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settembre/ottobre 2004






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COSA RESTA DI NOI
"Lucia mi confida che da quando si è operata agli occhi e ci vede meglio, anche il suo modo di porsi con gli altri e col mondo è cambiato: ora si sente molto meno portata a fantasticare. È diventata più estroversa. E sicuramente non mi guarda più a un centimetro di distanza, cosa che alla lunga imbarazza, soprattutto dopo una pasta aglio, olio e peperoncino o in una afosa giornata di sole".

di Aldo Ferrari Pozzato


Perché le grandi guerre dell'era moderna non ispirano più poemi epici? Perché Omero era cieco? Perché siamo sommersi dall'informazione ma non riusciamo a comunicare. Poco ci rimane dentro abbastanza a lungo da fruttificare. L'informazione è di per sé indifferente al contributo di chi la riceve. Si presenta come dato direttamente correlato a una situazione di fatto e totalizzante: le cose stanno così, al di fuori non c'è nulla. Tu che ricevi l'informazione sei sostanzialmente passivo. Eventualmente la tua attività si potrebbe trasformare in un fraintendimento deleterio. È una musica che suonano molto alcuni politici, ultimamente, quella del fraintendimento continuo. Spalanca occhi, orecchie e quant'altro e stai bene attento a non perderti nulla, perché nulla esiste oltre. In pratica la raccomandazione è: "Sparisci!"
La suggestione del mezzo audiovisivo è enorme, in questo senso: al cinema si sta zitti, muti e fermi. Almeno così fa la maggior parte della gente, che va al cinema per godersi il film. Il sognare e la fantasia degli spettatori sono completamente azzerati: ti si chiede di immergerti in quel mondo, le cui immagini sono del tutto esplicitate. La partecipazione personale è di risonanza, non di collaborazione alla costruzione della narrazione. Poi certo ci sono i modi del montaggio che stabiliscono la sintassi del racconto, ma anche il montaggio si svolge tutto da un'altra parte e sfrutta meccanismi automatici della percezione della continuità narrativa. Il film ti suggestiona, ma ti annienta anche, mentre sei lì che guardi. La riflessione eventuale arriva dopo. Il mezzo visivo in movimento e corredato di suoni, parole e musica, è molto potente, lascia ben poco spazio di autonomia. Il cinema comporta inoltre una perniciosa sensazione di completezza, del tutto illusoria, che si tramuta in un depauperamento delle facoltà umane, se la si prende per buona. Per questo gli interventi psicologici a distanza, anche quando corredati di webcam, sono un assurdo se pensati come sostituzione dell'intervento psicologico effettuato di persona. La rete ha una sua specificità relazionale, a cui ho fatto cenno in un precedente articolo. E tanto basti, qui.
Meglio va con il suono, la radio, i dischi, i concerti, le letture, sia articolato in parole che in musica. Il suono permette, anzi esige, una collaborazione, per arrivare a stabilire un senso. Ciò significa che è più possibile una partecipazione critica, o, al contrario, fantastica, all'esperienza sonora che si vive. Richiede una maggior vivacità. Forse nasce qui il fastidio per la carta stampata, che alcuni maggiorenti continuano a sbandierare con orgoglio.
La differenza con l'informazione è che la comunicazione, per avvenire, presuppone uno scambio. Uno scambio che ha la sua pienezza nella compresenza fisica, reale o fantastica (l'Autore o il Poeta, per i testi scritti) delle persone coinvolte. E nella partecipazione condivisa alla narrazione, che non è mai del tutto già fatta prima. Insomma, per comunicare in maniera vitale bisogna darsi da fare, chiamando all'appello tutte le facoltà che possediamo. Questo fa della comunicazione un atto molto umano e molto implicato nei processi di crescita, formazione, conoscenza. Un atto che sollecita la poesia e la guarigione, nonché la costruzione di una realtà comprensibile. È un atto caldo, potenzialmente pieno di reciproche emozioni. Che si apre alla creatività. Che è possibile solo quando non tutto è già lì: l'atto delle creazione è proprio nella novità.
Per questo Troia, teatro di ripetute guerre commerciali non diverse da quelle di oggi, ha trovato una serie di cantori, tra cui quello sommo era cieco.
 
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