InformaGiovani SPECIALE

Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 04/2003







 




 

 

 


COSTE DA TURCHI
Milioni di milioni di lire pesanti, anzi pesantissime: è la moneta turca, vittima della svalutazione. La prospettiva dell'allargamento dell'Unione europea dovrebbe cambiare le cose, ma per chi ha fatto fatica a passare dalle vecchie lire italiane all'euro, arrivare oggi in Turchia e maneggiare i primi soldi cambiati all'aeroporto è un delirio, soprattutto perché il portafoglio si gonfia come un hot dog.

di Fabrizio Cellai

Istanbul
Istanbul, città a cavallo di due mondi, ponte tra la civiltà europea e quella asiatica. Così sta scritto in tutte le guide turistiche. E in effetti Istanbul è una splendida capitale dove si incontrano e si mischiano culture, tradizioni, genti che rappresentano tutte le sfaccettature dell'attuale società turca. Un caleidoscopio spettacolare che unisce il turismo di massa (intruppato nelle visite alla Moschea blu, Santa Sofia, il Bosforo, il palazzo Topkapi, il Gran Bazar) a quello che oggi si definisce alternativo o responsabile. Istanbul sa nascondersi, ma occhi attenti sapranno scoprire vie, moschee, sale da the, fumerie e hammam (bagni turchi) che sfuggono agli occhi dei più. Soprattutto si potrà cogliere il ritmo della città e dei suoi abitanti: frenetico com'è il ritmo di una metropoli, rilassato nella pratica delle tradizioni tipiche dei paesi musulmani.
Il nostro viaggio inizia qui, tra le vie di Sultanahmet, Sirkeci, Taksim, Beyoglu, i quartieri della città dove una settimana di permanenza può essere troppo poco per scoprire la vera Istanbul. Il percorso sceglietelo voi, ma non scordatevi di assaggiare lo yogurt di kanlica, così grasso da poter essere mangiato senza zucchero; i panini con il pesce cotto alla brace sulle piccole imbarcazioni ormeggiate vicino al ponte di Galata sul Bosforo, né di assistere ad uno spettacolo di dervisci rotanti nel tempio Mevlevi oppure di fumare il nargilé vicino alla moschea di Tophane giocando una partita a tavla, il back gammon, vero sport nazionale.

Il mare

Sta diventando di moda, quindi affrettatevi. Navigare nelle dolci acque del mediterraneo, con la costa turca e le isole greche alle spalle è stato il nostro modo di viaggiare per due settimane. I prezzi sono ancora contenuti, ma bisogna avere capacità e un po' di fortuna nel scegliere il capitano di vascello. Se ci si aggrega a gruppi di cinque sei persone i costi diminuiscono e poi si può scendere al porto successivo, cambiare nave e percorso.
Datça è il nostro punto di partenza, un porticciolo poco attraente nella penisola di Marmaris sulla costa dell'antica Licia. Non sono ancora arrivate le villette a schiera di francesi, tedeschi, tour operator. Il mare è un incanto e la barca di Karim è l'ultima ormeggiata nel porto: per noi è la prima volta e la barca ci sembra bellissima con i suoi due alberi maestosi e i 22 metri di lunghezza scintillanti nel tramonto infuocato.
Karim ci è stato consigliato da un'amica tedesca, ormai poco tedesca e molto turca visto che si è stabilita quaggiù. Karim ha la pelle abbronzata, gli occhiali da sole perennemente calati sugli occhi, il capello impomatato e un completino che farebbe invidia a braccio di ferro. Per sei mesi l'anno scorazza con i turisti sulle acque di casa sua. Per altri sei mesi fa la stessa cosa in Australia. Parla un inglese perfetto, sorseggia vino bianco con pistacchi annessi (i pistacchi turchi sono tra i più buoni del mondo), la sera non va a dormire a casa perché la sua casa è la barca, dodici mesi l'anno.
Ci aspetta una crociera di due settimane per la cifra di 200 euro a capoccia, un buon prezzo visto che siamo a fine agosto e la stagione non è ancora finita. Insomma vita di mare tutto incluso: letto, pranzi e cene, pinne e maschera, doccia, mal di mare e pesca con lenza.
Salpiamo di mattina, presto, per evitare il grosso dei turisti, dopo una colazione ricchissima a base di the, uova sode, cetrioli, pomodori, formaggio di capra, olive nere e pane fresco. Direzione Ovest attorno alla penisola di Marmaris, verso Bodrum, costeggiando un litorale magnifico dove persistono ancora zone vergini risparmiate dalla febbre del cemento.
E subito iniziano le visioni: calette da mille e una notte (qui siamo in tema), spiagge di grande suggestione, acque trasparenti blu, azzurre e verdi, pesci che aspettano i nostri tuffi. Ci si vorrebbe fermare ad ogni angolo ma ci lasciamo guidare dall'esperienza di Karim.
Le prime soste sono Bozburun, dove il tempo pare essersi fermato, Palmut Bürkü e Cnido, rifugio dei turisti turchi lontano dalle spiagge più facili da raggiungere e quindi più affollate.
Si supera la punta della penisola di Marmaris e le acque si fanno più agitate. Il pranzo balla nello stomaco e non resta che sdraiarsi cercando di pensare ad altro. Si pensa alla vita di crociera, con i tempi dilatati, il relax del sole e delle letture, il pesce fresco sulla tavola tutte le sere.
Con l'isola di Rodi alle spalle arriviamo il giorno dopo a Bodrum soprannominata dagli inglesi, che qui si sono trasferiti in forza, Bedroom. Sembra quasi di arrivare a Capri, con le casette bianche, i negozi alla moda, i lussuosi yacht attraccati nel porto all'ombra del vecchio castello. Ma sì, un po' di vita mondana non fa male, anche perché la serata inizia nel migliore dei modi. Cena Chez Hamet, prix honnêtes, atmosfera conviviale e piatti raffinati proposti dal gestore, Hamet, che si muove tra i tavoli con disinvoltura tipica francese. Dopo, la discoteca, e di musica turca neanche una nota.
La mattina si parte per la penisola di Bodrum. Qui i conquistatori del mercato immobiliare hanno tirato fuori l'artiglieria pesante: villette a schiera ovunque, ombrelloni e villaggi turistici. Ma Karim, da vecchio navigatore di queste acque, evita sapientemente le spiagge affollate, navigando fino a Gümüslük e Türkbükü, uno dei rari villaggi di pescatori riuscito a conservarsi in buone condizioni. Grazie a Karim conosciamo qualche pescatore, le loro famiglie, la loro vita incentrata sul turismo. E da buoni turisti spazzoliamo una cenetta a base di polipo e prelibati San Pietro, una specie di orata schiacciata, cotti sulla pietra; il tutto innaffiato da un fresco bianchetto tufaceo che ci manda a letto prima del solito.
In generale quando si viaggia si ha tempo per pensare, e in barca questo è ancora più vero. Pensare, mangiare, nuotare, dormire; ma anche cucinare, pescare, ormeggiare, srotolare le vele, se si ha voglia. Si scopre un mondo nuovo, almeno per dei neofiti come lo eravamo noi. E poi la sera ci sono le sfide a backgammon e i racconti di Karim e del suo aiutante.
Viriamo verso Est e ci aspetta un lungo viaggio verso le coste dell'antica Licia. Sono passati già quattro giorni, ma nessuno è stufo, anzi. C'è chi prende appunti di viaggio, chi fotografa la barca da tutte le angolazioni possibili, chi legge ascoltando musica e chi semplicemente si arrostisce al sole. Incrociamo un'altra imbarcazione sulla nostra stessa rotta; la sera ceniamo assieme e si improvvisa una discoteca natante.
Ripassiamo Rodi senza fermarci così come a Ölüdeniz, la spiaggia immortalata su tutti i manifesti pubblicitari della Turchia. Meglio la zona vicino Patara, 15 chilometri di sabbia dove vengono a depositare le uova le tartarughe. E poi l'isola di Kekova e la spiaggia di Kaputas. L'ultimo giorno di crociera, Kalkan, piccolo gioiello turistico della costa turca.
Mettiamo piede sulla terra ferma e ci sembra che tutto su muova sotto i piedi come in barca. Salutiamo Karim con una grande bevuta di birra e la notte, in albergo, non riusciamo a chiudere occhio: ci manca il mare con la sua ninna nanna sotto il cuscino.

La terra

Ci lasciamo alle spalle il mare e con due giorni di viaggio in autobus piombiamo in un ambiente completamente diverso della Turchia: la Cappadocia. Un contrasto forte, ma affascinante.
Ci dà il buon giorno, alle sei di mattina, un paesaggio lunare. Siamo gli unici a scendere a Uçhisar, mentre tutti i turisti proseguono per il villaggio di Göreme, altra icona del turismo in Turchia.
Uçhisar è facilmente riconoscibile dal pinnacolo di tufo sulle cui pareti sono state scavate centinaia di cavità nelle quali sorgono cappelle, monasteri, celle, abitazioni, legate tra di loro da veri e propri labirinti.
La Kaya Pansiyon (in questo caso la pubblicità è meritata) ci accoglie con una colazione a buffet strepitosa che ci rimette in sesto e la vista dalle camere da letto è fiabesca: i famosi camini delle fate, rocce stratificate erose dagli agenti atmosferici con colori cangianti, pitture rupestri, canyon a strapiombo. Insomma il luogo ideale per gli amanti del trekking.
Le escursioni in questa zona sono tantissime, ma consigliamo di chiedere sempre informazioni alle gente del posto, e di fare una selezione in base ai propri gusti.
La nostra scelta cade sulla valle dei piccioni che da Uçhisar porta a Göreme. Si scende in un canyon scavato da vento e pioggia nel corso dei secoli, segnato da centinaia di piccionaie da dove si raccoglieva lo sterco dei volatili che serviva a fertilizzare le terre. Un'escursione tranquilla, tanto per prendere confidenza.
Più impegnativi i giorni successivi nei dintorni di Çavusin, nella valle rosa e in quella rossa dove il caldo si fa torrido ma la bellezza dei paesaggi strozza in gola il respiro: rocce levigate dagli agenti atmosferici danno vita a enormi torte chantilly dai colori sfumati bianco-rosa-mattone con sullo sfondo le caratteristiche case trogloditiche della Cappadocia costruite nel tufo. Per chi ama la fotografia, è un invito a nozze.
E poi le Chiese rupestri: con l'avanzare dell'islam i monaci cristiani rifugiatisi in queste terre costruirono monasteri sotterranei, a volte incredibili gioielli di architettura impreziositi da mosaici e da pitture, oggi scomparsi o deturpati dai musulmani che vedevano in quelle rappresentazioni i simboli di una religione rivale da combattere e distruggere.
Macinando chilometri tra queste terre ci si rende conto di un paradosso: andare in Cappadocia aiuta le popolazioni di questa terra alla sopravvivenza, ma nello stesso tempo contribuisce alla sua lenta distruzione. La terra si sgretola letteralmente sotto i nostri piedi ed è impossibile fermare il corso naturale della natura. La Cappadocia non vivrà in eterno, è un paesaggio naturale prezioso e in via di scomparsa.
Con questa nota di tristezza proseguiamo nelle nostre escursioni che ci portano a Zelve con le sue case, cappelle e monasteri che sono i più antichi della regione (da non perdere l'escursione a Pasabagi, la valle dei Monaci); Ortahisar, che in turco significa fortezza di mezzo, è dominata da una grande guglia rocciosa; il monastero di Keslik e la valle dei Re a cavallo. Infine le valli di Soganli (tulipani in turco) verde e selvaggia e quella di Ihlara, un profondo canyon che la natura ha creato nel tufo in seguito a eruzioni vulcaniche. Ci rimarrebbero le città sotterranee di Kaymakli e Derinkuyu, ma le lasciamo per un altro viaggio.
Già, perché questo viaggio volge al termine. Dieci ore di treno da Ankara e siamo di nuovo a Istanbul, sulla sponda orientale. La vacanza finisce in un vecchio salone da barbiere, un lusso da provare assolutamente per i maschietti che hanno intenzione di visitare la Turchia. Sul traghetto che ci porta a Sultanahmet proviamo a caricare la macchina per l'ultima fotografia: la levetta non gira più, la vacanza è proprio finita. Anzi no, c'è ancora il tempo per un kebab al volo.


 
INFO
 
 
  • www.istanbulcityguide.com
  • www.mersina.com/Turkey
  • Ufficio del turismo della Turchia: piazza della Repubblica 56, 00185 Roma, tel 06/4871190, fax 06/4882425
    Non servono visti e basta la carta d'identità, anche se è meglio il passaporto soprattutto se si ha intenzione di spingersi a est. Patente italiana valida.
  • Spostamenti: consigliamo l'autobus: efficienti, comodi, frequenti, raggiungono tutti gli angoli del Paese e sono molto più rapidi dei pochi treni. Treno che si può utilizzare nel tratto Ankara-Istanbul, non altrove.
    Per organizzare una crociera in barca, bisogna arrivare in un porto della costa, meglio se poco turistico, e cominciare a informarsi su prezzi e tragitti. Non bisogna avere fretta o cercare di risparmiare a tutti i costi. Datça è un buon porto dove trovare la barca giusta.
  • Cibo: ottimo e vario, anche se nel nostro immaginario abbiamo in testa solo il kebab. Pesce sulla costa, ma anche pide di gustoso formaggio di capra, riso pilaf, minestre e i manti, ravioli intinti in una salsa di yogurt, aglio, menta e spezie da capogiro.
 
 
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