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CARO
PETROLIO.
Il petrolio, emblema
di uno sviluppo fondato sul consumo
di Pier Luigi Salza
Lo stillicidio di rincari dei prodotti
petroliferi, il fallimento della conferenza dell'Aja sui cambiamenti
climatici e la recente disputa tra Unione Europea e USA in merito alla
ratifica dell'accordo di Kyoto del 1997 sulla riduzione dei "gas di
serra" hanno contribuito a mantenere viva l'attenzione intorno alle
questioni del reperimento e dell'impatto ambientale dell'oro nero, la
più importante tra le fonti di energia. In precedenza il tema era tornato
periodicamente e drammaticamente d'attualità ad ogni scoppio di guerra
"locale" in Medio Oriente, prima la guerra Iran-Iraq, poi la guerra
del Golfo, eventi tutt'altro che estranei ai potenti interessi legati
alla presenza in quelle regioni di enormi riserve di idrocarburi. Il
naufragio della petroliera Erika nell'Atlantico, gli altri analoghi
disastri ecologici al largo del Sudafrica, alle Galapagos e in Brasile,
infine i tentativi di aprire allo sfruttamento estrattivo zone ad alta
sensibilità ecologica, come le riserve naturali in Colombia e in Alaska,
hanno poi puntualmente registrato momenti di acceso allarme ambientale.
I suoi echi si sono però sempre smorzati troppo presto in un dibattito
che ha spesso trascurato di sottolineare quanto l'impatto ambientale
del consumo di petrolio investa direttamente la politica e l'economia
mondiali nella loro globalità.
Prezzo, politica
e mercato
Il petrolio è caro, si dice. Si dice anche che, del suo recente aumento
di prezzo, sia sostanzialmente responsabile la politica di monopolio
condotta dai maggiori paesi produttori. Ma è davvero così caro il petrolio?
E poi, sono soltanto gli sceicchi i responsabili della fluttuazione
dei prezzi?
Riguardo al primo punto, dobbiamo in effetti constatare che il prezzo
attuale di un barile di petrolio greggio, che si aggira sui 30 $, è
inferiore a quello raggiunto fra il '74 e l'85 se espresso in moneta
costante, cioè in termini reali, anziché in moneta corrente.
Quanto al secondo punto, il prezzo del petrolio è in realtà il risultato
di una combinazione di fattori. Da un lato, pesa certamente il fattore
geografico. Le riserve accertate di petrolio sono di fatto concentrate
per i due terzi nel Medio Oriente, quelle di gas naturale per un terzo
in Medio Oriente e per un terzo nell'ex Unione Sovietica. Molti paesi
di queste regioni e alcuni paesi produttori di altre aree del mondo,
come il Venezuela, l'Algeria, la Libia e l'Indonesia, si sono associati
in un "cartello", l'OPEC, all'interno del quale si stabiliscono accordi
mirati a regolare l'estrazione del greggio in modo tale da tenerne il
prezzo abbastanza elevato. Il fine è quello di ricavare il massimo guadagno
dalla vendita di una fonte d'energia essenziale per tutto il mondo e
le cui riserve non sono infinite (e qui veniamo al secondo fattore essenziale).
Ma intanto possiamo affermare che è ragionevole attendersi in futuro
ulteriori aumenti del prezzo dei prodotti petroliferi come conseguenza
della dislocazione geografica non uniforme dei giacimenti e della vigente
politica di relativo monopolio. Si può anche facilmente prevedere, per
queste stesse ragioni, l'accendersi di nuove tensioni internazionali.
Infatti, la crescente dipendenza dei paesi più industrializzati dagli
idrocarburi significa dipendenza dalle regioni petrolifere, un modo
sicuro per andare incontro, come nel recente passato, a nuove crisi
e a nuove guerre che solo nella migliore delle ipotesi rimarranno soltanto
commerciali.
Ma un altro fattore essenziale che incide fortemente sul prezzo dei
prodotti petroliferi è squisitamente economico e si chiama "legge della
domanda e dell'offerta", perno del sistema che sta alla base dell'attuale
modello di sviluppo: quando un prodotto diventa raro il suo prezzo aumenta.
E nel caso del petrolio è noto che ci troviamo di fronte ad un progressivo
esaurimento delle scorte. Contemporaneamente, però, una serie di condizioni
hanno contribuito, a partire dalla metà degli anni '80, a far crescere
enormemente la domanda e quindi i consumi. Tra queste possiamo ricordare:
la fine delle politiche di risparmio, in Italia chiamate "austerity",
che in precedenza avevano frenato i consumi; la guerra Iran-Iraq; la
dissoluzione dell'Unione Sovietica. Pur dinanzi a una rarefazione delle
riserve e al rallentamento del ritmo di scoperta di nuovi giacimenti,
i grandi consumatori, Nordamerica ed Europa in testa, lungi dall'avviare
politiche di contenimento, hanno imboccato invece una politica energetica
e dei consumi dissennata, continuando ad accrescere smodatamente il
loro fabbisogno di petrolio (l'11% fra il '90 e il '99), arrivando da
soli a consumare nel '99 ben il 52% di tutto il petrolio utilizzato
nel mondo. Per ciò che riguarda l'Italia, occorre segnalare come indice
significativo l'aumento del 6,5% nelle emissioni di CO2 riscontrato
negli ultimi 8 anni, alla faccia di Kyoto.
Sulle tendenze per il futuro, le stime dicono che, senza interventi
di sorta e con l'attuale ritmo di crescita dell'economia mondiale (in
media di poco inferiore al 5% l'anno), le emissioni globali di anidride
carbonica nel mondo raddoppierebbero da qui al 2030 e triplicherebbero
entro il 2100, con un fattore di crescita molto più veloce dell'auspicato
aumento di efficienza dei sistemi di combustione, con danni incalcolabili
per il pianeta e per gli esseri umani. Sta di fatto che il rapporto
tra rarefazione delle scorte e aumento dei consumi di petrolio può efficacemente
essere rappresentato da questa sintetica immagine fornita dal geologo
del petrolio Colin Campbell: "Le compagnie petrolifere di tutto il mondo
ormai trovano un barile di petrolio per ogni quattro che ne consumiamo".
Nella specifica situazione italiana, poi, a condizionare ulteriormente
il prezzo dei derivati del petrolio concorrono fattori squisitamente
locali. Il più importante è la forte propensione dello Stato a sfruttare
la dipendenza della bilancia energetica dagli idrocarburi e la dipendenza
dall'estero per il loro reperimento (entrambe oscillano attorno all'80%
sin dal 1970), per fare del gettito fiscale sui prodotti energetici
una delle fonti più importanti delle proprie entrate. Per questo una
riduzione dei consumi di energia non può che essere vista con preoccupazione
dai ministri economici.
Uno stimolo
per cambiare
Il prezzo dei prodotti petroliferi, insomma, è al centro di molteplici
interessi contrapposti e delle preoccupazioni dell'opinione pubblica,
che ad ogni innalzamento dei prezzi è portata unicamente a indignarsi
e dispiacersi. Tuttavia si potrebbero stimolare reazioni ben diverse
e meno emotive se si cercasse di diffondere, unitamente ad una maggiore
coscienza ecologica, la consapevolezza che è anche conseguenza del "petrolio
a buon prezzo" se il miglioramento di efficienza delle tecnologie già
esistenti e lo sviluppo di nuovi progetti sulle fonti rinnovabili rimangono
nel cassetto. Infatti, in base alla legge di mercato, solo prezzi del
petrolio più elevati (dell'ordine di 35-40$ al barile) possono rendere
economicamente competitive materie prime sostitutive. Il "caro petrolio"
potrebbe e dovrebbe essere uno dei punti di partenza per ripensare le
nostre scelte sull'energia. Ma non c'è molto tempo per farlo.
Più passano gli anni, più appare probabile che l'umanità sarà costretta
dalla propria insensatezza ad affrontare il tema di un altro modello
di sviluppo quando sarà ormai troppo tardi per poterlo risolvere senza
tremendi sacrifici di vite, di ricchezze, di pace. Scrive l'economista
Jeremy Rifkin: "Piaccia oppure no, siamo irrevocabilmente diretti verso
una società a bassa energia. Dipende da noi arrivarci per nostra scelta,
dopo averne compreso la necessità per la nostra stessa sopravvivenza,
(...) o cercare disperatamente di aggrapparci alla nostra attuale concezione
del mondo per dover alla fine essere dolorosamente sospinti a forza
verso il futuro. Abbandonati il petrolio e l'uranio l'uomo dovrà utilizzare
l'ultima fonte energetica che rimane disponibile: il sole; un'energia
democratica, diffusa, utilizzabile solo per l'autosufficienza di piccoli
insediamenti."
Se vogliamo mantenere condizioni di vivibilità sul pianeta e far sì
che tutti abbiano il minimo per vivere dignitosamente in un mondo in
cui ogni anno 40 milioni di persone muoiono di fame, non si può evitare
di consumare in modo più responsabile ma anche, e soprattutto, drasticamente
meno, entro tempi molto brevi. Dinanzi alla grande contraddizione ecologica
del pianeta, l'unità di misura non può essere solo "quello che chiede
il cliente", ma anche "quello che chiede il pianeta".
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