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CORSICA
Due itinerari
escursionistici tra le suggestive montagne della Corsica, con
base al colle di Bavella e nella valle di Golo.
di Pier Luigi Salza Aspro e roccioso, raccolto e silenzioso, ricco d'acqua
e di foreste, l'interno montuoso della Corsica nasconde bellezze
non meno eclatanti delle magnifiche coste che lo racchiudono
e, per quanto goda di una meritata notorietà e di una
discreta frequentazione, è tuttora in grado di offrire
al visitatore angoli di natura selvaggia e scorci indimenticabili.
Grazie al classico sentiero della Grande Randonnée, denominato
GR20 è possibile percorrere l'intera ossatura principale
dell'isola e compiere anelli di diverso impegno seguendo le numerose
varianti che congiungono il GR20 alle coste. I due itinerari
che proponiamo, con partenza rispettivamente dal colle di Bavella
e dalla valle di Golo, rappresentano un esempio degli innumerevoli
percorsi che, con un po' di fantasia, possono essere ritagliati
attorno al GR20.
TRA
LA TAFONATA DI PALIRI E LE TORRI DELL'ASINAO
Lungo la strada che da Solenzara si inerpica tortuosa seguendo
l'omonima valle, i numerosi accessi al torrente e le sue pozze
limpide e verdi rappresentano altrettante tentazioni per il viaggiatore
diretto al Col de Bavella. Sarebbe un peccato rinunciarvi, ed
è così che soltanto sul far della sera superiamo
pigramente la Bocca di Larone, da cui ci appaiono nella luce
del tramonto le guglie di granito rosso e ocra che fan da spalti
al colle: le Ferriate e la Tafonata di Paliri a oriente, le dentellate
Torri dell'Asinao a nord. Il Village de Bavella è un pugno
di capanni ricoperti di lamiera ondulata, sparsi in una fiabesca
foresta di pino laricio, i cui esemplari più esposti al
vento ergono le loro chiome con fatica, curvi e appiattiti. Qui
sistemiamo la nostra tendina. Sono le 7 quando, il mattino seguente,
ci incamminiamo sulla traccia del GR20, verso la Tafonata di
Paliri, nostra prima meta. Il sentiero rimonta la sella di Foce
Finosa, poi compie una brusca discesa in un fitto sottobosco
profumato, per adagiarsi infine in un traverso pianeggiante che
conduce al rifugio Paliri.
La via normale alla Tafonata sappiamo dovrebbe svolgersi sul
versante sud orientale del monte, costituito da bei lastroni
granitici striati di giallo e arancio, interrotti da terrazze
erbose. Subito alle spalle del rifugio, un canale detritico con
tracce di passaggio porta ad una cengia colonizzata da cespugli
di ginepro. Lungo questa, superando brevi muretti e traversando
piccoli couloires, giungiamo ad una insellatura dove ci leghiamo
con la corda da trenta metri che abbiamo con noi. Mentre salgo
un facile cammino con arbusti, sopraggiunge in discesa una eterogenea
e chiassosa comitiva di otto persone, tutte legate alla stessa
corda. Ci sono signore che calzano scarpe da passeggio, bambini
eccitati ed indisciplinati, e in coda un paio di energumeni che
pretenderebbero di assicurare tutti e mantenere calma la truppa.
Morale: in un baleno questi riescono ad aggrovigliarmi la corda
mentre sto arrampicando. Mi ancoro precipitosamente ad uno spuntone
e lascio passare i barbari. Poi faccio salire la mia compagna.
Per cengette e placche poco inclinate e poi una breve crestina
giungiamo in vetta, a poco più di 1300 metri di quota.
Nella quiete ritrovata, spigoli e aeree creste sfuggono lungo
il versante nord, percorsi da vie più interessanti e difficili.
Noi cercavamo soltanto la normale e qualche piccola emozione:
ebbene le abbiamo trovate. In discesa, lungo la stessa via, ci
fermiamo ad ammirarare il curioso "tafone", enorme
foro irregolare che si apre nella sottile parete poco sotto la
cima cui dà il nome.
Il giorno successivo, dal colle di Bavella imbocchiamo verso
nord la "variante alpinistica" del GR20, che si insinua
tra le strutture rocciose delle Torri dell'Asinao, in alcuni
tratti attrezzata con funi metalliche, e culmina presso il colletto
di U Pargolo, alla base della omonima torre. Il granito di questi
monoliti appare prodigiosamente lavorato come da un raffinato
scalpello. La vista sulla vallata sottostante è superba.
Lontana, si erge la mole scura del Monte Incudine. Nel primo
pomeriggio siamo di ritorno al colle di Bavella. Ridiscendiamo
a Solenzara e proseguiamo fino a Ghisonaccia, quindi risaliamo
la selvaggia valle del Fiumorbo incisa da due orridi, il Defilé
de l'Inzecca e il Defilé delle Strette, fino a Ghisoni,
e, raggiunta ed attraversata l'antica capitale Corte, per stradine
secondarie imbocchiamo infine la valle di Golo. Oltrepassate
le splendide Scale di Santa Regina ci fermiamo a Calacuccia,
dove troviamo sistemazione nel vecchio albergo.
Da qui intendiamo svolgere la seconda parte del nostro programma,
consistente nello scavalcare il Monte Cinto, che con i suoi 2706
metri è la maggiore elevazione della Corsica, traversare
poi il Cirque de la Solitude, salire la Paglia Orba e ricongiungersi
alla Valle di Golo presso il Col del Vergio.
IL
MONTE CINTO E LA PAGLIA ORBA
Lasciamo Calacuccia prima dell'alba. Negli zaini abbiamo sacco
piuma e rotoli di espanso, fornello, mantelline antipioggia e
la corda da trenta metri. In auto ci portiamo per strada sterrata
oltre le Bergerie de Cesta fino ad uno spiazzo, a circa 1700
metri di quota, tra pendii erbosi privi di alberi. Sono le 6,30.
Muoviamo i primi passi seguendo una traccia che risale un evidente
dosso. Dalla piatta sommità ci appare in tutta la sua
estensione la valle dell'Erco, delimitata a nord dallo spoglio
versante sud-orientale del M. Cinto, un vasto e articolato complesso
roccioso, inciso da numerosi canaloni, nel quale non riusciamo
a distinguere con sicurezza la vetta. Uno strano paesaggio lunare
e desolato, eppure affascinante. La traccia penetra nel vallone
e attraversa il torrente all'altezza di una baita, da cui si
scorge più in basso il Rifugio dell'Erco, chiuso come
già sapevamo. Da questo punto, consultando la stringata
relazione francese di cui disponiamo, ci sembra di individuare
la via di salita in una successione di tracce e ometti di pietra
che risalgono un canalone poco sopra il rifugio. Dopo circa 350
metri di salita nel canalone la traccia, però, si perde.
Con il naso all'aria, solleticato dai mille profumi esotici delle
bacche selvatiche che crescono rigogliose, osserviamo delusi
la problematica uscita sopra di noi. Poi scorgiamo tre persone,
giù in basso, proseguire dalla baita verso il fondo del
vallone. Imprecando torniamo indietro e, messa da parte la relazione,
ci gettiamo all'inseguimento dei tre. Anche qui compaiono degli
ometti di pietra che prima non avevamo notato e che ben presto
abbandonano l'invitante fondovalle per condurre in un nuovo scosceso
canalone. Qui però, sotto un imbuto roccioso, la traccia
ancora una volta svanisce. I nostri predecessori, che abbiamo
raggiunto, desistono.
Mentre cerchiamo il passaggio, vediamo sbucare in alto un puntino
colorato che taglia a sinistra e sparisce. La visione ci sprona.
L'uscita è certamente lassù, 600 metri sopra di
noi. Per scomode cengette erbose troviamo il modo di aggirare
il "mauvais pas" e tornare quindi nel fondo del canale,
che percorriamo poi con passi di I e II grado. Alla vista della
quantità di pietre mobili che ci sovrastano rimpiangiamo
di non avere portato con noi i caschi.
Il cielo intanto si va rapidamente coprendo. Solo alle due pomeridiane
usciamo per detriti nei pressi della cresta sommitale e tocchiamo
finalmente il segnale di vetta. Scorgiamo appena la sagoma della
Paglia Orba ad occidente, poi il panorama circolare che rende
celebre il Monte Cinto ci viene precluso dalla nebbia. Iniziamo
a scendere lungo la cresta ovest facilitati dalla presenza di
bolli rossi e tracce, sicuramente la vera "normale"
che, per quanto riguarda il versante dell'Erco, dovrebbe poi
transitare per il Lac du Cinto.
A 2600 metri abbandoniamo la cresta per discendere i ripidi pendii
detritici del versante Haut Asco, seguendo altri bolli colorati,
in vista dell'orrido paretone nord del Cinto e del laghetto d'Argento,
sempre gelato. Qui veniamo raggiunti dal temporale che scarica
pioggia e grandine. Superato il colle di Borba, la traccia segue
la destra orografica del vallone, alta su una gola spettacolare.
Cessa di piovere e riesce il sole, offrendoci un bellissimo colpo
d'occhio sulla Tour Penchée. Il detrito lascia il posto
a placche compatte e molto abbattute dove occorre porre attenzione.
Al fondo, valicato il torrente su una passerella, il sentiero
attraversa una rada foresta di pino laricio e conduce a Haut
Asco, 1422 metri. Vi giungiamo alle 19, a più di 12 ore
dalla partenza. Qui troviamo sistemazione in un accogliente albergo-rifugio,
dove possiamo fare la doccia, avere servita la cena e stemperare
le fatiche in un bicchierino di "liqueur au myrte".
Dormiamo fino a tardi, pensiamo di meritarlo. Sono le 11 quando
lasciamo Haut Asco, incamminandoci lungo il tracciato di una
sciovia. Per terreni morenici giungiamo nei pressi del rifugio
d'Altare, in ricostruzione dopo essere stato distrutto da un
incendio, e quindi ci connettiamo al tracciato del GR 20. Affacciati
al Col Perdù, ammiriamo il sorprendente Cirque de la Solitude,
anfiteatro roccioso racchiuso tra questo colle e la gemella Bocca
Minuta, sospeso su un profondo vallone, selvaggio e inaccessibile.
Le nubi si vanno raccogliendo minacciose attorno alle vette aguzze
delle cime circostanti, perciò ci affrettiamo a superare
questo passaggio. Corde fisse aiutano la discesa prima e poi
la risalita sull'opposto versante. La sensazione di severa desolazione
che si prova al fondo della conca, dalla quale non si vedono
che guglie, placconi e frastagliate creste di roccia, è
assoluta. Alle 15 siamo alla Bocca Minuta, 2218 metri, e comincia
a piovere. Le mantelline svolgono di nuovo un buon lavoro e,
sotto il temporale, scendiamo rapidamente in direzione delle
Bergerie Ballone. Intorno ai 1700 metri giungiamo al bell'edificio
in legno del Refuge de la Minuta. Ne approfittiamo per sostare
all'asciutto e lasciare che il temporale si esaurisca.
Sono le 16. Di lì a poco arriva il gestore, un omaccione
cordiale e autorevole che riporta subito un po' di ordine nel
locale sovraffollato. Racconta di essere stato colto dal temporale
proprio nel tratto di salita alla Bocca Minuta, essendo egli
partito da Haut Asco, dove si reca abitualmente a passare la
notte, solo alle 13,30. Salute e tenacia certamente non gli difettano,
purché riesca a conservarle integre tra un temporale e
l'altro! Dopo un'ora il cielo ritorna completamente sereno e
noi lasciamo il rifugio troppo affollato diretti alle Bergerie
Ballone, a 1440 metri. Purtroppo, le troviamo trasformate in
semplice punto di ristoro senza possibilità di alloggio,
così, poco più sotto, al cospetto delle Tours des
Italiens e delle grigie pareti del Capo Uccello, sul bordo piatto
e sabbioso del torrente allestiamo un bivacco nel più
classico stile far-west, dove non manca la caffettiera messa
a bollire sul fuoco.
Il giorno seguente, lasciato di buon'ora il luogo del bivacco,
ad una svolta del sentiero vediamo stagliarsi la Paglia Orba,
2550 metri, con le sue pareti di porfido, puddinga e rioliti,
dal colore rossastro che di lontano ricorda piuttosto il granito,
incontestabilmente la più bella montagna dell'isola. Il
tracciato prosegue immerso in un bosco di pini dal fusto enorme
e a volte contorto, che poi lascia man mano il posto alle radure,
fittamente "arate" dai cinghiali e maialini selvatici.
Abbandonato il corso del torrente principale, risaliamo il vallone
dei Prugnoli fino al Col de Foggiale, 1963 metri, ormai nei pressi
del rifugio Ciottolu di i Mori. La Paglia Orba erge qui il suo
versante meridionale. La salita della via normale si svolge lungo
il versante ovest, cui si accede per il sentiero che sale al
Col des Maures. Prima di toccare il colle imbocchiamo a destra
un evidente couloir ingombro di grossi blocchi, dove la via è
nuovamente segnata da ometti di pietra.
Ma questa volta il maltempo è in anticipo e, appena attaccato
il tratto roccioso del canalone, l'ennesimo furioso temporale
ci obbliga a ripiegare. Poniamo piede nel rifugio Ciottolu di
i Mori sotto lo scrosciare dell'acqua e ripartiamo dopo un'ora
con la pioggia battente. Cupi brontolii si fanno ancora sentire,
con la palese intenzione di rovinarci il resto della discesa.
L'alta valle di Golo, pur sotto la pioggia, è comunque
meravigliosa. Il sentiero ne costeggia ora un versante ora l'altro,
consentendo di ammirare scorci sempre diversi, dominati da creste
dentellate e aspre pareti. Il letto del torrente è spesso
scavato in lastre levigate di roccia chiara. Intorno ai 1500
metri entriamo nel bosco per sbucare infine sulla strada poco
sotto il colle del Vergio, a circa 1400 metri. Anche oggi sono
trascorse quasi dodici ore dalla partenza.
Grazie a un passaggio possiamo rientrare a Calacuccia giusto
per l'ora della cena. Al recupero della nostra vettura ci penseremo
domani, quando la gentilezza dei corsi si mostrerà ancora
prodiga di gradite sorprese. |