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luglio/agosto 2002








INFO
Per partecipare a campi di lavoro come questo (non solo in Romania) rivolgersi a: Lega Missionaria Studenti, Via M. Massimo 7, 00144 Roma, tel. 06/54396228.
In questi anni l'offerta di campi estivi è aumentata.
Visitando il sito www.unimondo.it è possibile scegliere fra una vasta gamma di opportunità.


UN CAMPO DI LAVORO IN ROMANIA
L'ALTRO MONDO A DUE PASSI DA CASA

di Elena Cestino

L'autobus si fermò tra gruppi vocianti di bambini che salutavano agitando le braccia, nel mezzo di una strada sterrata, davanti al cancello di una vecchia scuola. Era domenica. Guardando fuori si aveva la sensazione di trovarsi in un'altra dimensione. Scendendo, l'aria calda e densa di polvere lo confermò. Sighet, detto per esteso: Sighetul Marmatiei, regione Maramures, Romania. Nemmeno il tempo di sgranchirsi le gambe e già i bambini ci avevano circondato. Avevano smesso di salutare: i più piccoli sorridevano, i più grandi osservavano silenziosamente, con aria inflessibile. Stavano in disparte lungo i muri delle case circostanti, le dita in bocca, i vestiti logori e la faccia sporca.
La stanchezza del viaggio e della nottata insonne si fece sentire tutta in quel momento. Scaricammo zaini, sacchi a pelo e alcuni scatoloni di vestiti e materiale per i bambini. Nella scuola incontrammo i ragazzi del turno precedente. Trasudavano serena stanchezza. L'autobus con cui eravamo arrivati noi li avrebbe riportati in Italia. Seguirono alcuni momenti di disordine. Arrivarono delle donne con l'aria tra il sorridente e il curioso e si misero ad aspettare anche loro in quell'aula, non si capiva bene chi o che cosa. C'era un forte odore di muffa misto a quello della polvere che ricopriva le pesanti tende alle finestre, i banchi sgangherati e le sedie accatastate in un angolo. L'attesa non durò a lungo: p. Massimo, il gesuita che coordinava il campo precedente, arrivò per assegnarci alle famiglie che ci avrebbero ospitato. Comprendemmo, allora, che quelle donne erano lì per noi, che le loro case sarebbero state anche nostre e cominciammo ad osservarle con altri occhi, a guardare i loro abiti dimessi con maggiore attenzione e forse una certa preoccupazione che ci guardammo bene dall'esternare gli uni agli altri. Forse per vergogna o forse per non fomentare sconforto.
Cominciò il contatto personale, in presa diretta, con la realtà che ci circondava e che già si rivelava un po' ingombrante. Le case a Sighet sono povere. Palazzi alti, grigi e senza intonaco ma anche abitazioni più basse, costruite senza uno stile architettonico preciso. All'interno l'arredamento è essenziale: un tavolo, qualche sedia, la stufa, il fornello a gas, un letto matrimoniale e, generalmente, un divano letto. Il tutto in massimo due stanze. Il bagno interno è ancora un privilegio per pochi. Famiglie numerose, per quella strana legge di natura che prevede tanti figli là dove la povertà non può sfamarli ma anche per la politica demografica del vecchio regime.
L'acquedotto di Sighet è rotto da anni, così l'acqua viene chiusa dopo le 10 del mattino fino alle 17 e dalle 21 all'alba. Allora, si riempiono catini di riserva per le ore in cui non c'è: per lavarsi e per bere, anche se non è potabile. L'acqua al supermercato costa cara: più di un ventesimo dello stipendio medio di un insegnante. Per non parlare delle famiglie senza reddito: in questo paese, come in tanti altri della Transilvania c'erano industrie di medie dimensioni. Sono state chiuse dopo la fine della dittatura di Ceaucescu aprendo una serie di innumerevoli drammi umani causati dalla disoccupazione. Situazioni che, nella maggior parte dei casi, affogano nella palinca: il liquore prodotto nelle campagne. È un circolo vizioso i cui effetti ci sarebbero parsi più chiari nei giorni seguenti.
Dopo la partenza di chi ci aveva preceduto, tra lacrime e abbracci dei bambini, per noi ancora non del tutto giustificabili, iniziò il nostro campo di lavoro. E iniziò da lì, da quella strada, da quella scuola attorno a cui avremmo orbitato per giorni e da quei bambini che, prima ancora di vedere scomparire l'autobus, ci gettarono le braccia al collo. Eravamo sconcertati: non sapevano nemmeno chi fossimo! Per quanto possa commuovere, questo comportamento è preoccupante: pensavano che avremmo dato loro qualcosa, non importava "che cosa". Era il loro modo di guadagnarselo. Presto le richieste furono esplicite: le loro mani toccavano i nostri, peraltro non preziosi, orecchini, i cappellini e i braccialetti in una polifonia di "tu regali me?". Ricordavamo le raccomandazioni ricevute, scabbia e pidocchi erano diffusi. Ma dopo il primo abbraccio crollò ogni barriera. Era peraltro impossibile divincolarsi da loro ed un susseguirsi di emozioni e sentimenti contrastanti passò dall'uno all'altro di noi mentre i nostri occhi, la sola parte di noi che ci era possibile muovere, si incontravano. Frustrazione, affetto, stanchezza, disagio, preoccupazione, tenerezza. Tutto troppo veloce. Tutto... soffocante!
Finalmente la prima riunione: alcune indicazioni e ripartizione delle mansioni. Eravamo circa venti persone provenienti da Roma, Trieste, Cagliari, Torino, Napoli e Genova. Qualcuno ripeteva l'esperienza per la seconda o la terza volta, dato incoraggiante per la maggior parte di noi, debuttanti allo sbaraglio! I gruppi che decidono di fare questa esperienza con la LMS (lega missionaria studenti) sono generalmente più numerosi e si concentrano in due turni tra giugno e luglio. Quel terzo turno, nato un po' per caso da esigenze universitarie, sarebbe durato fino alla metà di agosto. Essere in pochi e coetanei ci permise di diventare un gruppo unito e animato dalla voglia di confrontarsi.
Anche se alcuni di noi si dedicavano all'animazione dei ragazzi che non frequentavano la scuola, in gran parte, la mattina, eravamo occupati a tenere lezioni di italiano e inglese. Classi numerose, livello di preparazione disomogeneo, così come l'età degli allievi: ma la loro serietà e l'impegno erano sorprendenti ed incoraggianti. Molti di loro frequentano questa scuola estiva perché sperano, con lo studio delle lingue, di poter andarsene dalla Romania. Sognano un lavoro lontano, magari in Italia. La logica dei gesuiti che da anni, e non senza difficoltà, gestiscono questa attività estiva a Sighet è un'altra: dare ai ragazzi l'opportunità di crearsi un futuro migliore nel e per il loro paese.
Non è questa l'aria che si respira per le strade di Sighet. Ce ne accorgemmo dalla prima sera, in un pub. Una manciata di minuti e ci trovammo letteralmente assediati da una decina di bambini. Ci guardavano. Dopo una mezz'ora chiesero di bere qualcosa dai nostri bicchieri. Avevamo appena finito di constatare quanto poco costasse la vita là per chi veniva dall'Europa occidentale e ci venne spontaneo offrire loro da bere: scelsero bibite fluorescenti ed apparentemente imbevibili. Entusiasti di quelle bottigliette, se le passavano di mano in mano, ricambiandoci con sorrisi di gratitudine. Ci intenerirono ma avevamo commesso un errore. Da quel momento i bambini si sarebbero sempre aspettati qualcosa da noi, un tacito accordo a cui era difficile sottrarsi: una sensazione sgradevole. Con le poche parole di romeno che riuscivamo a masticare cercammo di spiegare che avevamo finito i soldi. Si faceva sempre più tardi e loro non sembravano intenzionati a rincasare. Tanti bambini a Sighet non tornano a casa nemmeno la notte.
Qualche anno fa p. Massimo ed altri volontari ne sorpresero tre a dormire in mezzo ai rifiuti, non lontano dalla scuola. Avevano tutti meno di dieci anni. Nacque così il "progetto Quadrifoglio". Una casa famiglia a Sighet. Durante le due settimane trascorse là abbiamo visto procedere i lavori del cantiere. La casa Quadrifoglio ospita dallo scorso gennaio cinque ragazzi ed è gestita da una famiglia romena. È solo l'inizio.
Qualcuno di noi cominciò ad andare all'ospedale per imboccare persone con handicap fisici molto gravi, abbandonate a se stesse. Condizioni igieniche pessime. Gli infermieri, sottopagati, spesso vivono come un'intrusione interventi esterni come il nostro. Ma i sorrisi e gli sguardi di gratitudine di quelle persone costrette a letto sono impareggiabili. Richiese la nostra collaborazione anche un istituto per ragazzi handicappati. La maggior parte di loro non parlava neppure ma furono entusiasti di giocare accompagnati dalla chitarra.
L'idea che maturava giorno dopo giorno in noi era che bastava poco, in tutto quello che facevamo, per ottenere un sorriso o un gesto di affetto. Cominciavamo a perdere quell'inconscia idea di onnipotenza che ci eravamo portati da casa: il quotidiano ci insegnava che in realtà il nostro solo impegno doveva essere il dare un contributo perché qualcuno, che di quella realtà faceva parte, scoprisse come modificarla e lavorasse per farlo.

La casa dei copii
A Sighet, c'è un orfanotrofio: la casa dei copii, come la chiamano là. È sovraffollata. Nel 1971 con Ceaucescu il Parlamento votò una legge per promuovere la crescita demografica: proibiva la contraccezione ma non prevedeva aiuti per le famiglie (le donne erano esortate ad avere almeno cinque figli), istituzionalizzando l'abbandono dei bambini. L'affermazione della superiorità dello Stato sulla famiglia. Il nuovo governo la abrogò nel '91. Troppo tardi per cancellarne le conseguenze: oltre 130mila bambini abbandonati sparsi nei 41 dipartimenti del paese.
Organizzammo una festa alla scuola perché i bambini dell'orfanotrofio potessero stare insieme agli altri. Fu allucinante il modo in cui non vennero accolti. I ragazzi incarnavano un assurdo retaggio familiare di diffidenza verso queste categorie più deboli: un paio di ragazze di Roma furono sorprese dalla famiglia ospitante a scrollare le coperte piene di pulci e vennero accusate di averle portate in casa prestando servizio all'ospedale! I copii dell'orfanotrofio si distinguevano per i capelli rasati. Non parvero sorpresi del disprezzo nei loro confronti, sembravano contenti per il fatto di essere usciti all'aperto e si meravigliarono quando li prendemmo per mano per ballare. Ci conquistarono. Attorno a Sighet, nel verde, sorgono ricostruzioni di abitazioni del 17°sec. Organizzammo una gita e li portammo con noi. Con loro visitammo anche alcuni monasteri ortodossi. Fummo rapiti dalla magia dei posti: gli interni offrono tesori d'arte ed i giardini circostanti sono oasi di ruscelli, aiuole e fiori multicolori.
Spesso trascorrevamo le serate alla Tisa, il fiume che separa la Transilvania dall'Ucraina. Ci stendevamo lungo l'argine, naso in su, uno accanto all'altro a parlare per ore, ascoltando il fiume, la notte romena, e guardando le stelle cadenti. Moltissime. E ci sembrava di non averne mai viste di belle così. A volte qualche ragazzino ci sfidava ad attraversare il ponte pencolante per arrivare sull'argine ucraino. Cantavamo a squarciagola De Andrè per vincere la paura.

Il cuore di Sighet
I giorni passavano, lasciandoci stanchi ma felici. Camminando per le strade, soprattutto al tramonto o al mattino presto, sembrava di stare lì da una vita. Il cuore di Sighet è scandito da chiese: la cattolica ungherese, la ortodossa di rito greco, quella di rito bizantino, la greco cattolica e, poco lontano, la sinagoga. Attraversando la piazza sulla quale, uno dopo l'altro, si affacciano questi edifici, si respira aria di storie lontane, di uomini e donne dal passato differente, che si sono ad un certo punto incontrati, mescolati ed hanno dato vita a tutto quello che oggi si può vedere lì.
Sighet è la città di E. Wiesel, autore di "La notte". Nella stazione del paese c'è ancora la fontana descritta nel libro, quella con cui rifornirono d'acqua il treno su cui deportarono gli ebrei dopo il 1938. Un pomeriggio visitammo la sinagoga leggendo stralci del libro di Wiesel. Uscimmo e camminammo verso la stazione cantando "Evenu Shalom". Sui binari l'emozione era tanto forte che potevamo quasi percepire i respiri affannosi di quella gente stipata nei vagoni, i comandi telegrafici degli ufficiali, i fischi e lo stridere del treno in partenza. Attorno a noi, invece, solo vecchi vagoni abbandonati ed erbacce secche abbarbicate ai binari. Ma la fontana era davvero lì, davanti a noi: monito silenzioso.
Giorni dopo, con un anziano ex prigioniero politico visitammo anche il carcere comunista, oggi museo della memoria. Fu un racconto agghiacciante. Quella sera per ore parlammo di libertà... Libertà... L'aria che noi respiravamo a pieni polmoni in quell'esperienza era stata la grande assente nel passato del luogo.
Per sintetizzare in un'immagine questo scorcio di mondo si dovrebbe scegliere la realtà caleidoscopica del mercato, indescrivibile danza di vita. Contadini in abiti tradizionali arrivano dalle campagne circostanti su carri trainati da muli. Vendono frutta e ortaggi ancora avvolti in un velo di terra. Usano vecchie bilance. La carne è in balia delle mosche. Qua e là rivenditori di spezie: montagne di paprika rossa esaltano il vortice di colori del mercato. Nell'aria l'odore della placinta (la tipica focaccia fritta). Donne dietro i banchi: il capo coperto da foulard neri e la pelle cotta dal sole. Anche la gente, un continuo intrecciarsi di colori diversi. Alcuni olivastri, tratti gitani, altri molto chiari, lineamenti tipici dell'est, altri ancora, capelli scuri e qualcosa che lascia intuire origini mediterranee.
La Romania che abbiamo vissuto noi è fatta così: storie diverse, drammi simili, sottili equilibri tenuti in vita da un popolo fondamentalmente sognatore. Forse non si può non esserlo in un paese che, nonostante le tragedie politiche, le schiaccianti beffe economiche e le controversie etnico-religiose, riesce a conservare un fascino che seduce, cattura e disarma.
Saluti di bambini. Gli stessi dell'arrivo. Ma anche i copii dell'orfanotrofio. Lacrime, loro e nostre. Erano cambiati gli occhi con cui avremmo guardato la nostra vita in Italia. Eravamo cambiati noi. Molto più di quanto potessimo comprendere sul momento. In tanti campi della lega non si era mai verificata un'esperienza di gruppo tanto radicale. Non sappiamo perché sia stato possibile creare un terzo turno, perché proprio noi. Non occorre porsi certe domande. Ci sono strade nella vita che, percorse fino in fondo, portano troppo lontano per poter tornare indietro. E' quello che è accaduto a noi. Abbiamo vissuto questo campo fino in fondo e ci ha portati lontano. I legami di amicizia esistono ancora oggi, alimentati anche dal lavoro che, ciascuno nella propria realtà e con i propri mezzi, porta avanti perché il progetto Quadrifoglio cresca, come sogno e come realtà. La Romania ci ha sorpresi ancora una volta. Il pullman partì.

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