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luglio/agosto 2001

 
 
 
 





CARO PETROLIO.
Il petrolio, emblema di uno sviluppo fondato sul consumo
di Pier Luigi Salza

Lo stillicidio di rincari dei prodotti petroliferi, il fallimento della conferenza dell'Aja sui cambiamenti climatici e la recente disputa tra Unione Europea e USA in merito alla ratifica dell'accordo di Kyoto del 1997 sulla riduzione dei "gas di serra" hanno contribuito a mantenere viva l'attenzione intorno alle questioni del reperimento e dell'impatto ambientale dell'oro nero, la più importante tra le fonti di energia. In precedenza il tema era tornato periodicamente e drammaticamente d'attualità ad ogni scoppio di guerra "locale" in Medio Oriente, prima la guerra Iran-Iraq, poi la guerra del Golfo, eventi tutt'altro che estranei ai potenti interessi legati alla presenza in quelle regioni di enormi riserve di idrocarburi. Il naufragio della petroliera Erika nell'Atlantico, gli altri analoghi disastri ecologici al largo del Sudafrica, alle Galapagos e in Brasile, infine i tentativi di aprire allo sfruttamento estrattivo zone ad alta sensibilità ecologica, come le riserve naturali in Colombia e in Alaska, hanno poi puntualmente registrato momenti di acceso allarme ambientale. I suoi echi si sono però sempre smorzati troppo presto in un dibattito che ha spesso trascurato di sottolineare quanto l'impatto ambientale del consumo di petrolio investa direttamente la politica e l'economia mondiali nella loro globalità.

Prezzo, politica e mercato
Il petrolio è caro, si dice. Si dice anche che, del suo recente aumento di prezzo, sia sostanzialmente responsabile la politica di monopolio condotta dai maggiori paesi produttori. Ma è davvero così caro il petrolio? E poi, sono soltanto gli sceicchi i responsabili della fluttuazione dei prezzi?
Riguardo al primo punto, dobbiamo in effetti constatare che il prezzo attuale di un barile di petrolio greggio, che si aggira sui 30 $, è inferiore a quello raggiunto fra il '74 e l'85 se espresso in moneta costante, cioè in termini reali, anziché in moneta corrente.
Quanto al secondo punto, il prezzo del petrolio è in realtà il risultato di una combinazione di fattori. Da un lato, pesa certamente il fattore geografico. Le riserve accertate di petrolio sono di fatto concentrate per i due terzi nel Medio Oriente, quelle di gas naturale per un terzo in Medio Oriente e per un terzo nell'ex Unione Sovietica. Molti paesi di queste regioni e alcuni paesi produttori di altre aree del mondo, come il Venezuela, l'Algeria, la Libia e l'Indonesia, si sono associati in un "cartello", l'OPEC, all'interno del quale si stabiliscono accordi mirati a regolare l'estrazione del greggio in modo tale da tenerne il prezzo abbastanza elevato. Il fine è quello di ricavare il massimo guadagno dalla vendita di una fonte d'energia essenziale per tutto il mondo e le cui riserve non sono infinite (e qui veniamo al secondo fattore essenziale). Ma intanto possiamo affermare che è ragionevole attendersi in futuro ulteriori aumenti del prezzo dei prodotti petroliferi come conseguenza della dislocazione geografica non uniforme dei giacimenti e della vigente politica di relativo monopolio. Si può anche facilmente prevedere, per queste stesse ragioni, l'accendersi di nuove tensioni internazionali. Infatti, la crescente dipendenza dei paesi più industrializzati dagli idrocarburi significa dipendenza dalle regioni petrolifere, un modo sicuro per andare incontro, come nel recente passato, a nuove crisi e a nuove guerre che solo nella migliore delle ipotesi rimarranno soltanto commerciali.
Ma un altro fattore essenziale che incide fortemente sul prezzo dei prodotti petroliferi è squisitamente economico e si chiama "legge della domanda e dell'offerta", perno del sistema che sta alla base dell'attuale modello di sviluppo: quando un prodotto diventa raro il suo prezzo aumenta. E nel caso del petrolio è noto che ci troviamo di fronte ad un progressivo esaurimento delle scorte. Contemporaneamente, però, una serie di condizioni hanno contribuito, a partire dalla metà degli anni '80, a far crescere enormemente la domanda e quindi i consumi. Tra queste possiamo ricordare: la fine delle politiche di risparmio, in Italia chiamate "austerity", che in precedenza avevano frenato i consumi; la guerra Iran-Iraq; la dissoluzione dell'Unione Sovietica. Pur dinanzi a una rarefazione delle riserve e al rallentamento del ritmo di scoperta di nuovi giacimenti, i grandi consumatori, Nordamerica ed Europa in testa, lungi dall'avviare politiche di contenimento, hanno imboccato invece una politica energetica e dei consumi dissennata, continuando ad accrescere smodatamente il loro fabbisogno di petrolio (l'11% fra il '90 e il '99), arrivando da soli a consumare nel '99 ben il 52% di tutto il petrolio utilizzato nel mondo. Per ciò che riguarda l'Italia, occorre segnalare come indice significativo l'aumento del 6,5% nelle emissioni di CO2 riscontrato negli ultimi 8 anni, alla faccia di Kyoto.
Sulle tendenze per il futuro, le stime dicono che, senza interventi di sorta e con l'attuale ritmo di crescita dell'economia mondiale (in media di poco inferiore al 5% l'anno), le emissioni globali di anidride carbonica nel mondo raddoppierebbero da qui al 2030 e triplicherebbero entro il 2100, con un fattore di crescita molto più veloce dell'auspicato aumento di efficienza dei sistemi di combustione, con danni incalcolabili per il pianeta e per gli esseri umani. Sta di fatto che il rapporto tra rarefazione delle scorte e aumento dei consumi di petrolio può efficacemente essere rappresentato da questa sintetica immagine fornita dal geologo del petrolio Colin Campbell: "Le compagnie petrolifere di tutto il mondo ormai trovano un barile di petrolio per ogni quattro che ne consumiamo".
Nella specifica situazione italiana, poi, a condizionare ulteriormente il prezzo dei derivati del petrolio concorrono fattori squisitamente locali. Il più importante è la forte propensione dello Stato a sfruttare la dipendenza della bilancia energetica dagli idrocarburi e la dipendenza dall'estero per il loro reperimento (entrambe oscillano attorno all'80% sin dal 1970), per fare del gettito fiscale sui prodotti energetici una delle fonti più importanti delle proprie entrate. Per questo una riduzione dei consumi di energia non può che essere vista con preoccupazione dai ministri economici.

Uno stimolo per cambiare
Il prezzo dei prodotti petroliferi, insomma, è al centro di molteplici interessi contrapposti e delle preoccupazioni dell'opinione pubblica, che ad ogni innalzamento dei prezzi è portata unicamente a indignarsi e dispiacersi. Tuttavia si potrebbero stimolare reazioni ben diverse e meno emotive se si cercasse di diffondere, unitamente ad una maggiore coscienza ecologica, la consapevolezza che è anche conseguenza del "petrolio a buon prezzo" se il miglioramento di efficienza delle tecnologie già esistenti e lo sviluppo di nuovi progetti sulle fonti rinnovabili rimangono nel cassetto. Infatti, in base alla legge di mercato, solo prezzi del petrolio più elevati (dell'ordine di 35-40$ al barile) possono rendere economicamente competitive materie prime sostitutive. Il "caro petrolio" potrebbe e dovrebbe essere uno dei punti di partenza per ripensare le nostre scelte sull'energia. Ma non c'è molto tempo per farlo.
Più passano gli anni, più appare probabile che l'umanità sarà costretta dalla propria insensatezza ad affrontare il tema di un altro modello di sviluppo quando sarà ormai troppo tardi per poterlo risolvere senza tremendi sacrifici di vite, di ricchezze, di pace. Scrive l'economista Jeremy Rifkin: "Piaccia oppure no, siamo irrevocabilmente diretti verso una società a bassa energia. Dipende da noi arrivarci per nostra scelta, dopo averne compreso la necessità per la nostra stessa sopravvivenza, (...) o cercare disperatamente di aggrapparci alla nostra attuale concezione del mondo per dover alla fine essere dolorosamente sospinti a forza verso il futuro. Abbandonati il petrolio e l'uranio l'uomo dovrà utilizzare l'ultima fonte energetica che rimane disponibile: il sole; un'energia democratica, diffusa, utilizzabile solo per l'autosufficienza di piccoli insediamenti."
Se vogliamo mantenere condizioni di vivibilità sul pianeta e far sì che tutti abbiano il minimo per vivere dignitosamente in un mondo in cui ogni anno 40 milioni di persone muoiono di fame, non si può evitare di consumare in modo più responsabile ma anche, e soprattutto, drasticamente meno, entro tempi molto brevi. Dinanzi alla grande contraddizione ecologica del pianeta, l'unità di misura non può essere solo "quello che chiede il cliente", ma anche "quello che chiede il pianeta".

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