VITA SOCIALE - ARIA

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luglio/agosto 1999



TEMPO LIBERO E TEMPO LIBERATO
VACANZE!!!!!!

di Eleonora Arduino


Aspettiamo sempre con piacevole ansia questo evento. Ci aspettiamo sempre qualcosa di bello, interessante, avvincente. Desideriamo fortemente che sia così. A volte le aspettative sono così alte che restano deluse. A volte accade molto più e molto meglio di quanto ci aspettiamo. Raramente è esattamente come lo pensavamo in anticipo. Perché?
Le aspettative sono quelle "cose" che vogliamo far accadere, e frequentemente desideriamo una realtà molto - troppo? - diversa da quella che si vive. Spesso una realtà in cui i problemi vengano azzerati, come per magia: se qualcosa ci impedisce il contatto con gli altri, ci aspettiamo che possa sparire di colpo; se sogniamo un partner inavvicinabile, speriamo che arrivi come calato dal cielo… o portato dalle onde. Soprattutto, se ci siamo mortalmente annoiati, depressi, angosciati, vogliamo che questo sparisca e che le "vacanze", in quanto tali, abbiano da sole il potere di cambiare il nostro stato, quasi che non dipendesse da noi.
E' piuttosto usuale pensarla così. Del resto, se non avessimo la speranza… Che però, per lo più, non basta. E poi, una cosa è la speranza, un'altra è il desiderio. Quanto più desideriamo qualcosa, tanto più essa sembra sfuggirci. Ma cos'è, una cattiveria della Sorte?
Il fatto è che a volte non è facile comprendere che molto, troppo, di quello che ci accade dipende da noi. Molte difficoltà sono, è vero, accompagnate da un corrosivo senso di colpa, che ci fa sentire inadeguati e incapaci. Tuttavia tale "sentimento" non porta facilmente con sé la possibilità di cambiamento.
Dovremmo, per capirci, distinguere tra "responsabilità" e "senso di colpa".
Responsabilità è la coscienza che tra me e l'esterno (cose, persone, eventi) c'è un profondo e stretto legame, che quindi io sono artefice (non solo, non da solo, eppure artefice) di quanto accade. Il senso di responsabilità è quindi quella consapevolezza che mi fa padrone di me stesso e del mondo.
Il senso di colpa, invece, pur nascendo spesso da una certa coscienza delle proprie responsabilità, è macchiato di condanna, di giudizio implacabile e orgoglioso. La sua origine è un atteggiamento rigido e impietoso. Non prevede alcuna possibilità di riscatto, e quindi è sempre inutile e negativo, perché inchioda nel peggio, anziché spingere verso il meglio. Inoltre, spesso, in questa sensazione di impotenza che l'accompagna, fa sì che molte auto/accuse vengano "girate" agli altri (amici, partner, genitori…) perché nessun essere umano riesce a sopravvivere a lungo a questo peso, e quindi, quanto meno, cerca di scaricarlo sulle spalle altrui.
In questo tempo di vacanza vicina, si può dire che la possibilità di "riscatto" è tanto più lontana e improbabile quanto più alto è il senso di colpa da cui vorremmo liberarci. Faccio un esempio, tra i più comuni.
Per tutto l'anno ho patito la difficoltà a divertirmi. Ho sentito il peso e non la gioia di quanto mi trovavo a fare tutti i giorni. Le occasioni di svago non riuscivano, per lo più, a liberarmi da quel senso di noia, sottile angoscia e profonda scontentezza che mi pervadeva. Mi sono sentito proprio incapace, inadeguato e ingabbiato. Questa, la mia colpa. Però (fase 2…) non era proprio colpa mia. I miei non mi lasciavano uscire (oppure: "la mia ragazza è soffocante", oppure: "i miei amici sono una pizza", ecc. ecc.). Ma ora arrivano le vacanze!
Così, le vere origini di quegli stati d'animo non vengono toccate, e la situazione, oltre a non portare i benefici che ci si aspetta, rischia anzi di essere tanto più disastrosa, perché nell'ansia di afferrare il piacere, questo si proietta sempre nel futuro (domani, vedrai…) e quindi non viene mai vissuto. Perché il piacere è un gusto che sta nel presente, se sono impegnato a rincorrerlo non ho mai tempo di assaporarlo.
Capita anche, però, che in vacanza ci si diverta davvero di più. Qualcosa, nel cambiare luogo, compagnia quotidiana, abitudini e attività, ci aiuta ad essere diversi e il miracolo accade. La tristezza, allora, sta nel ritorno, nella fine della vacanza, che non ha saputo rendere permanenti quei cambiamenti interni che permettono quelli esterni. In pratica, tutto torna come prima. Magari peggio, perché si aggiunge la nostalgia.
A volte, e sono tante e le migliori, la vacanza ci cambia davvero. Cioè noi permettiamo che apra la nostra mente, risani il cuore e ricrei anche il corpo, e allora non siamo più come prima (seppure in piccola parte). Allora sì, che è quel che ci vuole.
Se è così, però, non si tratta di andare in vacanza, ma di lasciarsi essere la vacanza, riempiendoci di nuove energie. Sicché (senza voler sminuire il peso positivo che può venire da un tempo vissuto in modo diverso dall'usuale) si può pensare che, al limite, in vacanza si va dentro di sé, e quindi può succedere anche se il corpo resta dov'è.
Diciamo che quanto ci serve non è un tempo libero (libero dalla scuola, dal lavoro, dalle solite rogne, oppure libero in quanto vuoto), ma un tempo liberato da quella sensazione di peso e di sconforto, di irritazione e di noia, di tristezza, di impotenza e così via.
Liberato dal peggio e riempito, soprattutto, della capacità di scoprire che si può.
SOMMARIO DI QUESTO NUMERO



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