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INFO
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Per
partecipare a campi di lavoro come questo (non solo in Romania)
rivolgersi a: Lega Missionaria Studenti, Via M. Massimo 7, 00144
Roma, tel. 06/54396228.
In questi anni l'offerta di campi estivi è aumentata.
Visitando il sito www.unimondo.it
è possibile scegliere fra una vasta gamma di opportunità.
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UN
CAMPO DI LAVORO IN ROMANIA
L'ALTRO MONDO A DUE PASSI DA CASA
di Elena
Cestino
L'autobus
si fermò tra gruppi vocianti di bambini che salutavano agitando
le braccia, nel mezzo di una strada sterrata, davanti al cancello di
una vecchia scuola. Era domenica. Guardando fuori si aveva la sensazione
di trovarsi in un'altra dimensione. Scendendo, l'aria calda e densa
di polvere lo confermò. Sighet, detto per esteso: Sighetul Marmatiei,
regione Maramures, Romania. Nemmeno il tempo di sgranchirsi le gambe
e già i bambini ci avevano circondato. Avevano smesso di salutare:
i più piccoli sorridevano, i più grandi osservavano silenziosamente,
con aria inflessibile. Stavano in disparte lungo i muri delle case circostanti,
le dita in bocca, i vestiti logori e la faccia sporca.
La stanchezza del viaggio e della nottata insonne si fece sentire tutta
in quel momento. Scaricammo zaini, sacchi a pelo e alcuni scatoloni
di vestiti e materiale per i bambini. Nella scuola incontrammo i ragazzi
del turno precedente. Trasudavano serena stanchezza. L'autobus con cui
eravamo arrivati noi li avrebbe riportati in Italia. Seguirono alcuni
momenti di disordine. Arrivarono delle donne con l'aria tra il sorridente
e il curioso e si misero ad aspettare anche loro in quell'aula, non
si capiva bene chi o che cosa. C'era un forte odore di muffa misto a
quello della polvere che ricopriva le pesanti tende alle finestre, i
banchi sgangherati e le sedie accatastate in un angolo. L'attesa non
durò a lungo: p. Massimo, il gesuita che coordinava il campo
precedente, arrivò per assegnarci alle famiglie che ci avrebbero
ospitato. Comprendemmo, allora, che quelle donne erano lì per
noi, che le loro case sarebbero state anche nostre e cominciammo ad
osservarle con altri occhi, a guardare i loro abiti dimessi con maggiore
attenzione e forse una certa preoccupazione che ci guardammo bene dall'esternare
gli uni agli altri. Forse per vergogna o forse per non fomentare sconforto.
Cominciò il contatto personale, in presa diretta, con la realtà
che ci circondava e che già si rivelava un po' ingombrante. Le
case a Sighet sono povere. Palazzi alti, grigi e senza intonaco ma anche
abitazioni più basse, costruite senza uno stile architettonico
preciso. All'interno l'arredamento è essenziale: un tavolo, qualche
sedia, la stufa, il fornello a gas, un letto matrimoniale e, generalmente,
un divano letto. Il tutto in massimo due stanze. Il bagno interno è
ancora un privilegio per pochi. Famiglie numerose, per quella strana
legge di natura che prevede tanti figli là dove la povertà
non può sfamarli ma anche per la politica demografica del vecchio
regime.
L'acquedotto di Sighet è rotto da anni, così l'acqua viene
chiusa dopo le 10 del mattino fino alle 17 e dalle 21 all'alba. Allora,
si riempiono catini di riserva per le ore in cui non c'è: per
lavarsi e per bere, anche se non è potabile. L'acqua al supermercato
costa cara: più di un ventesimo dello stipendio medio di un insegnante.
Per non parlare delle famiglie senza reddito: in questo paese, come
in tanti altri della Transilvania c'erano industrie di medie dimensioni.
Sono state chiuse dopo la fine della dittatura di Ceaucescu aprendo
una serie di innumerevoli drammi umani causati dalla disoccupazione.
Situazioni che, nella maggior parte dei casi, affogano nella palinca:
il liquore prodotto nelle campagne. È un circolo vizioso i cui
effetti ci sarebbero parsi più chiari nei giorni seguenti.
Dopo la partenza di chi ci aveva preceduto, tra lacrime e abbracci dei
bambini, per noi ancora non del tutto giustificabili, iniziò
il nostro campo di lavoro. E iniziò da lì, da quella strada,
da quella scuola attorno a cui avremmo orbitato per giorni e da quei
bambini che, prima ancora di vedere scomparire l'autobus, ci gettarono
le braccia al collo. Eravamo sconcertati: non sapevano nemmeno chi fossimo!
Per quanto possa commuovere, questo comportamento è preoccupante:
pensavano che avremmo dato loro qualcosa, non importava "che cosa".
Era il loro modo di guadagnarselo. Presto le richieste furono esplicite:
le loro mani toccavano i nostri, peraltro non preziosi, orecchini, i
cappellini e i braccialetti in una polifonia di "tu regali me?".
Ricordavamo le raccomandazioni ricevute, scabbia e pidocchi erano diffusi.
Ma dopo il primo abbraccio crollò ogni barriera. Era peraltro
impossibile divincolarsi da loro ed un susseguirsi di emozioni e sentimenti
contrastanti passò dall'uno all'altro di noi mentre i nostri
occhi, la sola parte di noi che ci era possibile muovere, si incontravano.
Frustrazione, affetto, stanchezza, disagio, preoccupazione, tenerezza.
Tutto troppo veloce. Tutto... soffocante!
Finalmente la prima riunione: alcune indicazioni e ripartizione delle
mansioni. Eravamo circa venti persone provenienti da Roma, Trieste,
Cagliari, Torino, Napoli e Genova. Qualcuno ripeteva l'esperienza per
la seconda o la terza volta, dato incoraggiante per la maggior parte
di noi, debuttanti allo sbaraglio! I gruppi che decidono di fare questa
esperienza con la LMS (lega missionaria studenti) sono generalmente
più numerosi e si concentrano in due turni tra giugno e luglio.
Quel terzo turno, nato un po' per caso da esigenze universitarie, sarebbe
durato fino alla metà di agosto. Essere in pochi e coetanei ci
permise di diventare un gruppo unito e animato dalla voglia di confrontarsi.
Anche se alcuni di noi si dedicavano all'animazione dei ragazzi che
non frequentavano la scuola, in gran parte, la mattina, eravamo occupati
a tenere lezioni di italiano e inglese. Classi numerose, livello di
preparazione disomogeneo, così come l'età degli allievi:
ma la loro serietà e l'impegno erano sorprendenti ed incoraggianti.
Molti di loro frequentano questa scuola estiva perché sperano,
con lo studio delle lingue, di poter andarsene dalla Romania. Sognano
un lavoro lontano, magari in Italia. La logica dei gesuiti che da anni,
e non senza difficoltà, gestiscono questa attività estiva
a Sighet è un'altra: dare ai ragazzi l'opportunità di
crearsi un futuro migliore nel e per il loro paese.
Non è questa l'aria che si respira per le strade di Sighet. Ce
ne accorgemmo dalla prima sera, in un pub. Una manciata di minuti e
ci trovammo letteralmente assediati da una decina di bambini. Ci guardavano.
Dopo una mezz'ora chiesero di bere qualcosa dai nostri bicchieri. Avevamo
appena finito di constatare quanto poco costasse la vita là per
chi veniva dall'Europa occidentale e ci venne spontaneo offrire loro
da bere: scelsero bibite fluorescenti ed apparentemente imbevibili.
Entusiasti di quelle bottigliette, se le passavano di mano in mano,
ricambiandoci con sorrisi di gratitudine. Ci intenerirono ma avevamo
commesso un errore. Da quel momento i bambini si sarebbero sempre aspettati
qualcosa da noi, un tacito accordo a cui era difficile sottrarsi: una
sensazione sgradevole. Con le poche parole di romeno che riuscivamo
a masticare cercammo di spiegare che avevamo finito i soldi. Si faceva
sempre più tardi e loro non sembravano intenzionati a rincasare.
Tanti bambini a Sighet non tornano a casa nemmeno la notte.
Qualche anno fa p. Massimo ed altri volontari ne sorpresero tre a dormire
in mezzo ai rifiuti, non lontano dalla scuola. Avevano tutti meno di
dieci anni. Nacque così il "progetto Quadrifoglio".
Una casa famiglia a Sighet. Durante le due settimane trascorse là
abbiamo visto procedere i lavori del cantiere. La casa Quadrifoglio
ospita dallo scorso gennaio cinque ragazzi ed è gestita da una
famiglia romena. È solo l'inizio.
Qualcuno di noi cominciò ad andare all'ospedale per imboccare
persone con handicap fisici molto gravi, abbandonate a se stesse. Condizioni
igieniche pessime. Gli infermieri, sottopagati, spesso vivono come un'intrusione
interventi esterni come il nostro. Ma i sorrisi e gli sguardi di gratitudine
di quelle persone costrette a letto sono impareggiabili. Richiese la
nostra collaborazione anche un istituto per ragazzi handicappati. La
maggior parte di loro non parlava neppure ma furono entusiasti di giocare
accompagnati dalla chitarra.
L'idea che maturava giorno dopo giorno in noi era che bastava poco,
in tutto quello che facevamo, per ottenere un sorriso o un gesto di
affetto. Cominciavamo a perdere quell'inconscia idea di onnipotenza
che ci eravamo portati da casa: il quotidiano ci insegnava che in realtà
il nostro solo impegno doveva essere il dare un contributo perché
qualcuno, che di quella realtà faceva parte, scoprisse come modificarla
e lavorasse per farlo.
La
casa dei copii
A Sighet, c'è un orfanotrofio: la casa dei copii, come la chiamano
là. È sovraffollata. Nel 1971 con Ceaucescu il Parlamento
votò una legge per promuovere la crescita demografica: proibiva
la contraccezione ma non prevedeva aiuti per le famiglie (le donne erano
esortate ad avere almeno cinque figli), istituzionalizzando l'abbandono
dei bambini. L'affermazione della superiorità dello Stato sulla
famiglia. Il nuovo governo la abrogò nel '91. Troppo tardi per
cancellarne le conseguenze: oltre 130mila bambini abbandonati sparsi
nei 41 dipartimenti del paese.
Organizzammo una festa alla scuola perché i bambini dell'orfanotrofio
potessero stare insieme agli altri. Fu allucinante il modo in cui non
vennero accolti. I ragazzi incarnavano un assurdo retaggio familiare
di diffidenza verso queste categorie più deboli: un paio di ragazze
di Roma furono sorprese dalla famiglia ospitante a scrollare le coperte
piene di pulci e vennero accusate di averle portate in casa prestando
servizio all'ospedale! I copii dell'orfanotrofio si distinguevano per
i capelli rasati. Non parvero sorpresi del disprezzo nei loro confronti,
sembravano contenti per il fatto di essere usciti all'aperto e si meravigliarono
quando li prendemmo per mano per ballare. Ci conquistarono. Attorno
a Sighet, nel verde, sorgono ricostruzioni di abitazioni del 17°sec.
Organizzammo una gita e li portammo con noi. Con loro visitammo anche
alcuni monasteri ortodossi. Fummo rapiti dalla magia dei posti: gli
interni offrono tesori d'arte ed i giardini circostanti sono oasi di
ruscelli, aiuole e fiori multicolori.
Spesso trascorrevamo le serate alla Tisa, il fiume che separa la Transilvania
dall'Ucraina. Ci stendevamo lungo l'argine, naso in su, uno accanto
all'altro a parlare per ore, ascoltando il fiume, la notte romena, e
guardando le stelle cadenti. Moltissime. E ci sembrava di non averne
mai viste di belle così. A volte qualche ragazzino ci sfidava
ad attraversare il ponte pencolante per arrivare sull'argine ucraino.
Cantavamo a squarciagola De Andrè per vincere la paura.
Il
cuore di Sighet
I giorni passavano, lasciandoci stanchi ma felici. Camminando per le
strade, soprattutto al tramonto o al mattino presto, sembrava di stare
lì da una vita. Il cuore di Sighet è scandito da chiese:
la cattolica ungherese, la ortodossa di rito greco, quella di rito bizantino,
la greco cattolica e, poco lontano, la sinagoga. Attraversando la piazza
sulla quale, uno dopo l'altro, si affacciano questi edifici, si respira
aria di storie lontane, di uomini e donne dal passato differente, che
si sono ad un certo punto incontrati, mescolati ed hanno dato vita a
tutto quello che oggi si può vedere lì.
Sighet è la città di E. Wiesel, autore di "La notte".
Nella stazione del paese c'è ancora la fontana descritta nel
libro, quella con cui rifornirono d'acqua il treno su cui deportarono
gli ebrei dopo il 1938. Un pomeriggio visitammo la sinagoga leggendo
stralci del libro di Wiesel. Uscimmo e camminammo verso la stazione
cantando "Evenu Shalom". Sui binari l'emozione era tanto forte
che potevamo quasi percepire i respiri affannosi di quella gente stipata
nei vagoni, i comandi telegrafici degli ufficiali, i fischi e lo stridere
del treno in partenza. Attorno a noi, invece, solo vecchi vagoni abbandonati
ed erbacce secche abbarbicate ai binari. Ma la fontana era davvero lì,
davanti a noi: monito silenzioso.
Giorni dopo, con un anziano ex prigioniero politico visitammo anche
il carcere comunista, oggi museo della memoria. Fu un racconto agghiacciante.
Quella sera per ore parlammo di libertà... Libertà...
L'aria che noi respiravamo a pieni polmoni in quell'esperienza era stata
la grande assente nel passato del luogo.
Per sintetizzare in un'immagine questo scorcio di mondo si dovrebbe
scegliere la realtà caleidoscopica del mercato, indescrivibile
danza di vita. Contadini in abiti tradizionali arrivano dalle campagne
circostanti su carri trainati da muli. Vendono frutta e ortaggi ancora
avvolti in un velo di terra. Usano vecchie bilance. La carne è
in balia delle mosche. Qua e là rivenditori di spezie: montagne
di paprika rossa esaltano il vortice di colori del mercato. Nell'aria
l'odore della placinta (la tipica focaccia fritta). Donne dietro i banchi:
il capo coperto da foulard neri e la pelle cotta dal sole. Anche la
gente, un continuo intrecciarsi di colori diversi. Alcuni olivastri,
tratti gitani, altri molto chiari, lineamenti tipici dell'est, altri
ancora, capelli scuri e qualcosa che lascia intuire origini mediterranee.
La Romania che abbiamo vissuto noi è fatta così: storie
diverse, drammi simili, sottili equilibri tenuti in vita da un popolo
fondamentalmente sognatore. Forse non si può non esserlo in un
paese che, nonostante le tragedie politiche, le schiaccianti beffe economiche
e le controversie etnico-religiose, riesce a conservare un fascino che
seduce, cattura e disarma.
Saluti di bambini. Gli stessi dell'arrivo. Ma anche i copii dell'orfanotrofio.
Lacrime, loro e nostre. Erano cambiati gli occhi con cui avremmo guardato
la nostra vita in Italia. Eravamo cambiati noi. Molto più di
quanto potessimo comprendere sul momento. In tanti campi della lega
non si era mai verificata un'esperienza di gruppo tanto radicale. Non
sappiamo perché sia stato possibile creare un terzo turno, perché
proprio noi. Non occorre porsi certe domande. Ci sono strade nella vita
che, percorse fino in fondo, portano troppo lontano per poter tornare
indietro. E' quello che è accaduto a noi. Abbiamo vissuto questo
campo fino in fondo e ci ha portati lontano. I legami di amicizia esistono
ancora oggi, alimentati anche dal lavoro che, ciascuno nella propria
realtà e con i propri mezzi, porta avanti perché il progetto
Quadrifoglio cresca, come sogno e come realtà. La Romania ci
ha sorpresi ancora una volta. Il pullman partì.
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