VITA SOCIALE

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luglio/agosto 1999

 

 

L'AUTOBUS DEL SOLE
Lo chiamano l'"autobus del sole" e a noi torinesi ricorda i "treni del sole" di 35-40 anni fa. Atmosfere tanto ben evocate dal regista Gianni Amelio nel film "Così ridevano". Altri tempi, altre immigrazioni. Oggi l'autobus del sole è una linea di moderni autopullmann, regolarmente autorizzata dal Ministero dei Trasporti, che ogni estate riporta da Torino in patria i marocchini immigrati.

di Riccardo Caldara


Quelli che in qualche modo hanno trovato un po' di fortuna, naturalmente, e che sono riusciti a raggranellare le 250.000 lire del viaggio, più annessi e connessi. Perché al di là dei costi, i marocchini devono tornare a casa per dimostrare che ce l'hanno fatta, che hanno combinato qualcosa nella vita. E' per questo che gli autopullmann hanno i bagagliai stipati di tutto: giocattoli, abbigliamento, tappeti, perfino biciclette, lavastoviglie, frigoriferi. Un segnale per dire: ci sono riuscito!
Sono storie che si intrecciano lungo i 3000 km che da Torino portano a Rabat, Casablanca, fino a Khouribga, la città dalla quale si calcola provengano circa 7.000 marocchini che risiedono in Piemonte. Khouribga era una città che viveva del lavoro alle solfatare. Poi, vent'anni fa, la crisi e la successiva emigrazione. Qualcuno ha scoperto Torino e dopo essersi sistemato ha chiamato la famiglia, gli amici. Ora tornano a casa: sono in prevalenza muratori, braccianti, manovali, c'è anche qualche commerciante. Parlano l'italiano correntemente e c'è chi non nasconde addirittura una forte inflessione piemontese. Alcuni vivono in Italia da parecchi anni, perfettamente integrati, e tornano a casa ad ogni estate. Come Jallad che fa il muratore e ha un mese di ferie. Con il lavoro si mantiene a Torino e riesce anche a mandare qualche soldo a casa. Ma, come tanti, coltiva il sogno di mettere da parte il denaro sufficiente per tornare un giorno definitivamente in Marocco.
Tra i quarantaquattro passeggeri di questo autobus, partito alla vigilia di Ferragosto, c'è anche qualche donna, qualche bambino, come il simpatico Samir che ha frequentato con profitto la quarta elementare alla Parini di Torino, senza per altro sentirsi mai a disagio tra compagni tutti italiani. E' un ragazzo molto sveglio che parla correntemente l'arabo, il francese e l'italiano. In Marocco ritroverà degli zii e i cugini con cui trascorrere le vacanze giocando.
Sono trenta ore di viaggio e con gli imprevisti possono diventare anche quaranta, compresi i 14 chilometri di mare percorsi in traghetto, da Algeciras a Ceuta che, non si capisce perché, sarebbe già Africa ed invece è ancora Spagna. E' un viaggio che gli autopullmann percorrono due volte la settimana, con partenze il martedì e il sabato da corso Giulio Cesare, davanti alla ex-stazione della Ciriè-Lanzo, all'incirca verso mezzogiorno. Tre o quattro autisti a darsi il cambio per una no-stop del ritorno a casa. L'asfalto bollente si snoda sotto le ruote dell'automezzo. Brevi soste per rifocillarsi, per un caffè, per il rifornimento, per la preghiera serale. Durante le fermate, dalle borse salta fuori un po' di cibo: per lo più carne, pane, verdura, frutta, da dividere con i compagni di viaggio. La lunga permanenza a bordo consente di conoscere meglio i compagni di viaggio, di scherzare, guardare la tv.
Albenga, Marsiglia, Valencia, Alicante sono le tappe autostradali di questa linea. Poi ancora in viaggio verso la meta: la casa lasciata, le mogli e i figli, i parenti a cui mostrare i segni del raggiunto benessere, vero o simulato che sia. A volte gli automezzi sono più d'uno, a seconda delle prenotazioni, e tutti sono stipati, 40-45 posti. Lo scorso Ferragosto la carovana per il Marocco contava ben sette autopullman. Si viaggia giorno e notte, c'è ansia di arrivare.
Ibrahim ha 39 anni ed è in Italia da nove. E' un immigrato regolare e fa il muratore. Durante il viaggio confessa un po' di nostalgia per i vicini di casa, a Venaria, persone con le quali si è perfettamente integrato e che gli dimostrano stima.
Intanto la telecamera di Stefano e la macchina fotografica di Marco lavorano con discrezione per documentare il viaggio. L'opera dei due ragazzi torinesi è iniziata un mese prima della partenza. C'era innanzitutto da conquistarsi la fiducia della comunità marocchina a Torino: vincere la diffidenza e farsi accettare come due di loro sull'autobus del sole. Marco e Stefano ci sono riusciti bene, anche grazie ai buoni uffici di Aziz, commerciante di elettrodomestici in corso Giulio Cesare nei pressi di Porta Palazzo, e di Bouchaid che nella stessa via ha un negozio di tappeti.
Il viaggio prosegue con due ore di traghetto per attraversare lo stretto di Gibilterra. Già si sente il profumo d'Africa, anche se per un insolito gioco di correnti d'aria, calda e fredda, in questo braccio di mare si assiste al curioso fenomeno della nebbia in piena estate.
Ma c'è ancora un ostacolo da superare: la dogana di Ceuta. I solerti funzionari marocchini trattano i loro connazionali come bestie, li perquisiscono minuziosamente, attuano ogni sorta di sopruso, con un misto di invidia e frustrazione repressa. I pullman vengono completamente svuotati e controllati, alla ricerca di cosa non si sa. Prima di ripartire alcuni viaggiatori devono lasciare qualche banconota, ad altri va peggio e la tangente da pagare è una parte del bagaglio. E' l'ultima umiliazione cui sottostare prima dell'atteso ingresso in patria. Uno degli autisti, Mario, dice che questa è la regola e che la storia si ripete ad ogni viaggio. I doganieri non mettono in alcun conto la dura esperienza di emigranti di questi connazionali: per loro sono soltanto viaggiatori con il portafoglio pieno.
Ancora qualche centinaio di chilometri e si arriva a destinazione. Prima però c'è un'ultima sosta in una stazione di servizio, dove i bagni sono presi d'assalto. Il desiderio di rendersi presentabili ai parenti e agli amici è molto forte. Si vogliono cancellare le tracce del lungo viaggio con acqua abbondante e una spruzzata di profumo. Qualcuno scende alla capitale Rabat, qualcun altro arriva a Casablanca, città dai bianchi edifici e dalla colossale moschea. I più proseguono per il capolinea, Khouribga. Ad ogni fermata c'è gente ad attendere e le scene si ripetono toccanti: l'abbraccio ad un giovane che non tornava a casa da nove anni, mentre un altro non sentiva i genitori da tre, chi riabbraccia i figli, chi gli anziani genitori. Per alcuni ci sarà ancora un po' di strada in auto prima di rivedere la famiglia. Poi qualche settimana di vacanza, per i più fortunati un paio di mesi, quindi il percorso inverso. A Torino c'è un lavoro che attende.
A Stefano e Marco invece tocca provare l'ospitalità marocchina. Abdullah, muratore a Torino, li vuole assolutamente a casa sua. Per loro, tra divani e tappeti, ci sarà un banchetto a base di agnello alla brace, melone, uva, tè alla menta.
SOMMARIO DI QUESTO NUMERO



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