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INDIRIZZI |
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Cisv (Comunità Impegno,
Servizio, Volontariato), tel. 011/980.12.24).
Lvia (Lay Volunteers International Association), via Borgosesia
30, Torino (tel. 011/741.25.07).
Mais (Movimento Autosviluppo, Interscambio e Solidarietà),
via Saluzzo 23, Torino (tel. 011/657.972).
Equamente, via Vasco 6, Torino
(tel. 011/817.9041).
Aitr (Associazione Italiana
Turismo Responsabile), via Mortola 15 - 16030 San Rocco di Camogli
- Genova (tel. 0185/773.061).
Ram, via Nazario Sauro 28 - 40121 Bologna (tel. 051/273.390).
Coordinatore
torinese di Servas: Gianni Catania (tel. 52.123.66).
La napoletana
Koiba
(tel. 081/522.5064) propone turismo responsabile entro confini
italiani. |
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LETTURE |
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Duccio Canestrini, Turistario,
Baldini & Castoldi, 1993.
Renzo Garrone, Turismo responsabile. Nuovi paradigmi per
viaggiare in terzo mondo, Edizioni Ram, 1993.
Ron OGrady, Schiavi o bambini? Storie di prostituzione
infantile e turismo sessuale in Asia, Edizioni Gruppo Abele,
1995.
Alessandro
Simonicca, Antropologia del turismo, Edizioni Carocci, 1997. |
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IL VIAGGIATORE
ACCORTO NON FA IL PESO MORTO
di Luigi Urru Elefanti
nella cristalleria
Come il proverbiale elefante nel negozio di porcellane è
anche il turista. E come il pachiderma si lascia una scia di
cristalli infranti e pezzi rari in cocci. Poi esce senza pagare.
Chi si sposta in modo spensierato non ci pensa, forse nemmeno
conosce la portata e gli effetti dei suoi movimenti. Che tuttavia
esistono e non sono di poco conto. Dei danni provocati dal turismo
internazionale, sopra tutto nel sud del pianeta, si parla sommessamente.
Danni che non si vedono perché il turista passa una volta
e poi non torna più, sceglie nuove mete. Danni che si
tacciono perché il turismo è fonte di immensi guadagni
da un lato (quello di noi ricchi), ed è fonte di immense
illusioni (e delusioni) dall'altro (quello dei paesi poveri).
Alle soglie del duemila il
turismo è la principale attività economica del
globo.
Il World Travel and Tourism Council di Oxford stima che il fatturato
si aggiri sul 6% del prodotto mondiale lordo, più dell'industria
automobilistica, dell'elettronica e dell'agricoltura. Il turismo
impiega 130 milioni di lavoratori, uno ogni quindici occupati
in tutto il mondo, costituisce la principale voce di spesa dopo
gli alimenti, muove ogni anno oltre cinque miliardi di persone,
tra cui quasi 600 milioni verso l'estero. E nelle sue applicazioni
di massa e di lusso ha spesso effetti negativi su culture, economie
e ambienti dei paesi visitati. "Il turista distrugge ciò
che cerca nel momento in cui lo trova, è la denuncia
dello scrittore tedesco Hans Magnus Henzensberger.
Un esempio: Goa fu per quindici anni - ormai ne sono passati
più che altrettanti - un paradiso per i figli dei fiori
arrivati dall'Europa e dall'America. Furono loro a scoprirla.
Da allora Goa non è più la stessa.
La strada era aperta: ma alle comitive dei tour operator e a
una fila di alberghi lunga cento chilometri. Il turismo ha portato
benefici a pochi privilegiati: i giornali locali continuano a
scrivere delle condizioni al limite della sopravvivenza della
gente del posto. Se il turista vuole l'evasione a una realtà
quotidiana di stress e routine, se per un agosto all'anno vuole
concedersi di vivere in un sogno, se ritiene che per viaggiare
bastino i soldi, allora sarà difficile fargli tollerare
le favelas dietro l'albergo a cinque stelle o le incursioni imploranti
del 'vu' cumprà', che suda sotto fasci di tappeti.
Ma il suo desiderio di una spiaggia vergine, case e bungalow
esoticamente rustici, e magari il relitto di un galeone spagnolo
affiorante nell'acqua - secondo quanto illustra un pieghevole
delle Bahamas - tutto questo può costare caro ai locali.
Nelle aree turistiche aumentano i prezzi, dai generi di prima
necessità a quelli della proprietà immobiliare
e terriera; contadini, allevatori, pescatori residenti vengono
sfrattati; le infrastrutture di lusso finiscono nelle mani di
un piccolo segmento di gente già molto ricca e potente
mentre il business è controllato da agenzie straniere
che riportano i guadagni nei paesi di origine.
Per il nord agiato investire nel sud indigente è un ottimo
affare: significa fornire consulenza, tecnici, macchinari, prestiti,
mattoni e tutti gli standard di comodità al quale il turista
occidentale non sa rinunciare (e che sono negati a qualsiasi
abitante indigeno). E poi ancora personale, cibi e bevande, come
nel caso dell'italiano che nel villaggio ai tropici pretende
di parlare la sua lingua mentre pasteggia a spaghetti e lambrusco.
Significa permettersi guasti ambientali irreparabili senza rischio
di alcuna pena: non solo cemento e inquinamento prima sconosciuti,
ma anche furti legali, come quello dell'acqua che irriga i campi
da golf anche se la popolazione locale non ne ha per sé
o per la propria agricoltura.
Incontrare
o stravolgere l'altro?
A livello culturale e di rappresentazione i mali di un turismo
irresponsabile sono ben più sottili. Il visitatore qualunquista
e danaroso, spesso arrogante, attento ai monumenti ma non alle
persone, inietta i comportamenti tipici delle società
dello spreco nel bel mezzo di una società bisognosa, ne
stravolge i valori e le peculiarità. La sua presenza è
l'ennesimo invito al consumo, con effetti molteplici a livello
ambientale e sociale: dall'abbandono scolastico alla distruzione
delle dune di sabbia o degli atolli corallini, fino allo sfruttamento
sessuale, come notoriamente avviene in richieste località
dell'Europa orientale e del sud-est asiatico, e allo stravolgimento
di riti plurisecolari in ridicole finzioni per le telecamere.
Senza considerare che gli abitanti del luogo, osservando i turisti,
ricavano un'immagine fuorviante delle società occidentali,
dove tutti saremmo ugualmente ricchi e avremmo le stesse costose
abitudini. Non a torto per qualcuno il turismo è una forma
di sfruttamento neocoloniale: il sud oggi non dà più
schiavi e cotone, ma è condannato ad appagare il nostro
sacrosanto bisogno di spostarci per diletto. Certo, non tutti
sono ammiratori di Marco Polo, non tutti possiedono la spregiudicata
curiosità di Ulisse, non tutti hanno il tempo per dedicare
mesi a una vacanza all'estero o la voglia di prepararsi come
una antropologo alla permanenza sul campo. Per la maggior parte
dei turisti le ferie costituiscono lo sfogo dopo undici mesi
di fatica: "Lavoro tutto l'anno, adesso voglio godermela.
Resta il fatto che il riposo è un conto, il viaggiare
un altro. E sopra tutto che riposo e sfogo non significano oltraggio
o indifferenza verso i valori e le pratiche del paese che si
visita.
La
proposta del turismo responsabile
In Italia i primi passi del turismo responsabile risalgono agli
anni Ottanta con le iniziative dell'associazione Ram di Genova,
specializzata nel sub-continente indiano. Obiettivo: restituire
senso al viaggio, indurre il turista a muoversi con la testa
e in punta di piedi, rispettoso e ricettivo dei frammenti di
storia e di cultura che gli vengono incontro. In altre parole:
fare sì che le rotte dei jet, dopo avere annullato le
distanze tra i continenti, avvicinino anche i popoli. "Prima
di partire ci prepariamo con riunioni apposite, spiega
il presidente di Ram, Renzo Garrone, "i nostri referenti
locali sono gruppi che svolgono un lavoro sociale degno di nota,
gente che ha a cuore le sorti del proprio paese ed è ragionevolmente
informata della nostra visita, perlopiù attraverso una
corrispondenza intercorsa prima del viaggio. Le proposte
dell'associazione si rivolgono a un turista accorto, consapevole
che un paio di mete approfondite sono più sensate e appaganti
che una dozzina mordi e fuggi. Un turista disposto e desideroso
di adeguarsi agli standard locali, ai tempi, ai mezzi, ai cibi,
alle convenzioni sociali. Un turista che, camaleontico, sparisce
perché dilata i propri ritmi. Fino al paradosso: "Certi
tempi apparentemente 'morti' dei nostri circuiti non sono dovuti
a carenza di organizzazione, sono invece intenzionali, affinché
lo 'spirito' del luogo possa imporsi, fare breccia, penetrare
piano piano, si legge nelle note introduttive ai viaggi.
Oggi Ram - che per inciso significa Robe dall'Altro Mondo - non
è più sola. Con lei, o su cammini paralleli, si
muovono organizzazioni non governative con esperienze decennali
nel sud del mondo: a Torino propongono viaggi 'etici e di conoscenza'
Mais, Lvia e Cisv, oltre alla cooperativa Equamente che fa da
contatto per la milanese Pindorama. I partecipanti non vanno
in Africa o in Asia per lavorare in progetti di sviluppo (dove
sarebbe la vacanza?) ma per condividere la vita quotidiana: ci
si presenta al capo-villaggio, si partecipa a feste e cene in
famiglia, si conoscono i volontari di lungo periodo della ong,
si imparano i primi vocaboli della lingua del posto. Sopra tutto
si riacquistano qualità e senso: "Non ci sentiremo
più di andare con altri dopo avere viaggiato con voi,
è un diffuso commento dei partecipanti.
Altre proposte vengono da Ctm,
impresa che ha inaugurato il commercio equo e solidale in Italia.
E da appena un paio di mesi si è costituita l'Associazione
Italiana Turismo Responsabile che riunisce disparate sigle. Acu,
Cts, Icei, Legambiente, Mlal, Ram, Wwf vogliono promuovere i
viaggi sostenibili, predisporne una 'carta di identità'
e giungere a un marchio di garanzia sotto l'egida dell'Unione
Europea. Infine pure i tour operator tradizionali muovono i primi
passi titubanti, sebbene Renzo Garrone avverta: "Non vogliamo
che il turismo responsabile diventi un nuovo filone per l'agenzia
sotto casa. Ma proprio l'Alpitour partecipava al convegno
'Vorrei che tu fossi qui - etica e responsabilità nel
turismo del futuro', svoltosi a Cuneo a fine maggio. La sensibilità
cresce anche sulle riviste: Gente Viaggi e Panorama ospitano
pagine dedicate agli itinerari a passo d'uomo curati dai buongustai
della Slow Food e su Airone Duccio Canestrini firma una rubrica
di critica allo spostamento di massa. L'obiettivo è che
tutto il mondo del turismo riveda i propri paradigmi: "L'impegno
di chi fa o organizza turismo deve essere per una prassi attenta,
sostenibile e reciproca con le comunità ospitanti,
prosegue Renzo Garrone, "niente albergoni e agenzie, no
al tutto compreso, ricorso minimo a servizi di importazione,
preferenza ai trasporti pubblici e alla cucina locale, occhio
ai costi ambientali. Ai tour operator chiedono di sviluppare
una maggiore attenzione ai contatti tra turisti e gente del posto,
per ridurre al minimo i danni del flusso di visitatori. "Viaggiare
in modo responsabile non diminuisce il piacere della vacanza,
anzi la arricchisce, sostengono, "basta avere il coraggio
di mettere la testa fuori dall'uovo e affrontare stili di vita
diversi con un po' di spirito di adattamento. Il turista è
un ospite in casa d'altri, le comunità locali devono mantenere
il diritto di aprirgli o meno le porte, preferendo chi garantisce
un interesse genuino ed è disponibile a rapporti continuativi
di cooperazione solidale.
L'esperienza
disinteressata di Servas, un precursore
Nel tripudio di iniziative etiche, responsabili e quant'altro
di politically correct si possa ancora desiderare, c'è
chi non ambisce a simili titoli, né li ha mai usati, ma
dagli anni Cinquanta fa del viaggio motivo di ospitalità,
conoscenza e dialogo. Servas è la parola esperanta per
un movimento volontario e senza fini di lucro fondato dall'americano
Bob Luitweiler. È presente in quasi settanta paesi e ha
statuto consultivo presso le sedi di New York e Ginevra delle
Nazioni Unite. I suoi soci aprono le porte di casa ai viaggiatori:
"accogliere gente di altri paesi, dicono, "permette
di vedere il mondo attraverso i loro occhi. I visitatori,
preventivamente approvati dai comitati locali di Servas, potranno
dare una mano in casa o contribuire alle spese del soggiorno.
Quasi sempre rientrano a casa con un tesoro di emozioni intense
e incontri memorabili: attraverso l'ospitalità disinteressata
si allacciano le più durature amicizie. |