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LA
MUSICA ZINGARA FRA LE STRADE E IL PALCOSCENICO
Per
tetto il cielo, un fuoco per scaldarci e le nostre canzoni quando siamo
tristi
di
Francesca Ferrando
Strade
deserte, Torino, una domenica di giugno. Nel silenzio spesso e afoso delle
due di pomeriggio alcuni frammenti di "Bésame mucho"
mi giungono all'orecchio, in una versione calda e saltellante, come non
l'avevo mai sentita prima.
Seguendo il flusso musicale che si scioglie nell'aria, giungo di fronte
a un bambino, solo, tra due enormi palazzi di corso Allamano: lui, così
piccino, suona ad un pubblico invisibile melodie universali, intrise della
sua terra. Non mi vede, è tutto intento a provare una canzone che
gli procurerà qualche moneta per mangiare, ma in questo momento,
tra il vento e il cemento, il nulla e la sua fisarmonica, non è
certo un mendicante a starmi innanzi, ma un musicista. Suona per i soldi,
beh, bisogna pur sopravvivere, suona per strada donando a tutti note scarne
se è stanco, furiose e allegre se magari qualcuno ha apprezzato
la sua musica, elargendogli un piccolo compenso. È così
giovane che mi chiedo se pesi più lui o la sua fisarmonica rossa,
circondata di nastro adesivo, che si porta a tracolla. Oggi il piccolo
musicista suona ramingo, ma chissà che tra una decina d'anni questo
"Bésame Mucho" ibrido non mi giunga all'orecchio canticchiato
dalla bocca metallica di una radio, proprio come la musica di molti artisti
zingari che, dalla strada, hanno raggiunto fama mondiale: dal disprezzo
al rispetto, la loro musica non è cambiata, ma forse il loro abito
sì...
Molti dei più o meno giovani musicisti zingari (comprendendo con
questo impreciso termine tutte le sue suddivisioni) che suonano per le
strade o sugli autobus di Torino provengono da famiglie in cui la musica
è stata tramandata fino ai giorni nostri, di generazione in generazione,
attraverso una linea patriarcale (le donne tradizionalmente non suonano,
al massimo cantano e ballano), mi racconta Gabriele, rumeno, 44 anni,
di origini rom. Col suo violino (in realtà suona anche il sax contralto,
la fisarmonica e la tastiera) si esibisce per strada e nei locali, da
solo o con il suo gruppo Taraf de Bacau. Allo scoprire che io scrivo mi
dice, in modo un po' approssimativo ma decisamente appassionato, che la
letteratura, l'arte, tutto viene dall'India, e quando io aggiungo che
anche il popolo zingaro viene di lì, gli si illuminano gli occhi
e mi risponde, quasi si fosse aperto l'universo: "Sì, sì,
è proprio così".
Un
pot-pourri musicale
Dalle lontane terre del nord-ovest indiano, il Rajasthan, da cui proviene
originariamente questo popolo, la musica zingara è arrivata fino
a noi in forma orale, mai scritta: molti musicisti tutt'oggi non sanno
leggere gli spartiti. Nel corso della storia gli zingari hanno adeguato
la propria musica ai suoni delle culture attraversate durante le loro
lunghe peregrinazioni, apprendendo con maggior precisione le arie e
le melodie popolari dei luoghi di insediamento storico. La diversità
di risultati ottenuti da queste unioni è tale che ci si può
chiedere se sia corretto parlare di musica "zingara": i cd
"Gypsy of the Nile" (musica zingara egiziana) e "Moroccan
Gypsies" (in cui suonano i Sidi Mimoun e i Ben Souda) appaiono
all'udito, per gli strumenti utilizzati e le tonalità conseguite,
assai lontani dal flamenco appassionato di Camarón de la Isla,
gitano andaluso di fama internazionale, il cui soprannome (è
molto comune tra gli zingari averne uno, legato ad un avvenimento o
a una caratteristica) deriva dalla pallida carnagione del cantante.
Ciò che distanzia questi artisti dalle lontane origini comuni
sembra maggiore di ciò che li avvicina. Eppure nei numerosi stili
che si sono venuti a creare si possono riconoscere vari elementi in
comune, prima fra tutte la pratica molto frequente dell'improvvisazione,
con rapidi cambi di tempo, ritmi assai sostenuti, talvolta note lunghe
e appassionate, un alto grado di virtuosismo, una forte sensibilità
quasi sentimentale e una ricca "ornamentazione", fatta di
cesellature e arabeschi. Talvolta, inoltre, le esecuzioni vengono arricchite
da suoni prodotti con qualsiasi mezzo si abbia a disposizione, dalla
percussione di una vecchia lattina al battito di mani.
Bisogna qui introdurre un'ulteriore distinzione, che diventa più
netta quanto più la tradizione zingara viene rispettata, fra
canto ed esecuzione strumentale: il primo è rivolto all'ambito
ristretto della comunità ed è puramente sentimentale,
mentre l'esecuzione di motivi per violino, chitarra e ottoni viene fatta
per professione, cioè dietro pagamento. Oggi si sono sviluppate
formazioni che coprono sia il versante vocale che quello strumentale,
come il gruppo ungherese Ando Drom, mentre altre, come la Koçani
Orkestar, restano fedeli alla tradizione strumentale (nel caso specifico
macedone: Koçani è infatti il nome di una città
della Macedonia), altre ancora prediligono la tradizione vocale, come
gli ungheresi Kalyi Jag.
Influenze
zingare nella musica europea
La presenza della musica zingara in Europa è molto antica: già
verso il 1430 suonava un'orchestra zingara alla corte di Sigismondo,
Imperatore del Sacro Romano Impero. La musica classica occidentale ha
sempre attinto a questa tradizione musicale parallela, rinnovando il
proprio stile e i propri ritmi. Molti grandi compositori, come Schubert
e Beethoven, adottano finali "all'ongarese", mentre Franz
Liszt, che ebbe tra i suoi maestri di musica un rom ungherese, scriverà,
in un saggio del 1859, che l'intera musica tradizionale dell'Ungheria
si deve agli zingari, "dotati di un senso musicale d'incredibile
profondità, certamente sconosciuto a qualsiasi altro popolo".
Tra le opere classiche ispirate a tradizioni zingare, la "Carmen"
di Bizet e le "Danze Slave" di Dvorák; più in
generale, si può dire che tutti i compositori "colti"
dell'epoca romantica, da Brahms a Schubert, da Ravel a Debussy a Ciajkovskij,
prendano spunti artistici da questo popolo. Ciononostante, non c'è
mai stato un riconoscimento ufficiale dell'apporto della musica zingara
a quella occidentale. Eppure in alcuni paesi il ruolo svolto dagli zingari
per la preservazione delle arie tradizionali è stato fondamentale,
basti pensare alla Turchia, dove tutt'oggi la gran maggioranza dei musicisti
sono zingari, o alla Romania, dove i Rom lautari (gli antichi menestrelli
che mettevano in musica i fatti della vita) sono diventati gli esecutori
professionisti, o semi-professionisti, della tradizione popolare rumena.
Taraf
rumeni
In passato i lautari suonavano alle corti dei signori, gli stessi signori
che, in altra sede, decidevano le sorti degli zingari: proprio in Romania
i Rom sono rimasti schiavi per cinque secoli, affrancatisi solo nel
1858. Non fosse stato per i lautari gran parte del patrimonio musicale
tradizionale rumeno sarebbe andato perduto: la dittatura comunista,
che si protrasse dal 1947 al 1989, considerò le vecchie ballate,
che cantavano storie di re e cortigiane, retaggi del passato da interpretare
come critiche nei confronti del potere. I Rumeni smisero allora di suonarle
e solo i Rom locali, popolo emarginato e da sempre considerato straniero,
continuarono a dar vita alle antiche canzoni. Attualmente i lautari
si uniscono in formazioni di varie dimensioni chiamate taraf, con le
quali girano i villaggi, soprattutto nelle regioni della Valacchia e
della Transilvania, per suonare in occasione di matrimoni, battesimi,
funerali e feste varie, con un repertorio che si tramanda di padre in
figlio. I taraf si compongono di violino, fisarmonica, cimbalom (strumento
di origine ungherese costituito da una serie di corde metalliche suonate
con bacchette di legno), clarinetto o sassofono; negli anni '60 i giovani
zingari vi introdussero anche la chitarra, strumento relativamente moderno,
la cui acquisizione da parte della musica popolare è alquanto
recente. Da un minimo di tre o quattro musicisti, un taraf può
contarne anche una quindicina, come nel caso dei Taraf de Haïdouks
(in rumeno "banda di briganti"), immortalati nel film del
1993 "Latcho Drom" ("buon viaggio" in romanés),
interamente dedicato alla musica zingara, del regista francese Tony
Gatlif, di cui è anche uscito "Gadjo Dilo" (1997),
ambientato in un villaggio rom rumeno, e il film sul flamenco "Vengo"
(2000).
Fanfare
serbe
Dalla provincia di Timisoara fino a tutto il territorio dei Balcani
(Serbia e Macedonia) è fortissima la presenza di una musica zingara
intrisa di fiati e ottoni. Si tratta dello stile delle bande militari
dell'impero ottomano che ha influenzato i musicisti di tutta la regione,
dando vita alle cosiddette fanfare, formazioni composte prevalentemente
da strumenti a fiato. Un ottimo esempio di questo tipo di musica è
il gruppo Fanfare Ciocârlia, i cui componenti, che hanno dai 22
ai 68 anni, arricchiscono arie tradizionali di nuovi stili dal gusto
moderno, come il rap. Non è difficile percepire una parentela
tra l'origine delle fanfare e quella del jazz, alla cui nascita ha contribuito
in modo fondamentale l'influenza delle bande militari della Louisiana,
tanto che in modo un po' approssimativo la musica di Goran Bregovic,
compositore serbo-bosniaco che reinterpreta liberamente motivi della
tradizione zingara macedone, è stata spesso definita un jazz
"balcanico".
Tre
dita di jazz
L'unico europeo a imporsi nell'Olimpo del jazz classico fu Django Reinhardt,
il prodigioso chitarrista zingaro manouche, la cui storia viene trasversalmente
ripercorsa nel film di Woody Allen "Accordi e disaccordi"
del 1999. Alla fine della guerra, in una Parigi liberata, i soldati
americani impazzivano per il musicista autodidatta e analfabeta che,
in seguito ad un drammatico incidente nella sua roulotte, perse l'uso
delle ultime due dita della mano sinistra, vedendosi così costretto
a elaborare una tecnica assolutamente innovativa denominata Swing String,
mescolanza di tradizione zingara europea e jazz americano. Nonostante
i suoi trionfi internazionali (ebbe la soddisfazione di suonare con
Louis Armstrong, Coleman Hawkins e Duke Ellington), il chitarrista zingaro
tornava sempre tra la sua gente in Camargue, a St. Marie de la Mer,
luogo sacro per tutte le comunità zingare, che ci si ritrovano
il 24 e 25 maggio di ogni anno in onore della "loro" Santa
Sara. Proprio dalla cultura acquisita in Camargue nasce la rumba gitana
dei Gipsy Kings, altra leggenda musicale zingara formata dai fratelli
Reyes (figli del famoso cantante di flamenco José Reyes) e dai
loro cugini Baliardo. Questi ultimi sono peraltro nipoti di Manitas
de Plata, uno dei più acclamati chitarristi gitani degli anni
'60, che ispirerà musicisti del calibro di Paco de Lucia e pittori
come Pablo Picasso, il quale, dopo averlo sentito suonare, affermerà
in preda all'emozione: "Vale più di me!". Come per
Django e per i Gipsy Kings, artisti di fama mondiale che non rinnegarono
mai le proprie origini, si può dire che i musicisti zingari imparino
velocemente brani delle tradizioni locali per poi farli propri secondo
un gusto autonomo, nella creazione di un'arte che nasce e si evolve
grazie alla "contaminazione", ma che resta sempre fedele alla
propria tradizione, perché in essa ha trovato la sua più
alta ispirazione.
Arte
e realtà
Il rifiuto storico degli zingari da parte dei gagè (i non-zingari)
contrasta con il fascino che da secoli questo popolo esercita sulla
nostra società. Così il passante che finge di ignorare
il violino di Gabriele, o chi per lui sta suonando per strada, arrivato
a casa magari infilerà nel videoregistratore "Il tempo dei
gitani" o "Gatto nero, gatto bianco" di Emir Kusturica,
film visionari e pur realistici, incentrati sulla cultura zingara, che
hanno anche il merito di aver fatto scoprire al grande pubblico la musica
tradizionale balcanica attraverso le colonne sonore, vivaci e allo stesso
tempo rarefatte, di Bregovic. Grazie alla popolarità del regista
bosniaco e alla spinta di alcune etichette belghe e tedesche, negli
ultimi anni si sta assistendo a un risvegliato interesse nei confronti
della musica folk zingara, che l'ha portata sui palcoscenici dei grandi
concerti a livello mondiale. Questo fenomeno fa sperare che l'interessamento
con cui viene salutata tale musica non si limiti al fattore artistico,
come nel caso del passante indifferente al violino di Gabriele, ma che
presto si rivolga anche al popolo che quella musica ha prodotto, oggi
costretto a suonarla per strada col cappello in mano.
L'Italia
dal canto nomade
In Italia manca una tradizione musicale zingara vera e propria. A differenza
della Spagna, dell'Ungheria e della Yugoslavia gli artisti professionisti
sono pochi: ancora oggi per i matrimoni zingari importanti vengono chiamati
musicisti da Sarajevo o da Belgrado. Questo è forse un sintomo
della disgregazione che caratterizza le comunità presenti in
Italia, accanto ai problemi derivati dal bassissimo livello di istruzione
di rom e sinti, e dalla mancanza di riferimenti organizzativi propri
e nella società ospitante. Un'importante eccezione è però
costituita dal musicista, poeta e cattedratico rom abruzzese Santino
Spinelli, fondatore dell'Alexian Group, che esegue canti e musiche zingare
originali e che ci regala, con l'album "Romano Drom - Carovana
Zingara", uno dei più bei dischi di quella musica che gli
zingari non suonano per gli altri ma per se stessi, dai toni intimi,
che serve a tramandare alle nuove generazioni il proprio modo di vivere.
Un gruppo che, pur non avendo origini nomadi, mescola la tradizione
musicale zingara con quella italiana è costituito dagli Acquaragia
Drom, i quali collaborano anche con i Taraf da Metropulitana, una formazione
di musicisti rom rumeni attualmente residenti a Roma.
Dall'India all'Italia, passando per la Romania, la Serbia e il Medio
Oriente: popolo che va, che viene, portando con sé pochi oggetti
indispensabili, ma sempre e inevitabilmente
la musica.
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TORINO ZINGARELLA
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Negli
ultimi anni molti rom di origine rumena sono giunti a Torino, portando
con sé la propria musica e formando gruppi che la ripropongono
durante matrimoni rumeni e non solo, come nel caso dei Taraf de
Bacau, formazione composta da quattro musicisti tra cui Gabriele
e Marco, un giovane studente di Cuneo. Sul territorio torinese ci
sono anche complessi al cento per cento italiani che, stregati dai
ritmi zingari, hanno deciso di adottarli. Un esempio? I Bandaradàn,
che si esibiscono durante matrimoni e feste con pezzi ispirati alla
musica delle Fanfare Ciocârlia, recuperando una bellissima
tradizione che nel nostro paese si stava perdendo: la musica dal
vivo in occasione di celebrazioni speciali.
Per quanto riguarda eventi musicali organizzati, nel cartellone
dei concerti del Folk Club
(Via Perrone 3 bis, tel.011/537636) figurano spesso gruppi di musica
zingara assai significativi, come la Koçani Orkestar. Ogni
anno il Folk Club organizza inoltre, con la Circoscrizione IV, "Occitanica",
un festival che si tiene nel Parco della Tesoriera agli inizi di
giugno. Tra i vari ospiti di quest'anno i Croque Mule, che portano
a Torino musiche e ritmi tradizionali della Transilvania. Partito
dalla Francia, il gruppo di musicisti è arrivato e ha deciso
di stabilirsi nel nord-ovest rumeno dopo aver girovagato per quattro
anni a bordo dei loro carrozzoni (o vurdón), che sono il
simbolo della cultura zingara: loro, che zingari non sono, hanno
ricevuto un'accoglienza piena di curiosità ed entusiasmo
da parte delle comunità locali.
Un altro appuntamento da non perdere è il Klezmer & Gipsy
Music Festival "San Pietro in Vincoli" organizzato dal
Teatrosfera (Corso Regio
Parco 30, tel.011/2474469), che ogni anno porta nella nostra città
musicisti di notevole rilievo, come Vera Bílá (cantante
ceca di origini zingare dalla voce intensa, che ricorda quella di
Cesaria Evora), il gruppo russo Loyko, gli Ando Drom e l'Alexian
Group. Quest'anno il festival, alla sua ottava edizione, si terrà
a Pinerolo dal 16-19 luglio.
Di Torino è poi Sergio Franzese, creatore del sito
dedicato alla cultura zingara, che riporta anche una breve antologia
di poesie zingare, tra cui "Libertà" di Spatzo
(Vittorio Mayer Pasquale), da cui è liberamente tratto il
sottotitolo di questo articolo.
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Come
la musica, così la cucina zingara riflette le condizioni
di vita di questo popolo in continua peregrinazione. La cucina zingara
è, infatti, una cucina "contaminata" dalle culture
alimentari dei paesi attraversati. Ogni etnia ha dunque sviluppato
un modo di cucinare peculiare, con un patrimonio di ricette e metodi
di cottura propri, mentre gli alimenti utilizzati sono, in genere,
quelli maggiormente reperibili nei luoghi di insediamento. Tra i
piatti tipici più comuni il "dolma", peperoni ripieni
di riso, carne tritata e pomodoro, mentre i "sarma" sono
degli involtini di cavolo con lo stesso ripieno. Il pane caratteristico,
chiamato "pitta", consiste in una sfoglia di acqua e farina
non lievitata dalla forma rotonda, che si incunea al centro formando
una sacca da riempire con le vivande. La carne utilizzata in zuppe
e soffritti viene sempre bollita per ragioni igieniche e dietetiche
(i grassi vegetali fanno meglio di quelli animali). Tutte le portate
vengono poi servite all'orientale, disposte contemporaneamente sulla
tavola da cui ciascuno attinge la propria porzione. Un buon bicchiere
di grappa, generalmente fatta in casa attraverso la distillazione
delle prugne, conclude il pasto zingaro nonché il nostro
viaggio in questa particolare, ma anche interculturale, tradizione
culinaria.
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33333332Appuntamenti
Internazionali
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Per
godersi un vorticoso fine settimana immersi tra fanfare e ottoni
ci si può recare a Guca, un villaggio della Serbia Centrale,
dove ogni anno si tiene un noto festival di musica tradizionale
a cavallo fra agosto e settembre. Nella città serba di Valjevo
si svolge invece la Scuola estiva di Amala, dedicata alla musica,
lingua, danza e cultura rom (per informazioni: www.galbeno.co.yu).
Il fatto che entrambe le manifestazioni si tengano in Serbia non
deve stupire; in questa terra c'è infatti una folta comunità
zingara, da cui provengono artisti del calibro di Saban Bajramovic,
definito da Nehru e Indira Gandhi "the world king of gipsy
music".
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La
cooperativa Animazione Valdocco, nell'ambito del progetto AutoROMia,
con il patrocinio della VI Circoscrizione, organizza la serie di
iniziative "cROMie. Suoni, sapori e immagini di un popolo invisibile",
con concerti, degustazioni della cucina rom e una mostra fotografica
sui micronidi familiari al campo nomadi (la realtà dei micronidi
dà la possibilità alle donne zingare di poter lasciare
i propri bambini custoditi al campo quando vanno a lavorare). Il
materiale della mostra è stato realizzato dalla Home Video
Rom, sempre nell'ambito del progetto autoROMia. A settembre è
in programma anche una rassegna di film sulla Bosnia e sulla cultura
rom, con proiezione di cortometraggi girati al campo nomadi di Torino.
Per informazioni scrivere a: pautoromia@alma.it
o andare sui siti www.comune.torino.it/autoromia
e www.comune.torino.it/circ6
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