Speciale - VACANZE

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luglio/agosto 1998





CORSICA
Due itinerari escursionistici tra le suggestive montagne della Corsica, con base al colle di Bavella e nella valle di Golo.

di Pier Luigi Salza


Aspro e roccioso, raccolto e silenzioso, ricco d'acqua e di foreste, l'interno montuoso della Corsica nasconde bellezze non meno eclatanti delle magnifiche coste che lo racchiudono e, per quanto goda di una meritata notorietà e di una discreta frequentazione, è tuttora in grado di offrire al visitatore angoli di natura selvaggia e scorci indimenticabili. Grazie al classico sentiero della Grande Randonnée, denominato GR20 è possibile percorrere l'intera ossatura principale dell'isola e compiere anelli di diverso impegno seguendo le numerose varianti che congiungono il GR20 alle coste. I due itinerari che proponiamo, con partenza rispettivamente dal colle di Bavella e dalla valle di Golo, rappresentano un esempio degli innumerevoli percorsi che, con un po' di fantasia, possono essere ritagliati attorno al GR20.

TRA LA TAFONATA DI PALIRI E LE TORRI DELL'ASINAO
Lungo la strada che da Solenzara si inerpica tortuosa seguendo l'omonima valle, i numerosi accessi al torrente e le sue pozze limpide e verdi rappresentano altrettante tentazioni per il viaggiatore diretto al Col de Bavella. Sarebbe un peccato rinunciarvi, ed è così che soltanto sul far della sera superiamo pigramente la Bocca di Larone, da cui ci appaiono nella luce del tramonto le guglie di granito rosso e ocra che fan da spalti al colle: le Ferriate e la Tafonata di Paliri a oriente, le dentellate Torri dell'Asinao a nord. Il Village de Bavella è un pugno di capanni ricoperti di lamiera ondulata, sparsi in una fiabesca foresta di pino laricio, i cui esemplari più esposti al vento ergono le loro chiome con fatica, curvi e appiattiti. Qui sistemiamo la nostra tendina. Sono le 7 quando, il mattino seguente, ci incamminiamo sulla traccia del GR20, verso la Tafonata di Paliri, nostra prima meta. Il sentiero rimonta la sella di Foce Finosa, poi compie una brusca discesa in un fitto sottobosco profumato, per adagiarsi infine in un traverso pianeggiante che conduce al rifugio Paliri.
La via normale alla Tafonata sappiamo dovrebbe svolgersi sul versante sud orientale del monte, costituito da bei lastroni granitici striati di giallo e arancio, interrotti da terrazze erbose. Subito alle spalle del rifugio, un canale detritico con tracce di passaggio porta ad una cengia colonizzata da cespugli di ginepro. Lungo questa, superando brevi muretti e traversando piccoli couloires, giungiamo ad una insellatura dove ci leghiamo con la corda da trenta metri che abbiamo con noi. Mentre salgo un facile cammino con arbusti, sopraggiunge in discesa una eterogenea e chiassosa comitiva di otto persone, tutte legate alla stessa corda. Ci sono signore che calzano scarpe da passeggio, bambini eccitati ed indisciplinati, e in coda un paio di energumeni che pretenderebbero di assicurare tutti e mantenere calma la truppa.
Morale: in un baleno questi riescono ad aggrovigliarmi la corda mentre sto arrampicando. Mi ancoro precipitosamente ad uno spuntone e lascio passare i barbari. Poi faccio salire la mia compagna. Per cengette e placche poco inclinate e poi una breve crestina giungiamo in vetta, a poco più di 1300 metri di quota. Nella quiete ritrovata, spigoli e aeree creste sfuggono lungo il versante nord, percorsi da vie più interessanti e difficili. Noi cercavamo soltanto la normale e qualche piccola emozione: ebbene le abbiamo trovate. In discesa, lungo la stessa via, ci fermiamo ad ammirarare il curioso "tafone", enorme foro irregolare che si apre nella sottile parete poco sotto la cima cui dà il nome.
Il giorno successivo, dal colle di Bavella imbocchiamo verso nord la "variante alpinistica" del GR20, che si insinua tra le strutture rocciose delle Torri dell'Asinao, in alcuni tratti attrezzata con funi metalliche, e culmina presso il colletto di U Pargolo, alla base della omonima torre. Il granito di questi monoliti appare prodigiosamente lavorato come da un raffinato scalpello. La vista sulla vallata sottostante è superba. Lontana, si erge la mole scura del Monte Incudine. Nel primo pomeriggio siamo di ritorno al colle di Bavella. Ridiscendiamo a Solenzara e proseguiamo fino a Ghisonaccia, quindi risaliamo la selvaggia valle del Fiumorbo incisa da due orridi, il Defilé de l'Inzecca e il Defilé delle Strette, fino a Ghisoni, e, raggiunta ed attraversata l'antica capitale Corte, per stradine secondarie imbocchiamo infine la valle di Golo. Oltrepassate le splendide Scale di Santa Regina ci fermiamo a Calacuccia, dove troviamo sistemazione nel vecchio albergo.
Da qui intendiamo svolgere la seconda parte del nostro programma, consistente nello scavalcare il Monte Cinto, che con i suoi 2706 metri è la maggiore elevazione della Corsica, traversare poi il Cirque de la Solitude, salire la Paglia Orba e ricongiungersi alla Valle di Golo presso il Col del Vergio.

IL MONTE CINTO E LA PAGLIA ORBA
Lasciamo Calacuccia prima dell'alba. Negli zaini abbiamo sacco piuma e rotoli di espanso, fornello, mantelline antipioggia e la corda da trenta metri. In auto ci portiamo per strada sterrata oltre le Bergerie de Cesta fino ad uno spiazzo, a circa 1700 metri di quota, tra pendii erbosi privi di alberi. Sono le 6,30. Muoviamo i primi passi seguendo una traccia che risale un evidente dosso. Dalla piatta sommità ci appare in tutta la sua estensione la valle dell'Erco, delimitata a nord dallo spoglio versante sud-orientale del M. Cinto, un vasto e articolato complesso roccioso, inciso da numerosi canaloni, nel quale non riusciamo a distinguere con sicurezza la vetta. Uno strano paesaggio lunare e desolato, eppure affascinante. La traccia penetra nel vallone e attraversa il torrente all'altezza di una baita, da cui si scorge più in basso il Rifugio dell'Erco, chiuso come già sapevamo. Da questo punto, consultando la stringata relazione francese di cui disponiamo, ci sembra di individuare la via di salita in una successione di tracce e ometti di pietra che risalgono un canalone poco sopra il rifugio. Dopo circa 350 metri di salita nel canalone la traccia, però, si perde. Con il naso all'aria, solleticato dai mille profumi esotici delle bacche selvatiche che crescono rigogliose, osserviamo delusi la problematica uscita sopra di noi. Poi scorgiamo tre persone, giù in basso, proseguire dalla baita verso il fondo del vallone. Imprecando torniamo indietro e, messa da parte la relazione, ci gettiamo all'inseguimento dei tre. Anche qui compaiono degli ometti di pietra che prima non avevamo notato e che ben presto abbandonano l'invitante fondovalle per condurre in un nuovo scosceso canalone. Qui però, sotto un imbuto roccioso, la traccia ancora una volta svanisce. I nostri predecessori, che abbiamo raggiunto, desistono.
Mentre cerchiamo il passaggio, vediamo sbucare in alto un puntino colorato che taglia a sinistra e sparisce. La visione ci sprona. L'uscita è certamente lassù, 600 metri sopra di noi. Per scomode cengette erbose troviamo il modo di aggirare il "mauvais pas" e tornare quindi nel fondo del canale, che percorriamo poi con passi di I e II grado. Alla vista della quantità di pietre mobili che ci sovrastano rimpiangiamo di non avere portato con noi i caschi.
Il cielo intanto si va rapidamente coprendo. Solo alle due pomeridiane usciamo per detriti nei pressi della cresta sommitale e tocchiamo finalmente il segnale di vetta. Scorgiamo appena la sagoma della Paglia Orba ad occidente, poi il panorama circolare che rende celebre il Monte Cinto ci viene precluso dalla nebbia. Iniziamo a scendere lungo la cresta ovest facilitati dalla presenza di bolli rossi e tracce, sicuramente la vera "normale" che, per quanto riguarda il versante dell'Erco, dovrebbe poi transitare per il Lac du Cinto.
A 2600 metri abbandoniamo la cresta per discendere i ripidi pendii detritici del versante Haut Asco, seguendo altri bolli colorati, in vista dell'orrido paretone nord del Cinto e del laghetto d'Argento, sempre gelato. Qui veniamo raggiunti dal temporale che scarica pioggia e grandine. Superato il colle di Borba, la traccia segue la destra orografica del vallone, alta su una gola spettacolare. Cessa di piovere e riesce il sole, offrendoci un bellissimo colpo d'occhio sulla Tour Penchée. Il detrito lascia il posto a placche compatte e molto abbattute dove occorre porre attenzione. Al fondo, valicato il torrente su una passerella, il sentiero attraversa una rada foresta di pino laricio e conduce a Haut Asco, 1422 metri. Vi giungiamo alle 19, a più di 12 ore dalla partenza. Qui troviamo sistemazione in un accogliente albergo-rifugio, dove possiamo fare la doccia, avere servita la cena e stemperare le fatiche in un bicchierino di "liqueur au myrte". Dormiamo fino a tardi, pensiamo di meritarlo. Sono le 11 quando lasciamo Haut Asco, incamminandoci lungo il tracciato di una sciovia. Per terreni morenici giungiamo nei pressi del rifugio d'Altare, in ricostruzione dopo essere stato distrutto da un incendio, e quindi ci connettiamo al tracciato del GR 20. Affacciati al Col Perdù, ammiriamo il sorprendente Cirque de la Solitude, anfiteatro roccioso racchiuso tra questo colle e la gemella Bocca Minuta, sospeso su un profondo vallone, selvaggio e inaccessibile.
Le nubi si vanno raccogliendo minacciose attorno alle vette aguzze delle cime circostanti, perciò ci affrettiamo a superare questo passaggio. Corde fisse aiutano la discesa prima e poi la risalita sull'opposto versante. La sensazione di severa desolazione che si prova al fondo della conca, dalla quale non si vedono che guglie, placconi e frastagliate creste di roccia, è assoluta. Alle 15 siamo alla Bocca Minuta, 2218 metri, e comincia a piovere. Le mantelline svolgono di nuovo un buon lavoro e, sotto il temporale, scendiamo rapidamente in direzione delle Bergerie Ballone. Intorno ai 1700 metri giungiamo al bell'edificio in legno del Refuge de la Minuta. Ne approfittiamo per sostare all'asciutto e lasciare che il temporale si esaurisca.
Sono le 16. Di lì a poco arriva il gestore, un omaccione cordiale e autorevole che riporta subito un po' di ordine nel locale sovraffollato. Racconta di essere stato colto dal temporale proprio nel tratto di salita alla Bocca Minuta, essendo egli partito da Haut Asco, dove si reca abitualmente a passare la notte, solo alle 13,30. Salute e tenacia certamente non gli difettano, purché riesca a conservarle integre tra un temporale e l'altro! Dopo un'ora il cielo ritorna completamente sereno e noi lasciamo il rifugio troppo affollato diretti alle Bergerie Ballone, a 1440 metri. Purtroppo, le troviamo trasformate in semplice punto di ristoro senza possibilità di alloggio, così, poco più sotto, al cospetto delle Tours des Italiens e delle grigie pareti del Capo Uccello, sul bordo piatto e sabbioso del torrente allestiamo un bivacco nel più classico stile far-west, dove non manca la caffettiera messa a bollire sul fuoco.
Il giorno seguente, lasciato di buon'ora il luogo del bivacco, ad una svolta del sentiero vediamo stagliarsi la Paglia Orba, 2550 metri, con le sue pareti di porfido, puddinga e rioliti, dal colore rossastro che di lontano ricorda piuttosto il granito, incontestabilmente la più bella montagna dell'isola. Il tracciato prosegue immerso in un bosco di pini dal fusto enorme e a volte contorto, che poi lascia man mano il posto alle radure, fittamente "arate" dai cinghiali e maialini selvatici. Abbandonato il corso del torrente principale, risaliamo il vallone dei Prugnoli fino al Col de Foggiale, 1963 metri, ormai nei pressi del rifugio Ciottolu di i Mori. La Paglia Orba erge qui il suo versante meridionale. La salita della via normale si svolge lungo il versante ovest, cui si accede per il sentiero che sale al Col des Maures. Prima di toccare il colle imbocchiamo a destra un evidente couloir ingombro di grossi blocchi, dove la via è nuovamente segnata da ometti di pietra.
Ma questa volta il maltempo è in anticipo e, appena attaccato il tratto roccioso del canalone, l'ennesimo furioso temporale ci obbliga a ripiegare. Poniamo piede nel rifugio Ciottolu di i Mori sotto lo scrosciare dell'acqua e ripartiamo dopo un'ora con la pioggia battente. Cupi brontolii si fanno ancora sentire, con la palese intenzione di rovinarci il resto della discesa. L'alta valle di Golo, pur sotto la pioggia, è comunque meravigliosa. Il sentiero ne costeggia ora un versante ora l'altro, consentendo di ammirare scorci sempre diversi, dominati da creste dentellate e aspre pareti. Il letto del torrente è spesso scavato in lastre levigate di roccia chiara. Intorno ai 1500 metri entriamo nel bosco per sbucare infine sulla strada poco sotto il colle del Vergio, a circa 1400 metri. Anche oggi sono trascorse quasi dodici ore dalla partenza.
Grazie a un passaggio possiamo rientrare a Calacuccia giusto per l'ora della cena. Al recupero della nostra vettura ci penseremo domani, quando la gentilezza dei corsi si mostrerà ancora prodiga di gradite sorprese.


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