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COL MANUBRIO,
IL CASCHETTO E GLI OCCHIALI
"L'hai voluta la
bici? E allora pedala!" Scomoda, forse antipatica, la madre di tutte
le esortazioni è sincera e profonda, identificatrice di fatica, sudore,
passione e affermazione di sé. "Ebbene sì, l'ho voluta: ora pedalo e
arrivo fino in cima!"
di Marco Volpatto
Storia antica di uomini poveri che
cercavano di diventare ricchi, di deboli divenuti forti, di ultimi trasformati
in primi, storia di passioni, rancori, lotte anche sociali ed epiche
battaglie in salita, la bicicletta è metafora dell'esistenza, anch'essa
dura, ripida, assolata salita.
L'embrione progettuale risale alla fine del XVIII secolo, grazie al
francese De Sivrac il quale pensò di riunire due ruote per spingerle
con la sola forza delle gambe: è il celerifero, cui, nel 1818, il tedesco
Drais Von Sauerbronn aggiunge manubrio e sella. I primi velocipedi,
o bicicli, con pedali e congegni per moltiplicare la velocità, sono
del 1855, strane macchine con la ruota anteriore enorme, sellino in
posizione da vertigine, pedivelle ad azione diretta sulla ruota sterzante,
brividi e ossa spezzate: fu stravolta la logica del movimento che fino
ad allora aveva accompagnato l'umanità, cavallo e carrozza per chi poteva
permetterseli, scarpe rotte per tutti gli altri. Relativamente semplice
da costruire, il velocipede fu subito messo a disposizione di chiunque,
con poche lire, volesse cambiare la sua filosofia del viaggio. Da quei
primi prototipi ai mezzi ultramoderni, ultraleggeri, ultratecnologici,
ultraveloci, la bicicletta ne ha (in tutti i sensi) fatta di strada,
usata per lavoro, passione, guerra, lanciata negli eserciti giapponese
ed italiano (i Bersaglieri, cappello piumato sulle "23", trombe, fanfare
a mille e glutei sul duro sellino di bici da un quintale) e dai suoi
profeti nelle prime gare tra dilettanti, operai, contadini, figli della
buona società, eroi di uno sport che, siamo tra 1900 e 1910, inizia
a diventare leggenda.
Con l'avvento del Tour de France (1903) e del Giro d'Italia (1909),
il professionismo s'impadronisce delle due ruote. La passione prende
una piega popolare, la gente tende ad identificarsi con i grandi nomi
della fatica: Alfredo Binda, Learco Guerra, Costante Girardengo, cui
De Gregori ha recentemente dedicato una stupenda canzone, che durante
una tappa del Tour (vinta) mangiò 35 uova crude, il doping dei poveri.
Nel 1930 in Italia circolano 200.000 automobili e dodici milioni di
biciclette, il regime e la gente vanno a pedali, tutti si spostano sfruttando
il meccanismo di trasformazione del moto da rettilineo-alternativo (gambe)
a rotatorio (pedivelle, catena, ruota) che permette di filare veloci
su strade ancora troppo polverose e piene di buche. La bicicletta accorcia
le distanze, aumenta l'allegria, sviluppa i muscoli e promuove gli incontri
d'amore sopra un umile tubo di ferro.
Con l'avvento sulla scena dei due protagonisti massimi del ciclismo
di ogni tempo, arriva la consacrazione definitiva della bicicletta a
strumento di culto: un toscanaccio che risponde al nome di Luigi (Gino
per gli amici) Bartali, e un piemontese schivo, deforme nel torace,
gobbo e potentissimo, Fausto Coppi, il "Campionissimo", l'uomo solo
al comando, fanno la rivoluzione. I due guidano il paese ad una vera
e propria riscossa patriottica postbellica, trasformano la bicicletta
in fatto di costume, quindi spaccano in due l'Italia, da una parte i
"cumunisti", gli anticlericali, i mondani del laicissimo e separato
Fausto, dall'altra i "bigotti", le parrocchie, gli oratori del Ginettaccio
osservante, elemento di punta dell'Azione Cattolica. Una rivalità che
scavalca l'aspetto sportivo, diventa leggenda, provocazione, lotta sana
di un paese sano che cerca lentamente di risollevarsi da un periodo
atroce. Diventa bellissimo sentirsi italiani con il Peppone e il don
Camillo della pedalata che ispirano romanzi, si rubano gregari e donne,
contratti e traguardi, a tratti si aiutano e vincono tutto ciò che c'è
da vincere. È un momento magico di cui oggi si parla con nostalgia,
orgoglio e una punta di malinconia, un tempo in cui possedere una bici
è quasi un dovere sociale.
Finiti gli anni cinquanta e terminata la lotta mitologica, la bicicletta
vive un periodo di stanca. Arrivano la "Cinquecento", le vacanze, la
"Lambretta", un sacco di bambini e i vitelloni, un mezzo di trasporto
povero e lento è destinato a retrocedere almeno di una categoria.
La ricerca allora punta su nuovi materiali e design accattivanti, il
mercato non necessita più di un mezzo di trasporto per vivere, lavorare,
mangiare, ma di un giocattolo per il tempo libero, qualche competizione,
uscite con gli amici, spostamenti brevi e rapidi in città sempre più
affollate e inquinate. La bicicletta smette i panni di Ferrari dei poveri
per trasformarsi in semplice oggetto da tempo libero, vacanza, divertimento,
appannaggio anche di un pubblico femminile sempre più numeroso ed emancipato.
Intorno alla metà degli anni ottanta l'ennesima rivoluzione: il rampichino
(subito ribattezzato mountain bike, la bici della montagna) fa la sua
comparsa sul mercato e ne sconvolge gli equilibri. Migliaia di ciclisti
da strada spostano i lombi sui più morbidi sellini da arrampicata, ne
preferiscono l'agilità, le gomme larghe, le variabili di percorso in
mezzo al verde, al fango, alle pietre. Nasce una nuova moda, addirittura
un nuovo sport parallelo al ciclismo su strada, che nel '94 diventa
disciplina olimpica e si consacra alla pratica di massa. In ogni casa
c'è una mountain bike, alla stregua del computer, del cellulare, della
TV.
I telai si alleggeriscono, gli impianti frenanti diventano più sicuri,
i cambi si moltiplicano, cinque, dieci, diciotto, fino a ventisette
velocità, gli allenamenti si differenziano, nasce anche uno stile alimentare
"Byker". E i praticanti diventano milioni, di ogni età, sesso, condizione
sociale; contano soltanto la voglia, il senso della fatica, il piacere
di un giro all'aria aperta.
Città dalla grande cultura ambientale come Parma, Modena, Vicenza, Udine,
Cuneo, vivono di bicicletta, sembrano il Nord Europa trasportato quaggiù.
Torino si è da poco dotata di una pista ciclabile est-ovest che congiunge
Moncalieri a Settimo sfiorando il Po, attraversando corsi e grandi viali,
accarezzando la collina piena di sentieri d'impareggiabile bellezza
e fascino per chi ama vedere le sue due ruote sulla nuda terra. Manca
una linea nord-sud e, soprattutto, non c'è ancora quella cultura ciclistico-ambientalista
che sta salvando altre città dai grandi ingorghi e dalla morte da benzene:
rotaie del tram, incroci senza svincoli dedicati, mancanza assoluta
di parcheggi appositi e sicuri, impediscono ai pochi eroici ciclisti
metropolitani una vita tranquilla. Tutti in macchina e velo pietoso
disteso sui polmoni. La rivincita nei giorni (pochi) di blocco del traffico
e nelle aree protette con La Mandria a farla da padrona. Un giro nel
parco della Venaria è quanto di meglio Torino offra agli amanti delle
due ruote, fatta salva la collina, ma qui si parla di salite epiche,
lombi da fatica, glutei da battaglia, polpacci alla Fausto Coppi. Gli
altri devono accontentarsi della bicicletta da città con la morosa da
portare sul tubo al Valentino. Se ce l'hanno.
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