![]() |
Società | |
|
|
||
| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 04/2003 | ||
|
|
||
|
|
STORIA,
CULTURA E SOCIETÀ SINGHER Zingari? No, meglio Rom o Sinti, perché zingaro ha un significato dispregiativo che probabilmente deriva dal termine "atsiganoi", usato in epoca bizantina per designare una setta di eretici. Rom o Sinto, sono quindi i termini corretti che in lingua Romanés significano "uomo". di Fabrizio Cellai Ma chi sono questi uomini, donne e bambini nomadi che vivono sì accanto a noi da oltre cinque secoli ma di cui si sa ben poco della loro storia, civiltà, cultura e delle loro tradizioni? Forse sono tanti Jhonny Depp come nel film Chocolat, dove l'attore-gigolò impersonava un nomade nella Francia dei nostri giorni? Improbabile, con buona pace delle giovani fan del bellissimo Jhonny, anche se attori del calibro di Omar Sharif e Youl Brinner (chiedere referenze a mamma sul loro fascino) sono di origine Rom. Per capire bisogna conoscere e quindi partiamo dalle loro origini, anche se occorre premettere che tutto quello che sappiamo su Rom e Sinti è frutto di ricostruzioni basate sullo studio della loro lingua (che non è una lingua scritta) o di documenti lasciatici da coloro che li hanno incontrati nel corso dei loro spostamenti. Si sa con certezza che partirono attorno all'anno Mille dall'India, forse a causa delle deportazioni al seguito degli eserciti persiani: sono artigiani, artisti, musicisti e allevatori di cavalli, popolazioni di frontiera investite dall'avanzata degli eserciti conquistatori. Inizia in questo modo un lungo viaggio verso Occidente che li porta nel territorio paludoso dell'odierna Bassora, in Iraq, e che prosegue attraverso il Medio Oriente dove sono giunte a noi tracce, tra le altre, di una tribù nomade dal nome Nawar, in Siria e Giordania, i cui componenti di professione facevano i dentisti. La curiosità è che alcuni di loro, secoli dopo, sono giunti fino a Torino per curare mal di denti nei campi nomadi a prezzi modesti. È la volta dell'Impero turco e dell'avanzata degli arabi, due secoli dopo, con lo spostamento verso l'Armenia e la Turchia, ma informazioni più precise su queste popolazioni si hanno con l'arrivo in Europa intorno al 1300. Qui si dividono: una parte si ferma in Europa Orientale, un'altra prosegue verso Occidente. Per tutti vale la regola della contaminazione con le culture che incontrano nel cammino. Nascono così i due grandi gruppi in cui ancora oggi si riconoscono: i Rom, stanziati in Europa Orientale, e i Sinti (il cui nome deriva dalla provenienza dalla valle dell'Indo) in Europa Occidentale. Esiste poi un terzo grande gruppo, quello dei Gitani (ma loro si autodefiniscono "Kalé", il cui significato è "neri"), presenti nella penisola Iberica e in America Latina, la cui storia è ancora misteriosa. E qui continuano i guai, tanto che il famoso proverbio che recita "Paese che vai usanze che trovi" per Rom e Sinti andrebbe modificato in "Paese che vai persecuzione che trovi". I primi provvedimenti di legge contro queste popolazioni risalgono al 1400: per le autorità erano gente da tenere sotto controllo perché rubavano galline, predicevano il futuro e si vestivano in modo buffo e colorato. In Piemonte i Rom, a partire dal 1600, furono cacciati dal territorio dello Stato e minacciati di morte. In Europa Orientale i Rom diventano schiavi a servizio della nobiltà fino alla seconda metà dell'Ottocento. Il culmine durante l'epoca nazista, con la deportazione nei campi di concentramento e lo sterminio di mezzo milione di persone appartenenti alle varie tribù nomadi. Nonostante questa brutta reputazione gli zingari, come vengono chiamati dai Gagé, cioè da noi che siamo i 'non-zingari', continuano a spostarsi. I Sinti s'insediano in Germania, in Francia e nel Nord Italia a partire dal XV secolo. Si dedicano prevalentemente al commercio ambulante, agli spettacoli di giostre e circhi (Orfei e Togni hanno questa origine) e marginalmente all'accattonaggio. Dal canto loro, invece, i Rom si diffondono in Europa Orientale, nei Balcani e, con l'avanzare dell'Impero turco, nell'Italia meridionale (qui prendono nome dalle regioni di insediamento, per cui ancora oggi si suddividono in Rom Abruzzesi, Napoletani, Calabresi). I Rom lavorano i metalli, sono commercianti, allevatori di cavalli, calderai, doratori e da queste professioni traggono i loro nomi: Kalderas, Doresti, Lovara, Curesti e Curara questi ultimi gli affilatori di coltelli, forbici e bisturi che ancora oggi lavorano per i nostri ospedali e le nostre fabbriche (ricordiamocelo, quando entriamo in sala operatoria!). Migrazioni che continuano nei secoli, soprattutto dopo la prima guerra mondiale dall'Europa Orientale e nel decennio scorso dall'ex Jugoslavia con l'arrivo in Italia dei Rom serbi, bosniaci, macedoni e kosovari. Ultimo flusso quello dei Rom di origine romena ai quali si affiancano i Rom turchi e delle ex repubbliche sovietiche. Tra Rom e Sinti, secondo chi li conosce a fondo, c'è competizione e sono poche le relazioni, anche se riconoscono di appartenere allo stesso popolo. Un popolo nomade dalle antiche tradizioni. Tradizioni che, con la progressiva stanzializzazione dei gruppi, stanno pian piano scomparendo anche se alcuni elementi culturali forti continuano a persistere. Per esempio l'organizzazione della società fondata essenzialmente sul clan che comprende tutti i discendenti, maschi e femmine, di un antenato reale o fittizio. Gli appartenenti ai vari clan s'incontrano in occasione di celebrazioni funebri, matrimoni e altri eventi durante i quali si ha l'obbligo reciproco di rendersi onore. Al di sotto del clan ci sono le famiglie, che solitamente comprendono tre-quattro generazioni, e la "kumpanjia" cioè l'unità residenziale di più famiglie, anche appartenenti a diversi clan. Al di sopra dell'autorità della famiglia c'è un organismo interfamiliare, la Kris, una specie di tribunale in lingua Romanés, che ha il compito di vegliare sul buon funzionamento della comunità, sul rispetto delle regole e delle tradizioni. La Kris è anche organo giudiziario ed è presieduta da un anziano che viene scelto per la sua saggezza ed esperienza. In questa società l'uomo deve provvedere al mantenimento e detiene perciò l'autorità formale sulla donna che si occupa di prole e fornelli. Per quanto riguarda la religione, l'origine risalirebbe all'India antica con al centro il dualismo tra bene e male e quello tra fortuna e sfortuna: secondo i Rom il destino dell'uomo è predeterminato sin dalla nascita e non si può modificare. Queste credenze sono state adattate dai Rom, al loro arrivo in Occidente, a quelle dei popoli ospitanti. I Rom sono diventati quindi cattolici, ortodossi, musulmani, evangelici. Questo modello di cultura tradizionale è entrato ormai in crisi. Un crisi dovuta alla disgregazione della famiglia e alle contaminazioni con i modelli di sviluppo delle società avanzate. Un processo che ha addirittura portato alla riproduzione nei campi sosta dei nomadi delle stesse divisioni che esistono nella società esterna, quella dei Gagé. Si provi a pensare alle professioni di Rom e Sinti e confrontarle con l'economia del mondo occidentale: la concorrenza dell'industria spazza via senza fatica l'artigianato Rom che deve subire anche la dura legge del consumismo, del mondo usa e getta dove quasi più nessuno si sogna di far affilare coltelli e forbici. In più i nuovi modelli di divertimento stanno facendo scomparire gli spettacoli viaggianti. Da qui l'espandersi dell'accattonaggio (il manghèl) come attività principale di sostentamento praticato da donne e bambini, a cui talvolta si affiancano modeste attività illecite. Un problema che si è aggravato con le ultime ondate migratorie in Italia e che sta inevitabilmente segnando l'immagine dello "zingaro". Pregiudizi e luoghi comuni trovano terreno fertile grazie al fenomeno della delinquenza generato dall'incontro tra le fasce emarginate della nostra società con quelle dei Rom. Problemi gravi che esistono, inutile negarlo, ma che vanno pesati e confrontati con gli esempi sul territorio di pacifica convivenza creati grazie a politiche di integrazione, soprattutto attraverso la scolarizzazione dei bambini ed i percorsi di inserimento lavorativo per gli adulti, come sottolineano dall'Ufficio Rom, Sinti e Nomadi del Comune di Torino. Politiche che mirano anche a superare la percezione negativa verso Rom e Sinti dovuta sia a ragioni storiche, ma soprattutto alimentata da elementi di diversità culturale che investono i modelli educativi, le diverse forme di comunicazione, il rapporto col territorio, la concezione magico-spirituale della vita e degli avvenimenti e l'assenza di uno stato o di un'autorità internazionale che li rappresenti. Tutti aspetti di una cultura nomade che a noi stanziali crea forti problemi di convivenza. |
| SOMMARIO DI QUESTO NUMERO | |||||||
|
|
|||||||
|
|||||||
|
|||||||