VITA SOCIALE

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luglio/agosto 1998


 

 

NON C'È BUIO OLTRE LA SIEPE
Storia dell'ex Manicomio di Racconigi

di Chiara Boi


Nel 1789, l'architetto Giuseppe Ottino redige un progetto di completamento dell'Ospedale di Carità di Racconigi. Nel 1871 nasce il nuovo ospedale neuropsichiatrico provinciale, il manicomio, che nel giorno della sua inaugurazione contava due ‘maniaci': una donna, filatrice di Monasterolo Vasco, e un uomo di 32 anni di Barge. Nel 1900 i malati erano oltre 500, in breve tempo più che moltiplicati; il picco più alto si tocca durante la Grande Guerra, quando viene ampiamente superato il numero di 1800 degenti. Da allora il numero è calato, stabilizzandosi, fino agli Anni 60, sul migliaio. Attualmente la struttura conta meno di duecento persone.
Il complesso ospedaliero sorge su un'area di circa 20 ettari dove sono distribuiti diversi edifici. Ci sono padiglioni per la degenza e per i servizi, ambulatori, sale operatorie, giardini, fontane e una vasta area, di circa 10 ettari, adibita a colonia agricola.

Conto alla rovescia per la chiusura
Da più parti si sta cercando di indagare e di conoscere la situazione generale degli ex Ospedali Psichiatrici del nostro paese. In realtà l'argomento resta in molti casi senza risposte chiare. Abbiamo scelto di occuparci dell'ex manicomio di Racconigi, cercando di seguirne l'evoluzione in atto. Per molti anni l'ospedale psichiatrico racconigese è stato l'unico della provincia, e oltre all'elevato numero di ricoverati, vi lavoravano quotidianamente all'interno molti infermieri e operai. La città ha gradualmente inglobato la struttura, prima collocata al margine, con lo sviluppo dell'edilizia e con un processo culturale di apertura avvenuto nel corso dei decenni. Racconigi è conosciuta come la città dei “pazzerelli”, ma al di là del tono ironico, la convivenza tra “malattia mentale” e “normalità”, in questa cittadina è sempre stata buona. Il processo di abbattimento delle mura si è verificato in modo indolore, per gradi, e sotto gli occhi della popolazione. I malati meno gravi vivono quotidianamente tra la popolazione, vi si sono integrati senza l'additamento o la ghettizzazione (vanno a fare la spesa, ritirano la pensione, frequentano i locali pubblici). Con questo terremmo a presentare un quadro diverso, non un'isola felice ma un piccolo centro agricolo che è cresciuto e si è ampliato tenendo con sé la realtà manicomiale.

Per avere un quadro della situazione abbiamo incontrato il dottor Leopoldo Cappenberg, medico psichiatra, direttore sanitario dell'ex Ospedale Psichiatrico di Racconigi.

Quanti ospiti ci sono ancora nelle strutture racconigesi?
“Abbiamo 197 pazienti: 139 uomini e 58 donne. In quest'ultimo periodo ci hanno lasciati, per altre sedi, una ventina di utenti e spero di poter continuare a reinserirne altri sul territorio”.
Recuperare una vita di reclusione durata decenni non è facile. L'aspetto più complesso riguarda il superamento del concetto di manicomio. Per un intero periodo storico-culturale l'ospedale psichiatrico è stata la risposta più semplice alla “soluzione” del disagio psichico. Per questo, ridare ai pazienti la possibilità di reinserimento nel territorio può ancora essere considerato un progetto di sfida. E' risaputo che quando l'ospedale racconigese contava 1500 ricoverati, questi stavano all'interno di un'isola, circondata da mura. Potevano passeggiare negli appositi corridoi, seguivano rigide regole di comportamento ed erano in gran parte relegati alle “libertà” manicomiali. Giardini e fontane erano meta dei dottori, non dei pazienti.
Le cose sono molto cambiate dalla fine degli Anni 80. Attualmente esistono quattro comunità interne all'ex manicomio: due per portatori di handicap e due per malati psichici. Inoltre dal ‘92 esiste un'associazione, il Germoglio, finalizzata al superamento dell'ospedale psichiatrico. E' composta da utenti, operatori, volontari, ed è patrocinata dall'USSL locale. E' nata sulle ceneri dell'esperienza di un operatore e di qualche utente che seguiva la ergoterapia (in parole povere, l'idea che il lavoro può far bene) come metodo terapeutico; attualmente si prosegue questo discorso lasciando però libera la scelta di partecipazione.

Ci sono cambiamenti in atto?
“Siamo in una fase di rapida trasformazione, risponde il dottor Cappenberg, possiamo dire di continuare in un cammino lento ma graduale. A cavallo tra gli Anni 70 e ‘80 si è avviato il processo di demanicomizzazione; negli anni successivi le modifiche radicali si sono attenuate, se non del tutto svanite. La ripresa è avvenuta nel 1989 con il direttore sanitario dottor Moirano. E' stato il lavoto mirato e attento di un'equipe che ha cercato una via per il superamento dell'ospedale”.

La “Via del giardino” supera il reparto
Il decentramento dei servizi ha preso corpo con iniziative collaterali, come l'aver dato la mensa e la lavanderia in appalto a ditte esterne alla struttura ospedaliera, facendo in modo di rompere con la monoliticità del sistema. Si sono creati quindi quei contatti e quei supporti necessari per reinserire l'utenza nella comunità circostante. Il dottor Luciano Fico, con l'aiuto di diversi collaboratori, ha creato nel 1990 una comunità per pazienti psichici detta Via del Giardino. Il suo fine era il superamento del reparto e delle sue regole. Schematizzando, negli anni 50-60 nei manicomi c'erano due tipi di regole: le prime, più propriamente organizzative, erano atte a uniformare le risposte e i bisogni di tutti i ricoverati (come per esempio l'orario della doccia e del pranzo); le seconde si potrebbero chiamare di “prevenzione passiva”, esse limitavano le attività consentite ai singoli in nome di una prevenzione generale delle situazioni “sgradevoli” (per esempio, se nel reparto c'erano degli alcolisti nessuno poteva bere vino). Con la comunità Via del Giardino e con la successiva comunità Monviso, nata nel 1992, si sono intaccate delle situazioni croniche e gradualmente si è data una risposta specifica alla realtà esistente. Questo è avvenuto dopo la chiusura del grande reparto situato nel vecchio edificio. Ricordiamo che tra il 1981 e il 1991 sono state dimesse 300 persone.
Per avere un quadro più chiaro della situazione ci siamo fatti spiegare le funzioni principali e le modalità di attuazione dei progetti in corso nelle comunità. Le caratteristiche che ci preme sottolineare riguardano: il numero limitato di pazienti e quindi una risposta individualizzata (14 utenti uomini per la Monviso e 9 per la Via del Giardino, ora a carattere misto); un numero ridotto di operatori che tuttavia hanno assunto un ruolo determinante per il loro grado di responsabilità nelle scelte di gestione all'interno della comunità; l'uso di regole attive prese in alcuni casi di comune accordo tra utenti e operatori. Per esempio i pazienti della comunità Via del Giardino si autogestiscono durante la notte; hanno in gestione le chiavi dei locali e stanno rafforzando i legami di amicizia tra loro.
Da cinque, sei anni si è molto puntato sulla riabilitazione dei pazienti, mirando a una ricostruzione della capacità d'integrazione sociale propria del malato. Gradualmente sono stati preparati alla scelta di una realtà diversa da quella manicomiale, attraverso attività interne, come musicoterapia e laboratori, ed esterne, come soggiorni estivi, corsi all'Unitre ecc.

Dove ci porta la chiusura dei manicomi?
“Gli ospiti hanno acquistato una maggiore autonomia e sicurezza che permette loro un'avventura esterna protetta e salvaguardata”, continua Cappemberg.

Che cosa si può fare ancora?
“L'interesse comune è che deviati e disabili possano avere sempre un'area riconosciuta e tutelata dalla collettività. Le risposte della nostra zona saranno le comunità, le strutture per anziani e disabili e le case-famiglia”.

Ci sono novità organizzative?
“Verrà aperta una zona residenziale per sole donne, dentro le mura, che avrà dieci posti letto. È stato chiuso il reparto Tamburini e con le nuove disposizioni regionali posso dire che si è aperta una strada per chi potrà o vorrà ritornare nei luoghi d'origine. Chi resta abiterà in strutture rinnovate che seguiranno le nuove norme già vigenti sul territorio”.


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