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UN
MONDO COMUNICANTE
Televisione,
cellulare e radio sono i media in assoluto più apprezzati dai giovani.
Il motivo? Sono tutti e tre dotati di un modello di comunicazione diretto,
fluido, personale, disimpegnato e interattivo.
Internet è una vera eccezione, spacca in
due il mondo giovanile: metà lo vive come il più avanzato
coronamento della terna di cui sopra, metà come un difficile strumento
che compromette la facilità e l'agilità della stessa. Tutto
ciò che è cartaceo - libri, quotidiani, periodici - essendo
percepito all'opposto come pesante, impegnativo, unidirezionale, rigido,
non gioca un ruolo preminente nelle diete mediatiche giovanili, pur essendo
queste, generalmente, molto variegate e molto ricche. Sono questi i risultati
dell'indagine Censis che ha scandagliato il rapporto tra i giovani e i
mezzi di comunicazione e che è stata pubblicata quest'anno.
Che storia
Oggi, per essere bombardati dalle notizie, siamo dotati di un'ampia
possibilità di scelta. I giovani - e non solo loro - sono l'obiettivo
dei colpi sparati da tantissimi e apparentemente diversissimi media.
E per arrivare a questa situazione, si è passati da diverse rivoluzioni
copernicane. Sorprende che queste rivoluzioni accadano veramente, che
ciascuna di queste tecnologie lasci intendere per un po' di voler soppiantare
tutte le altre forme di comunicazione, ma poi invece prende il suo posto
imponente nella storia, affiancando le vecchie e lasciandosi affiancare
dalle nuove.
Il dominio intellettuale dei monaci medievali si basava sulla pergamena
e la scrittura amanuense e venne soppiantato dall'arrivo della carta,
della stampa e dell'industria libraria, così come il potere monopolistico
sulla scrittura geroglifica dei sacerdoti egizi, secoli prima, era stato
soppiantato dai greci e dal loro alfabeto fonetico. Ogni volta il passaggio
alla fase nuova è accompagnato da una serie di riserve circa
i residui o i precedenti che contrastano con una teoria semplificata.
Esempio: con la stampa viene l'epoca della fama per scrittori e poeti.
Vero, ma Dante, Petrarca e Boccaccio godettero di immensa reputazione
anche prima di quella invenzione. Oppure ancora: con la stampa la mentalità
della parola scritta sostituisce la dimensione orale. Vero, ma la trasmissione
orale continua ad avere una parte immensa nella comunicazione umana
anche nel passare ad altri la conoscenza di pagine scritte.
Ed è certo che il contesto fa la sua parte.
Una volta che Johann Gutenberg nel 1450 inventa il torchio tipografico
a caratteri mobili, ispirandosi ai torchi per premere l'uva dalle sue
parti, gli stampatori tedeschi portatori della novità si sparpagliano
per l'Europa da Roma, a Westminster a Cracovia. Il nuovo business va alla
conquista del mondo, ma il sultano Solimano I, nel 1515, emana un decreto
che punisce con la morte la pratica della stampa quando da 15 anni in
Italia c'erano già 80 tipografie; e la prima stamperia turca arriva
solo nel Settecento. Oggi c'è anche Al Jazira e di acqua sotto
i ponti ne è passata. La stampa a caratteri mobili in Cina era
stata inventata già nell'XI secolo e perfezionata in Corea, ma
non aveva avuto le stesse conseguenze ottenute in Europa, colpa della
scrittura a ideogrammi.
Oggi i mezzi di informazione sono così tanti e preponderanti, da
non essere più un veicolo della realtà, ma un produttore
di realtà. L'adagio ripetuto, in questi casi, è che se un
fatto non viene riportato dai media, non è neanche successo.
Cronaca in diretta
Ai nostri giorni (ma già da qualche annetto) sugli schermi passa
la cronaca in diretta. Molti fatti si svolgono nel momento esatto in
cui noi li vediamo, assisi sulle poltrone dei nostri salotti. Tra i
giornalisti del passato, che dettero un contributo evidente, non possiamo
non ricordare Ed Morrow, corrispondente della Cbs di Londra, che inaugurò,
durante il secondo conflitto mondiale, uno stile giornalistico del tutto
nuovo, raccontando in diretta via radio, sotto il fuoco tedesco, la
dinamica delle azioni militari e delle esplosioni delle bombe. Morrow
riuscì, con la collaborazione dei tecnici statunitensi, a realizzare
il collegamento contemporaneo con gli altri campi di guerra, offrendo
l'informazione sul conflitto, minuto per minuto, da tutto il paese.
Una trasmissione che negli States ebbe un successo straordinario non
solo di audience ma anche politico, tanto che Morrow venne convocato
alla Casa Bianca per capire se la situazione occidentale era così
grave da richiedere un intervento. Dopo la seconda guerra mondiale l'altro
conflitto che ha formato in modo evidente molti giornalisti è
stata la campagna militare in Vietnam.
Un po' di spirito critico,
per favore
Ultimamente, anche nel nostro piccolo mondo giornalistico peninsulare,
sono state le guerre a creare l'immagine di alcuni giornalisti: la cronaca
in diretta è la quintessenza della comunicazione ma, ricordiamocene,
non è la realtà. È proprio questo il rischio di
stare sotto il fuoco delle notizie, vale a dire quello di prenderle
tutte per buone. L'immediatezza, stranamente, crea verosimiglianza ma
tutti, in special modo i giovani, dobbiamo essere dotati dello spirito
critico necessario per discernere i fatti dal modo in cui vengono comunicati.
La pluralità è la salvezza, il tempo necessario ad ascoltare
più voci e leggere più scritte, lo scotto da pagare.
Secondo il nostro Censis, il risalto maggiore che i mezzi a stampa hanno
tra le persone di età più elevata è determinato
più che altro dal fatto che l'uso di questi media avvenga, per
loro, in un contesto più povero di sollecitazioni mediatiche.
Detto in altri termini, gli adulti leggono di meno, però la loro
dieta mediatica, più povera, comporta una quota maggiore di lettura,
mentre i giovani, pur leggendo di più, danno meno importanza
alla lettura perché la loro dieta è più ricca e
varia.
Audience o qualità,
questo è il dilemma
Il mondo dei giovani è quindi affollato da una grande quantità
di media quasi sempre presenti nella loro esperienza di vita quotidiana.
In particolare, risulta molto elevato il numero dei giovani utenti abituali
del telefonino (90,4%), e lo stesso vale per la Tv, che si attesta al
90,7%. In generale, comunque, una delle particolarità del consumo
mediatico giovanile, dal punto di vista strettamente quantitativo, è
che non ci sono grandi differenze tra l'utenza occasionale e quella
abituale, a testimonianza di un rapporto non solo esteso, ma anche intenso
con i media. Alla radio, ad esempio, si accosta l'82,3% dei giovani,
e ben il 71,1% lo fa in maniera abituale e non occasionale; il 66,1%
dei giovani legge almeno un libro l'anno, ma il 48,4% ne legge, nello
stesso periodo, almeno tre. La televisione è considerata dagli
esperti il medium più "rischioso", perché riesce
a portare volgarità, giornalismo gridato, eccessi, immagini raccapriccianti
nelle case degli spettatori, con la massima indifferenza. L'eterno contrasto
tra ascolti e qualità non potrà certo essere risolto in
questo articolo. Più si svacca, più aumenta l'indice dell'audience,
più si è seri e compassati, maggiormente cala il numero
di spettatori che non avranno il prurito sul dito indice, pronto a cambiare
canale per sintonizzarsi sui sederi e sui decolleté di qualche
ballerina. Oppure sull'ugola urlante di un conduttore pettinatissimo,
che spiega con la classe di un camionista ubriaco le ultime vicende
politico-calcistico-cronachistiche che alimentano la nostra stampa e,
quindi, la nostra vita di spettatori. Ai giovani non resta che scegliere,
come sempre. E scegliere bene.
Cosa cercano i giovani
nei media?
Conoscenze, nella percentuale più alta, pari al 34% del totale;
informazione, per il 31,3%; utilità per il 14,3%. Tutti gli altri
item - divertimento (8,7%), emozioni (5,4%), compagnia (4,6%), ideali
(1,8%) - riscuotono consensi molto più bassi. Ma anche qui sono
percepibili eccezioni generazionali: sotto i 18 anni la ricerca di divertimento
sale fino al 15%, ossia quasi il doppio della media.
Ma c'è qualcosa che disturba!
La volgarità, soprattutto, nella percentuale più alta
del 23,3%; poi l'impressione che in fondo i media "vogliano imporre
il loro punto di vista" (20,7%); e al terzo posto la superficialità
(15,1%). Una terna di critiche tutt'altro che trascurabili, tenuto conto
della provenienza giovanile, ossia quella considerata quasi sempre quiescente
rispetto ai media. Disturba nelle risposte fornite al Censis, forse
anche perché quando si è interrogati, bisogna rispondere
per benino e fare i bravi ragazzi. Ma poi chi non si fa due risate di
fronte a Biscardi, chi si perde una zuffa centrodestra-centrosinistra
a Porta a Porta o a Ballarò, chi tralascia una sana zuffa tra
tifoserie allo stadio, chi china il capo di fronte a immagini raccapriccianti?
Più volte, nella storia dei media, ci sono stati suicidi in diretta
in America ma non solo. Anche il grande scrittore giapponese Mishima
ha fatto banzai davanti a una telecamera. L'audience ne ha tratto grande
beneficio. Sta a noi decidere cosa guardare e come interpretarlo, è
vero, ma esiste anche una responsabilità diretta delle emittenti,
sulla quale dobbiamo riflettere. Qualche anno fa il direttore del Tg1
(era Gad Lerner) si dimise perché sul principale telegiornale
italiano erano andate in onda le immagini di bambini vittima di pedofili.
Esistono codici di autoregolamentazione, ci sono norme civili e penali
che tutelano lo spettatore. Ma ogni regola si infrange sullo scoglio
dell'audience o delle copie da vendere. E si tratta di una roccia piuttosto
dura sulla quale cozzare.
Media e tempo libero:
le scelte
Vedere la TV innanzitutto (31,7%), e non stupisce che la madre di tutti
i media resti il polo di attrazione più forte; ma sorprende non
poco vedere al secondo posto "leggere un libro" (29,7%) e
forse questo dato riflette più che altro un'aspirazione ideale
che poi, nel caso si verifichino davvero le condizioni, non è
detto che si traduca in realtà. Comunque si capisce che in fondo
ai giovani piacerebbe leggere al di là della quantità
di letture effettivamente fatte, e ciò non è poco. Al
terzo posto c'è "ascoltare la radio" (27,9%), al quarto
"collegarmi ad internet" (15,4%). Si conferma pertanto il
gruppetto di media giovanili per antonomasia televisione-radio-internet,
con l'inaspettata irruzione del libro che sembra dare più spessore
al giovanilismo latente. Ciò che emerge è un panorama
frastagliato, fatto di scelte occasionali, comode, quasi indotte dal
sistema. L'educazione ai mass media dovrebbe essere una materia importante
in ogni ordine e grado di istruzione.
La scuola e la Carta
di Bellaria
E la scuola cosa fa? È vero, si dovrebbe creare una nuova disciplina
e renderla accessibile a tutti. Lo studio dei mass media. Purché,
naturalmente, anche in questo caso lo si faccia con obiettività,
senza colorazioni politiche o peggio partitiche, tentando di fornire
ai ragazzi gli strumenti per valutare con la propria testa quanto vedono,
sentono, leggono.
Abbiamo fatto un giro su internet, rigorosamente in italiano. Sapete
qual è il primo sito che viene fuori dai motori di ricerca quando
si mettono le parole chiave "scuola", "formazione",
"mass media"? Un sito
svizzero. Svizzero italiano,
ma non italiano. Nel paese dei Cantoni, infatti, esiste il Servizio
Educazione ai Mass Media (SEMM), che informa le scuole su aspetti teorici,
tecnici e didattici relativi ai mass media; collabora con gli istituti
scolastici, con esperti disciplinari e singoli docenti alla progettazione
e alla realizzazione di attività audio-visive destinate agli
allievi; offre consulenze sugli acquisti degli audiovisivi, organizza
corsi di formazione per i docenti, produce in proprio audiovisivi e
giornali, promuove serate e incontri per i genitori su temi specifici
come il rapporto tra bambini e tivù, collabora con la televisione
svizzera italiana, eccetera eccetera.
Poi ci sono anche le scuole italiane. Programmi, idee e proposte. Decodificare
i messaggi dei mass media pare essere l'obiettivo principale di tutte
le iniziative. Due anni fa si è svolta "Medi@tando",
la prima convention sull'educazione ai mass media in Italia, a Bellaria
Igea Marina (Rimini). Ha coinvolto diverse realtà: dalla scuola
al carcere alle biblioteche, ludoteche, comunità, cooperative,
associazioni, aziende Asl, produttori e operatori dei mass media, università,
educatori e formatori. L'obiettivo dell'iniziativa: chiamare a raccolta
insegnanti, educatori e operatori culturali impegnati nella progettazione
e realizzazione di esperienze di educazione ai (e con i) media tradizionali
e nuovi per poter tracciare la mappa della media education in Italia.
Alla fine è stata stilata la Carta italiana della media education,
la Carta di Bellaria. Questa prevede di "promuovere e sostenere
la Media Education come strada maestra per la costruzione della cittadinanza
e la salvaguardia dei valori umani indicandone gli strumenti operativi
nell'alfabetizzazione ai linguaggi mediali e nell'analisi critica dei
messaggi e delle strategie comunicative ad essi sottese".
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