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LIBRI
QUADERNI E PREPOTENZE IL BULLISMO NELLE SCUOLE
È un fenomeno sommerso. Avviene negli spogliatoi, durante momenti
di ricreazione, fuori delle mura scolastiche e lontano dalla vista di
insegnanti e adulti.
Coinvolge elementari e superiori, scuole "per bene" e istituti
"più difficili". Si nutre di emarginazione, offese
verbali, furti, schiaffi e calci. È praticato da giovani contro
coetanei. È il bullismo.
Tutte per uno, uno per tutti
"Il primo giorno di scuola media, la professoressa d'italiano aprì
il registro e cominciò fare l'appello. Il mio nome era stato
scritto male, perciò divenni Stefania, anziché Stefano.
Da quel momento, alcuni miei compagni di classe trovavano ogni pretesto
per offendermi, equivocando sulla mia identità sessuale".
Stefano ormai ha finito gli studi, si è lasciato alle spalle
le continue "prese in giro" grazie "Al supporto, all'amicizia
e, perché no, all'innamoramento di diverse compagne di scuola,
che lentamente, invece di assecondare i quattro bulletti, hanno fatto
quadrato intorno a me. Ma i primi due anni sono stati durissimi...",
conclude.
Sovente, alla prepotenza psicologica si somma quella fisica e, ultimamente,
secondo A., educatrice all'interno di una scuola media torinese, l'aggressione
è rivolta soprattutto verso ragazzini stranieri. "Quest'anno
si sono verificati almeno tre pestaggi ai danni di giovani rumeni. L'ultimo
è avvenuto durante gli esami di fine anno. All'uscita da scuola,
B. ha trovato un gruppo di ex compagni in motorino, i quali, dopo un
diverbio, l'hanno colpito con una spranga di ferro - segno di un'azione
premeditata -, mandandolo al pronto soccorso. La ferita è passata,
ma resta la paura: il giorno seguente B. doveva sostenere il secondo
esame scritto, è andato a scuola e, consegnato il compito, è
scappato a casa".
Sotto la lente d'ingrandimento
"Certamente, il confronto fra adolescenti basato sulla forza, sull'aggressività
verbale o sulla prevaricazione psicologica non è un fenomeno
nuovo. Bisogna, tuttavia, distinguere fra singoli episodi di violenza
e bullismo. Quest'ultimo comportamento si differenzia per essere un'aggressione
ripetuta e prolungata nel tempo da parte di uno o più compagni
nei confronti di un solo soggetto, normalmente più debole, con
danni rilevanti sulla persona e sulla sua capacità di vivere
il gruppo-classe. Le differenze tra una zuffa fra compagni, comunque
non da trascurare, e il bullismo risiedono nella continuità e
nello squilibrio fisico o numerico nella relazione bullo-vittima. In
Italia, la tematizzazione di questo problema e l'attenzione verso le
conseguenze provocate sulla vittima sono relativamente recenti, risalgono
agli anni 80". A cogliere in maggior profondità gli aspetti
del bullismo è il professore Franco Prina, docente di Sociologia
della devianza presso l'Università di Torino e coordinatore scientifico
del Progetto "Violenza nelle scuole-Attenzione alle vittime"
all'interno alla ricerca europea NOV.AS.R.E.S. ("No violenza a
scuola, Rete europea di scambi" www.comune.torino.it/novasres),
frutto di una stretta collaborazione con il Settore politiche giovanili
del Comune di Torino, numerose scuole medie statali e associazioni.
"In Italia, sono state prodotte molte ricerche a livello locale,
diversamente dai Paesi nordici, dove non mancano grandi indagini nazionali
con dati anche più affidabili. Nel nostro Paese, poco o nulla
della violenza fra pari in ambito scolastico viene a conoscenza, né
viene registrato dalle agenzie di controllo, normali fonti di informazione
circa i fenomeni di devianza (polizia, magistratura, ecc.)".
Bulli e/o vittime
Il bullo si caratterizza per la sua aggressività, ostilità
e irritabilità riversata non solo nei confronti di coetanei ma
anche di adulti, genitori e insegnanti. I bulli manifestano un'opinione
positiva verso se stessi, anche perché spesso i compagni non
intervengono, anzi, con silenzi e risate confermano l'immagine del prevaricatore.
"Molti giovani studenti non percepiscono la connotazione negativa
di azioni violente. Oggi, i ragazzi ricorrono meno alle mani, la loro
aggressività spazia piuttosto dalle violenze verbali a veri e
propri stillicidi psicologici. In fondo, ricorrere alle botte è
un gesto che esce allo scoperto, più facilmente visibile e sanzionabile.
Il bullismo, al contrario, è un comportamento maggiormente nascosto",
sostiene M.S. insegnante da più di 25 anni presso una scuola
media nella periferia torinese.
I comportamenti prevaricatori lasciano segni rilevanti nello stato psicofisico
della persona perseguitata: mal di stomaco, emicrania, incubi. Conseguenze
ancora più complesse sono: abbandono scolastico, depressione,
perdita di autostima, tendenza a colpevolizzarsi dell'accaduto, stati
di ansia e attacchi di panico. "Ho smesso di andare a nuoto: i
miei compagni di corso si divertivano solo a deridermi. Nello spogliatoio,
nascondevano la mia sacca e mi rubavano i soldi. Smettere di frequentare
la piscina è stata l'unica soluzione", confessa Andrea,
13 anni.
"La vittima, in genere, deve possedere alcuni caratteri di debolezza;
le caratteristiche esteriori, da sole, non sembrano particolarmente
rilevanti, eccezion fatta per la minore forza fisica. I tratti più
evidenti sono riferibili alla personalità: assenza di aggressività,
maggior grado di ansietà, alto grado di pessimismo nel valutare
la propria situazione. Esistono diversi tipi di persona oppressa - spiega
Franco Prina: per esempio, la vittima 'provocatrice', persona che esprime
atteggiamenti scatenanti riprovazione da parte degli altri".
Professor Prina, il bullo è solo aggressore o anche vittima?
"Alcuni studi confermano una tesi che si applica anche ad altre
situazioni legate alla violenza: chi è aggressore, a sua volta,
è stato vittimizzato. L'ipotesi è comprensibile. Il ciclo
della violenza adolescenziale, infatti, si sviluppa così: i più
grandi sono a contatto con ragazzi più giovani - accade nelle
scuole - i quali, crescendo, cessano di essere vittime e divengono bulli
nei confronti di nuovi compagni più giovani. Al contempo, si
può immaginare che il bullo divenga vittima in altri contesti.
Per esempio, il ragazzo può aver imparato all'interno della famiglia
a relazionare in modo prepotente, avendo vissuto casi di violenza diretta
o indiretta e, pertanto, avendo interiorizzato che una delle forme di
comunicazione e di soluzione di conflitti è la prevaricazione.
Può accadere che il bullo sia vittima, a sua volta, di discriminazioni,
di pregiudizi nell'ambito scolastico. L'atteggiamento di sopraffazione
nei confronti del coetaneo è un modo per ribellarsi e rifiutare
una violenza che sente agita nei suoi confronti da parte di una scuola
che non lo considera o lo attacca, ritenendolo responsabile di ogni
episodio negativo".
Professor Prina, le ragazze sono solo vittime o fra loro esistono anche
figure di "bulle"?
"I dati a livello internazionale confermano una presenza di prevaricatrici
in aumento con la crescita dell'età. Le giovani, tuttavia, sono
protagoniste di violenze di natura più psicologica che fisica:
l'emarginazione della compagna, il pettegolezzo, la calunnia, l'esclusione".
Che vinca il più debole
Quali atteggiamenti si devono attuare per opporsi al bullismo, non solo
per difendersi come vittime, ma in quanto soggetti di una società
che deve evitare di ridurre la violenza giovanile a tabù, minimizzando
gli accaduti con eufemismi quali "bravata da ragazzi"?
"Il primo rimedio è abbandonare il consueto comportamento
omertoso: adulti che vedono, ma al momento di testimoniare si dileguano,
giovani che accettano di subire, evitando di denunciare le aggressioni
per timore - sostiene chiaramente A. - Inoltre, è importante
l'educativa di strada: professionisti che girino nei quartieri e contattino
in modo informale i gruppi di giovani 'a rischio'". Occorre fare
luce negli angoli "bui", dove si svolgono episodi di prepotenze
e sopraffazioni: "Molti progetti a livello europeo - aggiunge Prina
- si propongono di formare e sensibilizzare ad una attenzione specifica
verso il bullismo soprattutto personale non docente che ha la possibilità
di vedere cosa accade lungo i corridoi, nei bagni della scuola, in ambiti
meno visibili dagli insegnati".
C., formatrice e insegnante, propone che "si aiutino gli studenti
ad essere protagonisti di un percorso di riflessione dove sia forte
e chiaro che il 'debole' può vincere, che l'alleanza fra compagni
è un'alternativa al bullismo. Occorre far capire che oltre la
prepotenza c'è altro: alternative più coinvolgenti, più
piacevoli". Come hanno fatto Stefano e le sue compagne.
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Chi
subisce atti di bullismo, può essere convinto/a che non esista
altra soluzione che sopportare.
Non è così: ci sono diverse possibilità di
uscirne, ma mai da soli. Occorre, prima di tutto, informare persone
adulte di fiducia dell'accaduto: genitori, insegnanti, personale
scolastico, educatori, psicologi.
Riferire agli insegnanti, non significa né "fare la
spia", né rischiare di subirne le conseguenze. Informati
attentamente, parlando con un insegnante, potresti scoprire che
nella tua scuola funzionano già sistemi per arginare il fenomeno
(sportelli d'ascolto, "cassette delle prepotenze" dove
lasciare biglietti anonimi sull'accaduto, corsi e incontri di istruzione
sulla gestione dei conflitti).
Puoi rivolgerti anche a enti e personale esterno alla scuola. Nelle
circoscrizioni della città si trovano centri di ascolto e
di supporto individuale, associazioni pubbliche e private per la
difesa dei diritti di cittadinanza. |
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