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NON C'È
BUIO OLTRE LA SIEPE
Storia
dell'ex Manicomio di Racconigi
di Chiara Boi Nel
1789, l'architetto Giuseppe Ottino redige un progetto di completamento
dell'Ospedale di Carità di Racconigi. Nel 1871 nasce il
nuovo ospedale neuropsichiatrico provinciale, il manicomio, che
nel giorno della sua inaugurazione contava due maniaci':
una donna, filatrice di Monasterolo Vasco, e un uomo di 32 anni
di Barge. Nel 1900 i malati erano oltre 500, in breve tempo più
che moltiplicati; il picco più alto si tocca durante la
Grande Guerra, quando viene ampiamente superato il numero di
1800 degenti. Da allora il numero è calato, stabilizzandosi,
fino agli Anni 60, sul migliaio. Attualmente la struttura conta
meno di duecento persone.
Il complesso ospedaliero sorge su un'area di circa 20 ettari
dove sono distribuiti diversi edifici. Ci sono padiglioni per
la degenza e per i servizi, ambulatori, sale operatorie, giardini,
fontane e una vasta area, di circa 10 ettari, adibita a colonia
agricola.
Conto alla
rovescia per la chiusura
Da più parti si sta cercando di indagare e di conoscere
la situazione generale degli ex Ospedali Psichiatrici del nostro
paese. In realtà l'argomento resta in molti casi senza
risposte chiare. Abbiamo scelto di occuparci dell'ex manicomio
di Racconigi, cercando di seguirne l'evoluzione in atto. Per
molti anni l'ospedale psichiatrico racconigese è stato
l'unico della provincia, e oltre all'elevato numero di ricoverati,
vi lavoravano quotidianamente all'interno molti infermieri e
operai. La città ha gradualmente inglobato la struttura,
prima collocata al margine, con lo sviluppo dell'edilizia e con
un processo culturale di apertura avvenuto nel corso dei decenni.
Racconigi è conosciuta come la città dei pazzerelli,
ma al di là del tono ironico, la convivenza tra malattia
mentale e normalità, in questa cittadina
è sempre stata buona. Il processo di abbattimento delle
mura si è verificato in modo indolore, per gradi, e sotto
gli occhi della popolazione. I malati meno gravi vivono quotidianamente
tra la popolazione, vi si sono integrati senza l'additamento
o la ghettizzazione (vanno a fare la spesa, ritirano la pensione,
frequentano i locali pubblici). Con questo terremmo a presentare
un quadro diverso, non un'isola felice ma un piccolo centro agricolo
che è cresciuto e si è ampliato tenendo con sé
la realtà manicomiale.
Per avere un quadro della situazione
abbiamo incontrato il dottor Leopoldo Cappenberg, medico psichiatra,
direttore sanitario dell'ex Ospedale Psichiatrico di Racconigi.
Quanti ospiti ci sono ancora
nelle strutture racconigesi?
Abbiamo 197 pazienti: 139 uomini e 58 donne. In quest'ultimo
periodo ci hanno lasciati, per altre sedi, una ventina di utenti
e spero di poter continuare a reinserirne altri sul territorio.
Recuperare una vita di reclusione durata decenni non è
facile. L'aspetto più complesso riguarda il superamento
del concetto di manicomio. Per un intero periodo storico-culturale
l'ospedale psichiatrico è stata la risposta più
semplice alla soluzione del disagio psichico. Per
questo, ridare ai pazienti la possibilità di reinserimento
nel territorio può ancora essere considerato un progetto
di sfida. E' risaputo che quando l'ospedale racconigese contava
1500 ricoverati, questi stavano all'interno di un'isola, circondata
da mura. Potevano passeggiare negli appositi corridoi, seguivano
rigide regole di comportamento ed erano in gran parte relegati
alle libertà manicomiali. Giardini e fontane
erano meta dei dottori, non dei pazienti.
Le cose sono molto cambiate dalla fine degli Anni 80. Attualmente
esistono quattro comunità interne all'ex manicomio: due
per portatori di handicap e due per malati psichici. Inoltre
dal 92 esiste un'associazione, il Germoglio, finalizzata
al superamento dell'ospedale psichiatrico. E' composta da utenti,
operatori, volontari, ed è patrocinata dall'USSL locale.
E' nata sulle ceneri dell'esperienza di un operatore e di qualche
utente che seguiva la ergoterapia (in parole povere, l'idea che
il lavoro può far bene) come metodo terapeutico; attualmente
si prosegue questo discorso lasciando però libera la scelta
di partecipazione.
Ci sono cambiamenti in atto?
Siamo in una fase di rapida trasformazione, risponde il
dottor Cappenberg, possiamo dire di continuare in un cammino
lento ma graduale. A cavallo tra gli Anni 70 e 80 si è
avviato il processo di demanicomizzazione; negli anni successivi
le modifiche radicali si sono attenuate, se non del tutto svanite.
La ripresa è avvenuta nel 1989 con il direttore sanitario
dottor Moirano. E' stato il lavoto mirato e attento di un'equipe
che ha cercato una via per il superamento dell'ospedale.
La Via
del giardino supera il reparto
Il decentramento dei servizi ha preso corpo con iniziative collaterali,
come l'aver dato la mensa e la lavanderia in appalto a ditte
esterne alla struttura ospedaliera, facendo in modo di rompere
con la monoliticità del sistema. Si sono creati quindi
quei contatti e quei supporti necessari per reinserire l'utenza
nella comunità circostante. Il dottor Luciano Fico, con
l'aiuto di diversi collaboratori, ha creato nel 1990 una comunità
per pazienti psichici detta Via del Giardino. Il suo fine era
il superamento del reparto e delle sue regole. Schematizzando,
negli anni 50-60 nei manicomi c'erano due tipi di regole: le
prime, più propriamente organizzative, erano atte a uniformare
le risposte e i bisogni di tutti i ricoverati (come per esempio
l'orario della doccia e del pranzo); le seconde si potrebbero
chiamare di prevenzione passiva, esse limitavano
le attività consentite ai singoli in nome di una prevenzione
generale delle situazioni sgradevoli (per esempio,
se nel reparto c'erano degli alcolisti nessuno poteva bere vino).
Con la comunità Via del Giardino e con la successiva comunità
Monviso, nata nel 1992, si sono intaccate delle situazioni croniche
e gradualmente si è data una risposta specifica alla realtà
esistente. Questo è avvenuto dopo la chiusura del grande
reparto situato nel vecchio edificio. Ricordiamo che tra il 1981
e il 1991 sono state dimesse 300 persone.
Per avere un quadro più chiaro della situazione ci siamo
fatti spiegare le funzioni principali e le modalità di
attuazione dei progetti in corso nelle comunità. Le caratteristiche
che ci preme sottolineare riguardano: il numero limitato di pazienti
e quindi una risposta individualizzata (14 utenti uomini per
la Monviso e 9 per la Via del Giardino, ora a carattere misto);
un numero ridotto di operatori che tuttavia hanno assunto un
ruolo determinante per il loro grado di responsabilità
nelle scelte di gestione all'interno della comunità; l'uso
di regole attive prese in alcuni casi di comune accordo tra utenti
e operatori. Per esempio i pazienti della comunità Via
del Giardino si autogestiscono durante la notte; hanno in gestione
le chiavi dei locali e stanno rafforzando i legami di amicizia
tra loro.
Da cinque, sei anni si è molto puntato sulla riabilitazione
dei pazienti, mirando a una ricostruzione della capacità
d'integrazione sociale propria del malato. Gradualmente sono
stati preparati alla scelta di una realtà diversa da quella
manicomiale, attraverso attività interne, come musicoterapia
e laboratori, ed esterne, come soggiorni estivi, corsi all'Unitre
ecc.
Dove ci porta la chiusura
dei manicomi?
Gli ospiti hanno acquistato una maggiore autonomia e sicurezza
che permette loro un'avventura esterna protetta e salvaguardata,
continua Cappemberg.
Che cosa si può fare
ancora?
L'interesse comune è che deviati e disabili possano
avere sempre un'area riconosciuta e tutelata dalla collettività.
Le risposte della nostra zona saranno le comunità, le
strutture per anziani e disabili e le case-famiglia.
Ci sono novità organizzative?
Verrà aperta una zona residenziale per sole donne,
dentro le mura, che avrà dieci posti letto. È stato
chiuso il reparto Tamburini e con le nuove disposizioni regionali
posso dire che si è aperta una strada per chi potrà
o vorrà ritornare nei luoghi d'origine. Chi resta abiterà
in strutture rinnovate che seguiranno le nuove norme già
vigenti sul territorio. |