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MATTI DA
SLEGARE
Il malato
mentale non è un criminale, non deve scontare una pena,
non ha un conto aperto con la società
di Giovanni Monaco Il luogo è Trieste, il personaggio principale
un giovane psichiatra fresco di laurea, Franco Basaglia, l'ambientazione
un grande ospedale psichiatrico. Camicie di forza, grate, cancelli,
capelli rasati a zero, elettroschock, camioncini grigi e violenze
fisiche: questi i nemici da combattere per l'eroe della pellicola.
Ma nel film della legge 180, malgrado la buona fede e i nobili
ideali di molti, a partire da Basaglia stesso, quello che manca
è proprio il lieto fine.
Il giovane direttore di manicomio, quando vent'anni fa ispirò
la riforma che avrebbe portato alla progressiva chiusura delle
case di cura mentale, non immaginava probabilmente le conseguenze
che si sarebbero verificate. I 100mila ricoverati di allora si
sono trasformati nei circa 15mila attuali; gli altri? La maggior
parte morirono per morte naturale, i più fortunati rientrarono
in famiglia o vennero inseriti in comunità protette. Molti
furono abbandonati a se stessi e finirono barboni. Oggi, gli
ex degenti degli ospedali psichiatrici sono relativamente pochi,
hanno un'età media tra i cinquanta e i sessant'anni e
solo la metà di essi soffre di disturbi mentali: gli altri
sono vecchi handicappati abbandonati a se stessi.
Ma il problema attuale, forse, è un altro ancora. I 500mila-1
milione (dipende da chi fa le stime) di giovani mai internati
che manifestano le prime avvisaglie della malattia tra i sedici
e i trent'anni. Il loro numero sale di anno in anno e le responsabilità
della loro cura sono demandate totalmente alle famiglie. Sole,
impreparate, non protette. Si è creato un esercito di
apprendisti psichiatri (i genitori, loro malgrado) che cerca
la soluzione in medicine miracolose. Molte famiglie nascondono
il proprio congiunto malato anche per una sorta di pudore sociale.
L'imperativo della legge 180, fondamentalmente, è uno
solo ed è anche la pietra dello scandalo, malgrado la
profondità e la correttezza del principio morale che manifesta:
il malato mentale non è un criminale, non deve scontare
una pena, non ha un conto aperto con la società. Perciò
può essere internato solo se lo vuole, se presta consenso,
se lo decide lui insomma. Certo, il presupposto della 180 è
che il malato si renda conto di esserlo ed è proprio a
questo punto che cominciano i problemi.
Secondo una ricerca dell'Istituto
italiano di medicina sociale, in questi anni è cresciuto
il numero di servizi a disposizione dei malati. Alcuni di essi,
peraltro, sono di buona qualità, ma confinati in rare
realtà territoriali; il Sud e le Isole hanno carenze abissali,
come in molti altri settori della vita economico-sociale del
Paese. Qui mancano del tutto gli istituti di tipo residenziale,
comunità sempre aperte con un numero massimo di venti
posti letto, che accolgano pazienti bisognosi di interventi di
media e lunga durata. Negli ospedali generali, qualche posto
è riservato ai malati di mente, ma la guerra per accaparrarseli
(anche a colpi di raccomandazioni e amicizie, beninteso) scoraggerebbe
anche chi non fosse già prostrato da una vita trascorsa
con uno schizofrenico in casa.
Sì, perché la cosa più imbarazzante e dolorosa,
che spesso i familiari tacciono per pudore, è la violenza
fisica e psicologica che ogni giorno subiscono dai loro congiunti.
Qualche settimana fa, proprio in coincidenza con i "festeggiamenti"
per il ventennale della 180, ha destato scalpore una telefonata
a una trasmissione radiofonica nazionale. Parlava un genitore,
un professore universitario. Praticamente sul lastrico, perché
aveva speso tutto per il mantenimento del figlio, uno schizofrenico
trentenne di un metro e novanta e piuttosto violento. "Quando
si arrabbia nascono i problemi. Comincia a lanciare oggetti e
mette a repentaglio la nostra incolumità fisica. Lui,
da parte sua, non accetta di considerare un handicap la propria
condizione mentale".
In questi casi il vero padrone di casa è il malato. E'
in casa che si riversano le frustrazioni e le crisi del malato.
La complessità della malattia mentale non è gestibile
solo dalla famiglia, ma richiede strutture e professionisti.
Cosa succede quando un malato ha una crisi acuta e non si lascia
curare? La legge, appunto, prevede che per attivare la cura è
necessario il consenso di chi ha il problema mentale. Ma molti
non ammettono il proprio stato: "Quando hanno una crisi
violenta - racconta una mamma - non ci resta che l'unico strumento
consentito dall'ordinamento, il trattamento sanitario obbligatorio.
Dopo un increscioso procedimento burocratico, arriva un'ambulanza
con i vigili urbani per prelevare il malato. Il vicinato si allarma
e inizia a emarginare la famiglia che, ovviamente, si sente umiliata
e colpevole. L'ammalato serba profondi rancori. Meglio sarebbe
che la cosa fosse gestita da un medico a domicilio. Con mio figlio
ho dovuto utilizzare il Tso per ben undici volte".
Pensare che la 180, dal punto
di vista dei prinicipi e della civiltà è un grande
passo avanti. E' giusto recuperare le persone e restituire dignità.
Franco Basaglia, a rileggerne oggi i comportamenti, pare davvero
uno di quei personaggi da pellicola americana che combattono
contro gli ingiusti e i cattivi. La rivoluzione dei manicomi
cominciò a Gorizia all'inizio degli anni sessanta. Basaglia
fu nominato direttore del manicomio isontino dove erano ricoverati
650 soggetti: nel giro di qualche anno realizzò un cambiamento
che cancellò l'ospedale psichiatrico inteso come luogo
di reclusione. La sua volontà? Restituire ai matti
la dignità di persone. Nell'agosto del 1971 Basaglia divenne
direttore del manicomio di Trieste; nel vasto comprensorio di
San Giovanni c'erano quasi milleduecento malati.
Qui il suo progetto di chiusura dell'ospedale psichiatrico divenne
realtà, tra le polemiche e la ferma opposizione di parte
della città. Egli fece nascere laboratori di pittura e
di teatro: una macchina scenica, un cavallo costruito in legno
e cartapesta, fu ribattezzata Marco Cavallo e sfilò in
corteo sulle vie di Trieste spazzate dalla bora, seguito da medici,
infermieri, malati, artisti. Nello stesso anno si formò
la cooperativa che imiegava circa sessanta ricoverati. Era un'abitudine,
negli ospedali psichiatrici, utilizzre i degenti per i lavori
di pulizia. La nascita della cooperativa fece maturare la consapevolezza
che questi uomini e queste donne, benché internati, svolgessero
un lavoro che andava riconosciuto e retribuito: per ottenerlo
si giunse a uno sciopero, fu un episodio straordinario, chi era
occupato nella cooperativa ottenne un salario e di colpo passò
dallo status di internato a quello di lavoratore.
Oggi il comprensorio dell'ex
ospedale psichiatrico di Trieste, il posto dei matti per antonomasia,
sta diventando nuovamente parte della città. Sei palazzine
ospitano dipartimenti universitari di fisica e di scienze, scuole
di perfezionamento, un istituto tecnico professionale e quello
di medicina del lavoro, mentre una decina di edifici ospita strutture
che dipendono o collaborano con il Dipartimento di salute mentale.
Basaglia, però, ha fallito. Non lui personalmente, ma
la legge che è scaturita dalla sua battaglia. Chiudere
non è stato sufficiente e l'apertura delle case di cura
altro non ha fatto che creare il disagio per i parenti e i responsabili
dei malati di mente, senza riuscire a migliorare la condizione
di costoro. Certo, abbandonare una situazione di reclusione di
fatto è stata una conquista, ma l'alternativa non c'è
stata. Nel parapiglia per rispettare le varie scadenze della
legge (nel '96 tutti i manicomi dovevano chiudere, anche se poi
questo non si è compiutamente verificato), molti internati
non sono stati preparati alla nuova vita che li avrebbe attesi.
Ciò ha generato shock, disagi e ingiustizie: come il caso
di due fidanzati, separati dalla burocrazia e in seguito ricongiunti
grazie al buon senso. O quello della signora disperata perché
le portavano via l'amica del cuore, unico baluardo di una affettività
ritrovata. Storie annullate da un tratto di penna, solo perché
un malato apparteneva a una Regione piuttosto che un'altra.
I detrattori della Basaglia, da subito, denunciarono che senza
prima aver approntato alternative, l'unico cambiamento sarebbe
stato quello di non chiamare più manicomi le stesse strutture
di prima. E che, poi, qualcuno avrebbe cominciato a specularci
sopra. I fatti diedero loro ragione: i giornali riportarono il
caso di una clinica privata (specializzata in problemi mentali)
sorta a tempo-record proprio a fianco di un manicomio appena
chiuso.
Oggi, in ogni caso, la situazione con la quale ci si deve confrontare
è quella creata dalla legge 180. Né sarebbe pensabile
ritornare ai manicomi-lager. una riforma, urgentissima, però
si impone: un'opera di riorganizzazione e razionalizzazione;
occorre più attenzione alla politica della famiglia. Per
partire la Basaglia può essere un buon avvio. Ma, per
carità, miglioriamola. |