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luglio/agosto 2001

 
 
 
 




NUCLEARE È SERVITO UN REFERENDUM?

di Mauro Guglielminotti

Nel 1987, sulla scia psicologica dell'incidente di Cernobil, l'Italia decise con un referendum popolare di rinunciare al nucleare come fonte energetica. Ma è successo davvero così? Ce ne siamo davvero liberati? Che ne è stato delle poche centrali allora costruite e che impatto ha avuto quella lontana decisione?
Dopo gli albori di Fermi e della mitica "Scuola di Roma" di via Panisperna, in Italia il primo reattore di ricerca fu costruito ad Ispra nel 1959 e in seguito vennero costruiti reattori di potenza, ovvero produttori di energia, di differenti tipologie costruttive, a Latina (reattore a grafite e ad uranio naturale), al Garigliano (del tipo BWR, acqua bollente e uranio arricchito), a Trino Vercellese (PWR, acqua in pressione e uranio arricchito) e, nel 1980, a Caorso (ancora BWR).
In definitiva i reattori di potenza italiani sono stati ben pochi, se paragonati al numero costruito nel resto del mondo; tuttavia l'attività nucleare svolta in circa trent'anni ha prodotto quantitativi di scorie non trascurabili. Non dimentichiamo, infatti, che parte delle scorie nucleari proviene anche da usi diversi da quello energetico - ad esempio da diagnosi e da terapia medica o da ricerche di laboratorio o da controlli di produzione - e che nel passato proprio in questi settori non ci fu regolamentazione restrittiva, al contrario del settore energetico.
I rifiuti radioattivi, ovvero quei materiali e quei componenti che contengono ancora isotopi che emettono radiazioni di vario tipo, sono classificati in due categorie: a bassa e ad alta attività.
L'intensità delle radiazioni emesse diminuisce con il tempo, dimezzandosi in tempi variabili da pochi secondi a migliaia di anni a seconda del radioisotopo contenuto: i rifiuti a bassa attività sono quelli che annullano la loro attività in tempi dell'ordine di qualche centinaia di anni. Questi rifiuti vengono dapprima trattati con vari procedimenti fisici, chimici, termici e meccanici ed infine vengono conglobati in fusti cementati, garantendo il totale confinamento sicuro per almeno 300 anni, tempo che riduce di circa 1000 volte il livello di radiazioni dei radionuclidi a vita più lunga, quali il Cs-137 o lo Sr-90.
I residui ad alta attività vengono sottoposti a processi di vetrificazione per fusione ad alta temperatura, circa 1000 gradi, e colati in contenitori di acciaio: non essendo ovviamente garantito da nessun manufatto umano il confinamento sicuro per migliaia di anni, si prevede di depositare questi rifiuti in formazioni geologiche profonde anche migliaia di metri, come formazioni saline o argillose (sperimentazioni in tal senso sono in corso in Francia, Germania e Inghilterra e un sito è in funzione negli Stati Uniti).
Fatte queste premesse, proviamo a rispondere alle domande che ci eravamo posti all'inizio. Cosa è successo in Italia da allora? Per molti anni nulla, tranne l'immediato annullamento dell'industria italiana nucleare e la sospensione di produzione di energia elettrica da combustibile nucleare, quasi che questo fosse l'unico scopo del referendum antinucleare. Poi, come per miracolo, a partire dal 1996, Ministeri, ENEA, ENEL ed enti vari hanno creato gruppi congiunti, costituiti da tecnici specializzati nelle diverse discipline, al fine di monitorare correttamente la situazione dei rifiuti e di definire le caratteristiche e le localizzazioni dei siti di stoccaggio temporanei e definitivi.
È così partito il cosiddetto "decommissioning", ovvero lo smantellamento degli impianti, con la rimozione dei componenti contaminati. Nel 1997 è iniziato un inventario dei rifiuti radioattivi; nel 1999 la centrale di Caorso è stata definitivamente chiusa, con lo spostamento delle barre di combustibile nella piscina di stoccaggio; nel 2000 sono iniziate le ricerche del sito di deposito nazionale. Lo smantellamento degli impianti è previsto con inizio intorno all'anno 2008 e fine nell'anno 2020; l'avvio dell'esercizio del Deposito Nazionale è previsto per il 2010.
Una stima di massima ipotizza che al termine dello smantellamento di tutte le centrali italiane la quantità totale di rifiuti condizionati sarà di circa 100.000 m3, di cui oltre il 95% a bassa attività.
Ce ne siamo davvero liberati? Di fatto no, perché altri Paesi molto vicini a noi continuano comunque a produrre energia elettronucleare (Francia, Belgio, Svezia e Germania ne producono ingenti percentuali, Lituania e Ucraina non si sognano di spegnere i loro reattori. e così via): non mettersi in relazione con gli altri anche in questo caso non ha risolto alcun problema. Aver chiuso la centrale di Trino Vercellese, avendo le centrali francesi nei pressi di Lione, e con le centrali dell'est in funzione, quelle sì non del tutto sicure, non ci può dare certamente la maggior sicurezza che si pensava di ottenere. Al contrario, continuiamo ad avere una forte dipendenza energetica dall'estero e acquistiamo energia prodotta con il nucleare proprio da questi paesi.

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