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Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 04/2004

È COLPA DELLA TV?
La televisione, uno strumento di comunicazione forte che entra nelle case di tutti, ogni giorno. Ma di questo monolite quanto ne sappiamo? Come lo usiamo, cosa ci aspettiamo, in cosa ci influenza, e perché? Ne abbiamo parlato con il Prof. Gian Paolo Caprettini, insegnante di semiologia del cinema presso l'Università degli Studi di Torino (DAMS).

di Carlotta Givo


Che tipo di strumento è il televisore nelle mani dei suoi fruitori?
Il televisore nasce per offrire una gamma di possibilità e non può che riferirsi a differenti tipi di fruitore e quindi non è uno strumento univoco. In generale possiamo dire che è uno strumento che sostituisce il cinema se guardiamo un film, uno strumento che sostituisce la presenza di qualcuno quando si è soli in casa o uno strumento radiofonico se lo accendiamo senza prestare attenzione a ciò che trasmette.

Come definirebbe il telespettatore medio?
Il telespettatore medio è ciascuno di noi quando usa il televisore senza rendersene conto. Forse siamo un po' meno telespettatori medi quando cominciamo a consultare i programmi in anticipo, quindi sappiamo selezionare il nostro zapping avendo magari di fronte, non so, Tv Sorrisi e canzoni anziché uno dei vari supplementi dei giornali. Diventiamo più consapevoli se riusciamo a costruirci un minimo di aspettativa e avere un minimo di palinsesto.

Che tipo di ruolo svolge la televisione nell'educazione delle masse?
Educazione di per sé è un ottimo termine per spiegare che la televisione serve a qualcosa e orienta gusti, costumi e intelligenza delle persone. Se invece utilizziamo la specifica "educazione delle masse" evidentemente sottolineiamo che il progetto non è quello di far crescere la consapevolezza e l'educazione bensì quello di manipolazione. Questo è un elemento che la televisione non riesce a togliersi da dosso. Una cappa di piombo che penso sia connaturata al suo essere, indipendentemente dalle epoche e dalle finalità. Qualcosa che è costruito e pensato ma anche poi si usa in senso strettamente passivo.

Dunque siamo noi in quanto telespettatori e destinatari del prodotto televisivo a influire su di esso o è vero il contrario?
Per rispondere a questo basta svelare una contraddizione. È una contraddizione tipica della cultura della civiltà dei consumi o se si vuole del mondo capitalistico o più genericamente della civiltà industriale la quale fa degli enormi investimenti per comprendere a chi deve rivolgere il suo prodotto e quando lo ha scoperto agisce in maniera tale da poter cambiare questo target, questo destinatario. Il grande paradosso è questo: io definisco il mio prodotto in base alle persone alle quali voglio rivolgermi ma so che quando mi rivolgerò a loro con questo prodotto le trasformerò.

Questo discorso vale anche per i Reality Show?
Il reality show è l'evidenziazione di uno dei tanti ruoli televisivi quando, in sostanza, il televisore semanticamente sta per la vita corrente, sta per le persone che vorremmo intorno a noi o che non vorremmo; quando il televisore viene inteso come un grande meccanismo di simulazione della realtà come un medium di fuga dalla realtà e dalle difficoltà di agire su di essa. Il reality show è il format che la televisione si dà per far capire quale è la sua forza sostitutiva, la sua forza semiotica. Le più grandi forze televisive sono: documentare la realtà e sostituirsi ad essa. Nel documentare la realtà si fanno grandi sforzi per inseguirla con i sistemi di riproduzione tecnica; per sostituirla inventiamo una fiction che evidentemente non ha carattere artistico e creativo ma appunto un carattere di simulazione.

Per quale motivo, secondo lei, questa realtà sostitutiva ha maggior successo tra i giovani?
La risposta può essere psicosociologica cioè inerente a un tipo di ambiente e quindi a un tipo di relazioni sociali a cui sono sottoposti i giovani. Il target giovanile mette in discussione il discorso della simulazione di cui parlavo prima: non cerca tanto di evadere la realtà attraverso la simulazione di questa quanto un minimo di messa in piazza, come mi piace dire, dei problemi. Certe volte nelle famiglie c'è poca circolazione di dialogo e molta difficoltà nel mettere in piazza i propri dolori, le proprie gioie e le proprie incertezze. In questo caso il reality show non è più una simulazione ma una delega che affidiamo ad altri per dirci quello che vorremmo o dovremmo dirci noi.

Come prevede che sarà la televisione fra dieci anni?
Spero che sia, come ho scritto nel mio libricino Tutta colpa della TV (Donzelli, 2004), una televisione che possano vedere i bambini, che serva agli anziani. Una tv che non è noiosa, che è molto semplice: verosimile, aderente ai bisogni della società. Se sarà questo sarà ancora una televisione accettabile, altrimenti sarà un grande sfoggio tecnologico di simulazione e finirà per scontentare le persone. Rimane sempre un interrogativo: se le persone scontente sono più attratte e se le persone contente sono al contrario le più annoiate. I mezzi di comunicazione di massa, purtroppo, veicolano la loro forza non in base alla soddisfazione che determinano ma in base alla noia che sanno produrre.
 
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