VITA SOCIALE

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luglio/agosto 1998

 

 

MATTI DA SLEGARE
Il malato mentale non è un criminale, non deve scontare una pena, non ha un conto aperto con la società

di Giovanni Monaco


Il luogo è Trieste, il personaggio principale un giovane psichiatra fresco di laurea, Franco Basaglia, l'ambientazione un grande ospedale psichiatrico. Camicie di forza, grate, cancelli, capelli rasati a zero, elettroschock, camioncini grigi e violenze fisiche: questi i nemici da combattere per l'eroe della pellicola. Ma nel film della legge 180, malgrado la buona fede e i nobili ideali di molti, a partire da Basaglia stesso, quello che manca è proprio il lieto fine.
Il giovane direttore di manicomio, quando vent'anni fa ispirò la riforma che avrebbe portato alla progressiva chiusura delle case di cura mentale, non immaginava probabilmente le conseguenze che si sarebbero verificate. I 100mila ricoverati di allora si sono trasformati nei circa 15mila attuali; gli altri? La maggior parte morirono per morte naturale, i più fortunati rientrarono in famiglia o vennero inseriti in comunità protette. Molti furono abbandonati a se stessi e finirono barboni. Oggi, gli ex degenti degli ospedali psichiatrici sono relativamente pochi, hanno un'età media tra i cinquanta e i sessant'anni e solo la metà di essi soffre di disturbi mentali: gli altri sono vecchi handicappati abbandonati a se stessi.
Ma il problema attuale, forse, è un altro ancora. I 500mila-1 milione (dipende da chi fa le stime) di giovani mai internati che manifestano le prime avvisaglie della malattia tra i sedici e i trent'anni. Il loro numero sale di anno in anno e le responsabilità della loro cura sono demandate totalmente alle famiglie. Sole, impreparate, non protette. Si è creato un esercito di apprendisti psichiatri (i genitori, loro malgrado) che cerca la soluzione in medicine miracolose. Molte famiglie nascondono il proprio congiunto malato anche per una sorta di pudore sociale.
L'imperativo della legge 180, fondamentalmente, è uno solo ed è anche la pietra dello scandalo, malgrado la profondità e la correttezza del principio morale che manifesta: il malato mentale non è un criminale, non deve scontare una pena, non ha un conto aperto con la società. Perciò può essere internato solo se lo vuole, se presta consenso, se lo decide lui insomma. Certo, il presupposto della 180 è che il malato si renda conto di esserlo ed è proprio a questo punto che cominciano i problemi.

Secondo una ricerca dell'Istituto italiano di medicina sociale, in questi anni è cresciuto il numero di servizi a disposizione dei malati. Alcuni di essi, peraltro, sono di buona qualità, ma confinati in rare realtà territoriali; il Sud e le Isole hanno carenze abissali, come in molti altri settori della vita economico-sociale del Paese. Qui mancano del tutto gli istituti di tipo residenziale, comunità sempre aperte con un numero massimo di venti posti letto, che accolgano pazienti bisognosi di interventi di media e lunga durata. Negli ospedali generali, qualche posto è riservato ai malati di mente, ma la guerra per accaparrarseli (anche a colpi di raccomandazioni e amicizie, beninteso) scoraggerebbe anche chi non fosse già prostrato da una vita trascorsa con uno schizofrenico in casa.
Sì, perché la cosa più imbarazzante e dolorosa, che spesso i familiari tacciono per pudore, è la violenza fisica e psicologica che ogni giorno subiscono dai loro congiunti. Qualche settimana fa, proprio in coincidenza con i "festeggiamenti" per il ventennale della 180, ha destato scalpore una telefonata a una trasmissione radiofonica nazionale. Parlava un genitore, un professore universitario. Praticamente sul lastrico, perché aveva speso tutto per il mantenimento del figlio, uno schizofrenico trentenne di un metro e novanta e piuttosto violento. "Quando si arrabbia nascono i problemi. Comincia a lanciare oggetti e mette a repentaglio la nostra incolumità fisica. Lui, da parte sua, non accetta di considerare un handicap la propria condizione mentale".
In questi casi il vero padrone di casa è il malato. E' in casa che si riversano le frustrazioni e le crisi del malato. La complessità della malattia mentale non è gestibile solo dalla famiglia, ma richiede strutture e professionisti. Cosa succede quando un malato ha una crisi acuta e non si lascia curare? La legge, appunto, prevede che per attivare la cura è necessario il consenso di chi ha il problema mentale. Ma molti non ammettono il proprio stato: "Quando hanno una crisi violenta - racconta una mamma - non ci resta che l'unico strumento consentito dall'ordinamento, il trattamento sanitario obbligatorio. Dopo un increscioso procedimento burocratico, arriva un'ambulanza con i vigili urbani per prelevare il malato. Il vicinato si allarma e inizia a emarginare la famiglia che, ovviamente, si sente umiliata e colpevole. L'ammalato serba profondi rancori. Meglio sarebbe che la cosa fosse gestita da un medico a domicilio. Con mio figlio ho dovuto utilizzare il Tso per ben undici volte".

Pensare che la 180, dal punto di vista dei prinicipi e della civiltà è un grande passo avanti. E' giusto recuperare le persone e restituire dignità. Franco Basaglia, a rileggerne oggi i comportamenti, pare davvero uno di quei personaggi da pellicola americana che combattono contro gli ingiusti e i cattivi. La rivoluzione dei manicomi cominciò a Gorizia all'inizio degli anni sessanta. Basaglia fu nominato direttore del manicomio isontino dove erano ricoverati 650 soggetti: nel giro di qualche anno realizzò un cambiamento che cancellò l'ospedale psichiatrico inteso come luogo di reclusione. La sua volontà? Restituire ai “matti” la dignità di persone. Nell'agosto del 1971 Basaglia divenne direttore del manicomio di Trieste; nel vasto comprensorio di San Giovanni c'erano quasi milleduecento malati.
Qui il suo progetto di chiusura dell'ospedale psichiatrico divenne realtà, tra le polemiche e la ferma opposizione di parte della città. Egli fece nascere laboratori di pittura e di teatro: una macchina scenica, un cavallo costruito in legno e cartapesta, fu ribattezzata Marco Cavallo e sfilò in corteo sulle vie di Trieste spazzate dalla bora, seguito da medici, infermieri, malati, artisti. Nello stesso anno si formò la cooperativa che imiegava circa sessanta ricoverati. Era un'abitudine, negli ospedali psichiatrici, utilizzre i degenti per i lavori di pulizia. La nascita della cooperativa fece maturare la consapevolezza che questi uomini e queste donne, benché internati, svolgessero un lavoro che andava riconosciuto e retribuito: per ottenerlo si giunse a uno sciopero, fu un episodio straordinario, chi era occupato nella cooperativa ottenne un salario e di colpo passò dallo status di internato a quello di lavoratore.

Oggi il comprensorio dell'ex ospedale psichiatrico di Trieste, il posto dei matti per antonomasia, sta diventando nuovamente parte della città. Sei palazzine ospitano dipartimenti universitari di fisica e di scienze, scuole di perfezionamento, un istituto tecnico professionale e quello di medicina del lavoro, mentre una decina di edifici ospita strutture che dipendono o collaborano con il Dipartimento di salute mentale.
Basaglia, però, ha fallito. Non lui personalmente, ma la legge che è scaturita dalla sua battaglia. Chiudere non è stato sufficiente e l'apertura delle case di cura altro non ha fatto che creare il disagio per i parenti e i responsabili dei malati di mente, senza riuscire a migliorare la condizione di costoro. Certo, abbandonare una situazione di reclusione di fatto è stata una conquista, ma l'alternativa non c'è stata. Nel parapiglia per rispettare le varie scadenze della legge (nel '96 tutti i manicomi dovevano chiudere, anche se poi questo non si è compiutamente verificato), molti internati non sono stati preparati alla nuova vita che li avrebbe attesi. Ciò ha generato shock, disagi e ingiustizie: come il caso di due fidanzati, separati dalla burocrazia e in seguito ricongiunti grazie al buon senso. O quello della signora disperata perché le portavano via l'amica del cuore, unico baluardo di una affettività ritrovata. Storie annullate da un tratto di penna, solo perché un malato apparteneva a una Regione piuttosto che un'altra.
I detrattori della Basaglia, da subito, denunciarono che senza prima aver approntato alternative, l'unico cambiamento sarebbe stato quello di non chiamare più manicomi le stesse strutture di prima. E che, poi, qualcuno avrebbe cominciato a specularci sopra. I fatti diedero loro ragione: i giornali riportarono il caso di una clinica privata (specializzata in problemi mentali) sorta a tempo-record proprio a fianco di un manicomio appena chiuso.
Oggi, in ogni caso, la situazione con la quale ci si deve confrontare è quella creata dalla legge 180. Né sarebbe pensabile ritornare ai manicomi-lager. una riforma, urgentissima, però si impone: un'opera di riorganizzazione e razionalizzazione; occorre più attenzione alla politica della famiglia. Per partire la Basaglia può essere un buon avvio. Ma, per carità, miglioriamola.


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