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luglio/agosto 2001


 
 
 
 

 



COL MANUBRIO, IL CASCHETTO E GLI OCCHIALI
"L'hai voluta la bici? E allora pedala!" Scomoda, forse antipatica, la madre di tutte le esortazioni è sincera e profonda, identificatrice di fatica, sudore, passione e affermazione di sé. "Ebbene sì, l'ho voluta: ora pedalo e arrivo fino in cima!"

di Marco Volpatto


Storia antica di uomini poveri che cercavano di diventare ricchi, di deboli divenuti forti, di ultimi trasformati in primi, storia di passioni, rancori, lotte anche sociali ed epiche battaglie in salita, la bicicletta è metafora dell'esistenza, anch'essa dura, ripida, assolata salita.
L'embrione progettuale risale alla fine del XVIII secolo, grazie al francese De Sivrac il quale pensò di riunire due ruote per spingerle con la sola forza delle gambe: è il celerifero, cui, nel 1818, il tedesco Drais Von Sauerbronn aggiunge manubrio e sella. I primi velocipedi, o bicicli, con pedali e congegni per moltiplicare la velocità, sono del 1855, strane macchine con la ruota anteriore enorme, sellino in posizione da vertigine, pedivelle ad azione diretta sulla ruota sterzante, brividi e ossa spezzate: fu stravolta la logica del movimento che fino ad allora aveva accompagnato l'umanità, cavallo e carrozza per chi poteva permetterseli, scarpe rotte per tutti gli altri. Relativamente semplice da costruire, il velocipede fu subito messo a disposizione di chiunque, con poche lire, volesse cambiare la sua filosofia del viaggio. Da quei primi prototipi ai mezzi ultramoderni, ultraleggeri, ultratecnologici, ultraveloci, la bicicletta ne ha (in tutti i sensi) fatta di strada, usata per lavoro, passione, guerra, lanciata negli eserciti giapponese ed italiano (i Bersaglieri, cappello piumato sulle "23", trombe, fanfare a mille e glutei sul duro sellino di bici da un quintale) e dai suoi profeti nelle prime gare tra dilettanti, operai, contadini, figli della buona società, eroi di uno sport che, siamo tra 1900 e 1910, inizia a diventare leggenda.
Con l'avvento del Tour de France (1903) e del Giro d'Italia (1909), il professionismo s'impadronisce delle due ruote. La passione prende una piega popolare, la gente tende ad identificarsi con i grandi nomi della fatica: Alfredo Binda, Learco Guerra, Costante Girardengo, cui De Gregori ha recentemente dedicato una stupenda canzone, che durante una tappa del Tour (vinta) mangiò 35 uova crude, il doping dei poveri.
Nel 1930 in Italia circolano 200.000 automobili e dodici milioni di biciclette, il regime e la gente vanno a pedali, tutti si spostano sfruttando il meccanismo di trasformazione del moto da rettilineo-alternativo (gambe) a rotatorio (pedivelle, catena, ruota) che permette di filare veloci su strade ancora troppo polverose e piene di buche. La bicicletta accorcia le distanze, aumenta l'allegria, sviluppa i muscoli e promuove gli incontri d'amore sopra un umile tubo di ferro.
Con l'avvento sulla scena dei due protagonisti massimi del ciclismo di ogni tempo, arriva la consacrazione definitiva della bicicletta a strumento di culto: un toscanaccio che risponde al nome di Luigi (Gino per gli amici) Bartali, e un piemontese schivo, deforme nel torace, gobbo e potentissimo, Fausto Coppi, il "Campionissimo", l'uomo solo al comando, fanno la rivoluzione. I due guidano il paese ad una vera e propria riscossa patriottica postbellica, trasformano la bicicletta in fatto di costume, quindi spaccano in due l'Italia, da una parte i "cumunisti", gli anticlericali, i mondani del laicissimo e separato Fausto, dall'altra i "bigotti", le parrocchie, gli oratori del Ginettaccio osservante, elemento di punta dell'Azione Cattolica. Una rivalità che scavalca l'aspetto sportivo, diventa leggenda, provocazione, lotta sana di un paese sano che cerca lentamente di risollevarsi da un periodo atroce. Diventa bellissimo sentirsi italiani con il Peppone e il don Camillo della pedalata che ispirano romanzi, si rubano gregari e donne, contratti e traguardi, a tratti si aiutano e vincono tutto ciò che c'è da vincere. È un momento magico di cui oggi si parla con nostalgia, orgoglio e una punta di malinconia, un tempo in cui possedere una bici è quasi un dovere sociale.
Finiti gli anni cinquanta e terminata la lotta mitologica, la bicicletta vive un periodo di stanca. Arrivano la "Cinquecento", le vacanze, la "Lambretta", un sacco di bambini e i vitelloni, un mezzo di trasporto povero e lento è destinato a retrocedere almeno di una categoria.
La ricerca allora punta su nuovi materiali e design accattivanti, il mercato non necessita più di un mezzo di trasporto per vivere, lavorare, mangiare, ma di un giocattolo per il tempo libero, qualche competizione, uscite con gli amici, spostamenti brevi e rapidi in città sempre più affollate e inquinate. La bicicletta smette i panni di Ferrari dei poveri per trasformarsi in semplice oggetto da tempo libero, vacanza, divertimento, appannaggio anche di un pubblico femminile sempre più numeroso ed emancipato. Intorno alla metà degli anni ottanta l'ennesima rivoluzione: il rampichino (subito ribattezzato mountain bike, la bici della montagna) fa la sua comparsa sul mercato e ne sconvolge gli equilibri. Migliaia di ciclisti da strada spostano i lombi sui più morbidi sellini da arrampicata, ne preferiscono l'agilità, le gomme larghe, le variabili di percorso in mezzo al verde, al fango, alle pietre. Nasce una nuova moda, addirittura un nuovo sport parallelo al ciclismo su strada, che nel '94 diventa disciplina olimpica e si consacra alla pratica di massa. In ogni casa c'è una mountain bike, alla stregua del computer, del cellulare, della TV.
I telai si alleggeriscono, gli impianti frenanti diventano più sicuri, i cambi si moltiplicano, cinque, dieci, diciotto, fino a ventisette velocità, gli allenamenti si differenziano, nasce anche uno stile alimentare "Byker". E i praticanti diventano milioni, di ogni età, sesso, condizione sociale; contano soltanto la voglia, il senso della fatica, il piacere di un giro all'aria aperta.
Città dalla grande cultura ambientale come Parma, Modena, Vicenza, Udine, Cuneo, vivono di bicicletta, sembrano il Nord Europa trasportato quaggiù. Torino si è da poco dotata di una pista ciclabile est-ovest che congiunge Moncalieri a Settimo sfiorando il Po, attraversando corsi e grandi viali, accarezzando la collina piena di sentieri d'impareggiabile bellezza e fascino per chi ama vedere le sue due ruote sulla nuda terra. Manca una linea nord-sud e, soprattutto, non c'è ancora quella cultura ciclistico-ambientalista che sta salvando altre città dai grandi ingorghi e dalla morte da benzene: rotaie del tram, incroci senza svincoli dedicati, mancanza assoluta di parcheggi appositi e sicuri, impediscono ai pochi eroici ciclisti metropolitani una vita tranquilla. Tutti in macchina e velo pietoso disteso sui polmoni. La rivincita nei giorni (pochi) di blocco del traffico e nelle aree protette con La Mandria a farla da padrona. Un giro nel parco della Venaria è quanto di meglio Torino offra agli amanti delle due ruote, fatta salva la collina, ma qui si parla di salite epiche, lombi da fatica, glutei da battaglia, polpacci alla Fausto Coppi. Gli altri devono accontentarsi della bicicletta da città con la morosa da portare sul tubo al Valentino. Se ce l'hanno.

 

 IL CARO PEDALE
Pedali, contropedali, caschetto, gruppi di frenata, cambio, manubrio anatomico, ruote a razze o lenticolari. Quanto diavolo costa una passeggiata in bicicletta? Le esigenze, e quindi gli investimenti, si spostano con età, sesso, passione, allenamento, tempo e una moltitudine di variabili difficili da classificare. Sono tre i sottogruppi della grande famiglia cicloamatoriale: passeggiatori (e passeggiatrici), appassionati stagionali, praticanti quotidiani.
I primi devono procurarsi nell'ordine: bici, tuta, occhiali da sole. Con trecentomila lire si porta a casa una citibike pesante ma comoda, molto colorata e, se si è fortunati, dotata di cambio a tre velocità. Per tuta e occhiali va benissimo il mercato sotto casa.
Gli appassionati, quelli che girano parecchio ma solo in assenza di bubù e dietro approvazione del meteorologo, tra i quali va annoverato chi scrive, hanno bisogno di qualcosa in più: il mezzo deve essere leggero e dotato di qualità e optional di riguardo, materiali e forme particolari, gruppo meccanico a 12-18 velocità, impianto frenante robusto ed efficiente. Nel campo delle bici da strada, sotto le 700mila lire si morde poco, le mountain bike costano qualcosa meno, ma non troppo. Sono necessari casco, guanti, borracce, calzature con attacco a baionetta, tuta e K-way: un'altra mezza milionata e non se ne parla più.
Diverso è il discorso per chi pratica la bicicletta con la passione del quotidiano, tutti i giorni estateinvernopioggiasoleventofreddocaldo loro ci sono sempre, si allenano da soli o in gruppo, in salita, discesa, pianura, su strada o fuori, partecipano a competizioni di buon livello, ricercano prestazioni e risultati in compagnia di gente convinta ed appassionata, abituata a ragionare in termini di migliaia di chilometri all'anno. La bicicletta diventa un culto e i costi salgono: telaio in lega o fibra di carbonio, ruote lenticolari, gruppo meccanico di prim'ordine, freni oleodinamici, forcelle ammortizzate e quant'altro la tecnologia delle gare traduce in mercato. Si raggiungono (e si superano) i 6 milioni di lire ai quali vanno sommati materiali ordinari e costi di manutenzione, i ricambi, le serigrafie e i gadgets per un mezzo di locomozione più vicino ad un prezioso prodotto di orologeria che al celerifero di antica memoria.
Obbligatoria, per chi gareggia, la visita medico-sportiva da effettuarsi presso il Centro di Medicina dello Sport di Via Filadelfia (Stadio comunale) o nel nuovissimo Centro Medico del SUISM in Piazza Bernini 12.
N.B. Una visita medica seria e approfondita è consigliabile a chiunque, superati gli "anta" senza problemi, voglia raggiungere altrettanto allegramente gli "ento" prima di accasciarsi sul manubrio in preda a convulsioni da salita o coccolone da volata. Con duecentomila lire si fa la revisione completa comprensiva di ECG sotto sforzo e si sta tranquilli per un paio di anni. Per chi pedala spesso e volentieri, è auspicabile affidare le proprie ossa ad un'assicurazione tipo RC: prevenire è meglio che curare. Buona pedalata a tutti.
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