre, chi riabbraccia i figli, chi gli
anziani genitori. Per alcuni ci sarà ancora un po' di
strada in auto prima di rivedere la famiglia. Poi qualche settimana
di vacanza, per i più fortunati un paio di mesi, quindi
il percorso inverso. A Torino c'è un lavoro che attende.
A Stefano e Marco invece tocca provare l'ospitalità marocchina.
Abdullah, muratore a Torino, li vuole assolutamente a casa sua.
Per loro, tra divani e tappeti, ci sarà un banchetto a
base di agnello alla brace, melone, uva, tè alla menta.
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