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NUCLEARE
È SERVITO UN REFERENDUM?
di Mauro Guglielminotti
Nel 1987, sulla scia psicologica
dell'incidente di Cernobil, l'Italia decise con un referendum popolare
di rinunciare al nucleare come fonte energetica. Ma è successo davvero
così? Ce ne siamo davvero liberati? Che ne è stato delle poche centrali
allora costruite e che impatto ha avuto quella lontana decisione?
Dopo gli albori di Fermi e della mitica "Scuola di Roma" di via Panisperna,
in Italia il primo reattore di ricerca fu costruito ad Ispra nel 1959
e in seguito vennero costruiti reattori di potenza, ovvero produttori
di energia, di differenti tipologie costruttive, a Latina (reattore
a grafite e ad uranio naturale), al Garigliano (del tipo BWR, acqua
bollente e uranio arricchito), a Trino Vercellese (PWR, acqua in pressione
e uranio arricchito) e, nel 1980, a Caorso (ancora BWR).
In definitiva i reattori di potenza italiani sono stati ben pochi, se
paragonati al numero costruito nel resto del mondo; tuttavia l'attività
nucleare svolta in circa trent'anni ha prodotto quantitativi di scorie
non trascurabili. Non dimentichiamo, infatti, che parte delle scorie
nucleari proviene anche da usi diversi da quello energetico - ad esempio
da diagnosi e da terapia medica o da ricerche di laboratorio o da controlli
di produzione - e che nel passato proprio in questi settori non ci fu
regolamentazione restrittiva, al contrario del settore energetico.
I rifiuti radioattivi, ovvero quei materiali e quei componenti che contengono
ancora isotopi che emettono radiazioni di vario tipo, sono classificati
in due categorie: a bassa e ad alta attività.
L'intensità delle radiazioni emesse diminuisce con il tempo, dimezzandosi
in tempi variabili da pochi secondi a migliaia di anni a seconda del
radioisotopo contenuto: i rifiuti a bassa attività sono quelli che annullano
la loro attività in tempi dell'ordine di qualche centinaia di anni.
Questi rifiuti vengono dapprima trattati con vari procedimenti fisici,
chimici, termici e meccanici ed infine vengono conglobati in fusti cementati,
garantendo il totale confinamento sicuro per almeno 300 anni, tempo
che riduce di circa 1000 volte il livello di radiazioni dei radionuclidi
a vita più lunga, quali il Cs-137 o lo Sr-90.
I residui ad alta attività vengono sottoposti a processi di vetrificazione
per fusione ad alta temperatura, circa 1000 gradi, e colati in contenitori
di acciaio: non essendo ovviamente garantito da nessun manufatto umano
il confinamento sicuro per migliaia di anni, si prevede di depositare
questi rifiuti in formazioni geologiche profonde anche migliaia di metri,
come formazioni saline o argillose (sperimentazioni in tal senso sono
in corso in Francia, Germania e Inghilterra e un sito è in funzione
negli Stati Uniti).
Fatte queste premesse, proviamo a rispondere alle domande che ci eravamo
posti all'inizio. Cosa è successo in Italia da allora? Per molti anni
nulla, tranne l'immediato annullamento dell'industria italiana nucleare
e la sospensione di produzione di energia elettrica da combustibile
nucleare, quasi che questo fosse l'unico scopo del referendum antinucleare.
Poi, come per miracolo, a partire dal 1996, Ministeri, ENEA, ENEL ed
enti vari hanno creato gruppi congiunti, costituiti da tecnici specializzati
nelle diverse discipline, al fine di monitorare correttamente la situazione
dei rifiuti e di definire le caratteristiche e le localizzazioni dei
siti di stoccaggio temporanei e definitivi.
È così partito il cosiddetto "decommissioning", ovvero lo smantellamento
degli impianti, con la rimozione dei componenti contaminati. Nel 1997
è iniziato un inventario dei rifiuti radioattivi; nel 1999 la centrale
di Caorso è stata definitivamente chiusa, con lo spostamento delle barre
di combustibile nella piscina di stoccaggio; nel 2000 sono iniziate
le ricerche del sito di deposito nazionale. Lo smantellamento degli
impianti è previsto con inizio intorno all'anno 2008 e fine nell'anno
2020; l'avvio dell'esercizio del Deposito Nazionale è previsto per il
2010.
Una stima di massima ipotizza che al termine dello smantellamento di
tutte le centrali italiane la quantità totale di rifiuti condizionati
sarà di circa 100.000 m3, di cui oltre il 95% a bassa attività.
Ce ne siamo davvero liberati? Di fatto no, perché altri Paesi molto
vicini a noi continuano comunque a produrre energia elettronucleare
(Francia, Belgio, Svezia e Germania ne producono ingenti percentuali,
Lituania e Ucraina non si sognano di spegnere i loro reattori. e così
via): non mettersi in relazione con gli altri anche in questo caso non
ha risolto alcun problema. Aver chiuso la centrale di Trino Vercellese,
avendo le centrali francesi nei pressi di Lione, e con le centrali dell'est
in funzione, quelle sì non del tutto sicure, non ci può dare certamente
la maggior sicurezza che si pensava di ottenere. Al contrario, continuiamo
ad avere una forte dipendenza energetica dall'estero e acquistiamo energia
prodotta con il nucleare proprio da questi paesi.
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