Speciale - VACANZE

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luglio/agosto 1998

 

 

INDIRIZZI

Cisv (Comunità Impegno, Servizio, Volontariato), tel. 011/980.12.24).

Lvia (Lay Volunteers International Association), via Borgosesia 30, Torino (tel. 011/741.25.07).

Mais (Movimento Autosviluppo, Interscambio e Solidarietà), via Saluzzo 23, Torino (tel. 011/657.972).

Equamente, via Vasco 6, Torino (tel. 011/817.9041).

Aitr (Associazione Italiana Turismo Responsabile), via Mortola 15 - 16030 San Rocco di Camogli - Genova (tel. 0185/773.061).

Ram, via Nazario Sauro 28 - 40121 Bologna (tel. 051/273.390).

Coordinatore torinese di Servas: Gianni Catania (tel. 52.123.66).

La napoletana Koiba (tel. 081/522.5064) propone turismo responsabile entro confini italiani.

 

 

LETTURE

Duccio Canestrini, Turistario, Baldini & Castoldi, 1993.

Renzo Garrone, Turismo responsabile. Nuovi paradigmi per viaggiare in terzo mondo, Edizioni Ram, 1993.

Ron O’Grady, Schiavi o bambini? Storie di prostituzione infantile e turismo sessuale in Asia, Edizioni Gruppo Abele, 1995.

Alessandro Simonicca, Antropologia del turismo, Edizioni Carocci, 1997.

 

IL VIAGGIATORE ACCORTO NON FA IL PESO MORTO

di Luigi Urru


Elefanti nella cristalleria
Come il proverbiale elefante nel negozio di porcellane è anche il turista. E come il pachiderma si lascia una scia di cristalli infranti e pezzi rari in cocci. Poi esce senza pagare. Chi si sposta in modo spensierato non ci pensa, forse nemmeno conosce la portata e gli effetti dei suoi movimenti. Che tuttavia esistono e non sono di poco conto. Dei danni provocati dal turismo internazionale, sopra tutto nel sud del pianeta, si parla sommessamente. Danni che non si vedono perché il turista passa una volta e poi non torna più, sceglie nuove mete. Danni che si tacciono perché il turismo è fonte di immensi guadagni da un lato (quello di noi ricchi), ed è fonte di immense illusioni (e delusioni) dall'altro (quello dei paesi poveri).

Alle soglie del duemila il turismo è la principale attività economica del globo.
Il World Travel and Tourism Council di Oxford stima che il fatturato si aggiri sul 6% del prodotto mondiale lordo, più dell'industria automobilistica, dell'elettronica e dell'agricoltura. Il turismo impiega 130 milioni di lavoratori, uno ogni quindici occupati in tutto il mondo, costituisce la principale voce di spesa dopo gli alimenti, muove ogni anno oltre cinque miliardi di persone, tra cui quasi 600 milioni verso l'estero. E nelle sue applicazioni di massa e di lusso ha spesso effetti negativi su culture, economie e ambienti dei paesi visitati. "Il turista distrugge ciò che cerca nel momento in cui lo trova”, è la denuncia dello scrittore tedesco Hans Magnus Henzensberger.
Un esempio: Goa fu per quindici anni - ormai ne sono passati più che altrettanti - un paradiso per i figli dei fiori arrivati dall'Europa e dall'America. Furono loro a scoprirla. Da allora Goa non è più la stessa.
La strada era aperta: ma alle comitive dei tour operator e a una fila di alberghi lunga cento chilometri. Il turismo ha portato benefici a pochi privilegiati: i giornali locali continuano a scrivere delle condizioni al limite della sopravvivenza della gente del posto. Se il turista vuole l'evasione a una realtà quotidiana di stress e routine, se per un agosto all'anno vuole concedersi di vivere in un sogno, se ritiene che per viaggiare bastino i soldi, allora sarà difficile fargli tollerare le favelas dietro l'albergo a cinque stelle o le incursioni imploranti del 'vu' cumprà', che suda sotto fasci di tappeti.
Ma il suo desiderio di una spiaggia vergine, case e bungalow esoticamente rustici, e magari il relitto di un galeone spagnolo affiorante nell'acqua - secondo quanto illustra un pieghevole delle Bahamas - tutto questo può costare caro ai locali. Nelle aree turistiche aumentano i prezzi, dai generi di prima necessità a quelli della proprietà immobiliare e terriera; contadini, allevatori, pescatori residenti vengono sfrattati; le infrastrutture di lusso finiscono nelle mani di un piccolo segmento di gente già molto ricca e potente mentre il business è controllato da agenzie straniere che riportano i guadagni nei paesi di origine.

Per il nord agiato investire nel sud indigente è un ottimo affare: significa fornire consulenza, tecnici, macchinari, prestiti, mattoni e tutti gli standard di comodità al quale il turista occidentale non sa rinunciare (e che sono negati a qualsiasi abitante indigeno). E poi ancora personale, cibi e bevande, come nel caso dell'italiano che nel villaggio ai tropici pretende di parlare la sua lingua mentre pasteggia a spaghetti e lambrusco. Significa permettersi guasti ambientali irreparabili senza rischio di alcuna pena: non solo cemento e inquinamento prima sconosciuti, ma anche furti legali, come quello dell'acqua che irriga i campi da golf anche se la popolazione locale non ne ha per sé o per la propria agricoltura.

Incontrare o stravolgere l'altro?
A livello culturale e di rappresentazione i mali di un turismo irresponsabile sono ben più sottili. Il visitatore qualunquista e danaroso, spesso arrogante, attento ai monumenti ma non alle persone, inietta i comportamenti tipici delle società dello spreco nel bel mezzo di una società bisognosa, ne stravolge i valori e le peculiarità. La sua presenza è l'ennesimo invito al consumo, con effetti molteplici a livello ambientale e sociale: dall'abbandono scolastico alla distruzione delle dune di sabbia o degli atolli corallini, fino allo sfruttamento sessuale, come notoriamente avviene in richieste località dell'Europa orientale e del sud-est asiatico, e allo stravolgimento di riti plurisecolari in ridicole finzioni per le telecamere. Senza considerare che gli abitanti del luogo, osservando i turisti, ricavano un'immagine fuorviante delle società occidentali, dove tutti saremmo ugualmente ricchi e avremmo le stesse costose abitudini. Non a torto per qualcuno il turismo è una forma di sfruttamento neocoloniale: il sud oggi non dà più schiavi e cotone, ma è condannato ad appagare il nostro sacrosanto bisogno di spostarci per diletto. Certo, non tutti sono ammiratori di Marco Polo, non tutti possiedono la spregiudicata curiosità di Ulisse, non tutti hanno il tempo per dedicare mesi a una vacanza all'estero o la voglia di prepararsi come una antropologo alla permanenza sul campo. Per la maggior parte dei turisti le ferie costituiscono lo sfogo dopo undici mesi di fatica: "Lavoro tutto l'anno, adesso voglio godermela”. Resta il fatto che il riposo è un conto, il viaggiare un altro. E sopra tutto che riposo e sfogo non significano oltraggio o indifferenza verso i valori e le pratiche del paese che si visita.

La proposta del turismo responsabile
In Italia i primi passi del turismo responsabile risalgono agli anni Ottanta con le iniziative dell'associazione Ram di Genova, specializzata nel sub-continente indiano. Obiettivo: restituire senso al viaggio, indurre il turista a muoversi con la testa e in punta di piedi, rispettoso e ricettivo dei frammenti di storia e di cultura che gli vengono incontro. In altre parole: fare sì che le rotte dei jet, dopo avere annullato le distanze tra i continenti, avvicinino anche i popoli. "Prima di partire ci prepariamo con riunioni apposite”, spiega il presidente di Ram, Renzo Garrone, "i nostri referenti locali sono gruppi che svolgono un lavoro sociale degno di nota, gente che ha a cuore le sorti del proprio paese ed è ragionevolmente informata della nostra visita, perlopiù attraverso una corrispondenza intercorsa prima del viaggio”. Le proposte dell'associazione si rivolgono a un turista accorto, consapevole che un paio di mete approfondite sono più sensate e appaganti che una dozzina mordi e fuggi. Un turista disposto e desideroso di adeguarsi agli standard locali, ai tempi, ai mezzi, ai cibi, alle convenzioni sociali. Un turista che, camaleontico, sparisce perché dilata i propri ritmi. Fino al paradosso: "Certi tempi apparentemente 'morti' dei nostri circuiti non sono dovuti a carenza di organizzazione, sono invece intenzionali, affinché lo 'spirito' del luogo possa imporsi, fare breccia, penetrare piano piano”, si legge nelle note introduttive ai viaggi. Oggi Ram - che per inciso significa Robe dall'Altro Mondo - non è più sola. Con lei, o su cammini paralleli, si muovono organizzazioni non governative con esperienze decennali nel sud del mondo: a Torino propongono viaggi 'etici e di conoscenza' Mais, Lvia e Cisv, oltre alla cooperativa Equamente che fa da contatto per la milanese Pindorama. I partecipanti non vanno in Africa o in Asia per lavorare in progetti di sviluppo (dove sarebbe la vacanza?) ma per condividere la vita quotidiana: ci si presenta al capo-villaggio, si partecipa a feste e cene in famiglia, si conoscono i volontari di lungo periodo della ong, si imparano i primi vocaboli della lingua del posto. Sopra tutto si riacquistano qualità e senso: "Non ci sentiremo più di andare con altri dopo avere viaggiato con voi”, è un diffuso commento dei partecipanti.

Altre proposte vengono da Ctm, impresa che ha inaugurato il commercio equo e solidale in Italia. E da appena un paio di mesi si è costituita l'Associazione Italiana Turismo Responsabile che riunisce disparate sigle. Acu, Cts, Icei, Legambiente, Mlal, Ram, Wwf vogliono promuovere i viaggi sostenibili, predisporne una 'carta di identità' e giungere a un marchio di garanzia sotto l'egida dell'Unione Europea. Infine pure i tour operator tradizionali muovono i primi passi titubanti, sebbene Renzo Garrone avverta: "Non vogliamo che il turismo responsabile diventi un nuovo filone per l'agenzia sotto casa”. Ma proprio l'Alpitour partecipava al convegno 'Vorrei che tu fossi qui - etica e responsabilità nel turismo del futuro', svoltosi a Cuneo a fine maggio. La sensibilità cresce anche sulle riviste: Gente Viaggi e Panorama ospitano pagine dedicate agli itinerari a passo d'uomo curati dai buongustai della Slow Food e su Airone Duccio Canestrini firma una rubrica di critica allo spostamento di massa. L'obiettivo è che tutto il mondo del turismo riveda i propri paradigmi: "L'impegno di chi fa o organizza turismo deve essere per una prassi attenta, sostenibile e reciproca con le comunità ospitanti”, prosegue Renzo Garrone, "niente albergoni e agenzie, no al tutto compreso, ricorso minimo a servizi di importazione, preferenza ai trasporti pubblici e alla cucina locale, occhio ai costi ambientali”. Ai tour operator chiedono di sviluppare una maggiore attenzione ai contatti tra turisti e gente del posto, per ridurre al minimo i danni del flusso di visitatori. "Viaggiare in modo responsabile non diminuisce il piacere della vacanza, anzi la arricchisce”, sostengono, "basta avere il coraggio di mettere la testa fuori dall'uovo e affrontare stili di vita diversi con un po' di spirito di adattamento. Il turista è un ospite in casa d'altri, le comunità locali devono mantenere il diritto di aprirgli o meno le porte, preferendo chi garantisce un interesse genuino ed è disponibile a rapporti continuativi di cooperazione solidale”.

L'esperienza disinteressata di Servas, un precursore
Nel tripudio di iniziative etiche, responsabili e quant'altro di politically correct si possa ancora desiderare, c'è chi non ambisce a simili titoli, né li ha mai usati, ma dagli anni Cinquanta fa del viaggio motivo di ospitalità, conoscenza e dialogo. Servas è la parola esperanta per un movimento volontario e senza fini di lucro fondato dall'americano Bob Luitweiler. È presente in quasi settanta paesi e ha statuto consultivo presso le sedi di New York e Ginevra delle Nazioni Unite. I suoi soci aprono le porte di casa ai viaggiatori: "accogliere gente di altri paesi”, dicono, "permette di vedere il mondo attraverso i loro occhi”. I visitatori, preventivamente approvati dai comitati locali di Servas, potranno dare una mano in casa o contribuire alle spese del soggiorno. Quasi sempre rientrano a casa con un tesoro di emozioni intense e incontri memorabili: attraverso l'ospitalità disinteressata si allacciano le più durature amicizie.


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