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luglio/agosto 2001

 
 
 
 




 

CioDUE

di Pier Luigi Salza

Utilizzato sotto diverse forme nei trasporti, nel riscaldamento degli edifici e trasformato in energia elettrica per usi domestici e industriali, si valuta che il petrolio continuerà a rimanere, almeno per il prossimo ventennio, la principale fonte di energia, e dunque di inquinamento dell'atmosfera. Il prodotto della combustione degli idrocarburi, l'anidride carbonica (CO2), è infatti responsabile per oltre il 60% dell'aumento dell'"effetto serra", il surriscaldamento dell'atmosfera terrestre causa di importanti cambiamenti climatici già in atto. Gli effetti più importanti si riscontrano nel progressivo innalzamento del livello dei mari per lo scioglimento delle calotte polari, la perdita ogni anno di estensioni di terreno ampie quanto un terzo dell'Italia a causa dell'erosione e della desertificazione, e, per rimanere nel nostro paese, una riduzione dell'estensione dei ghiacciai alpini del 20% negli ultimi 10 anni.
Anche se non bisogna trascurare il riscaldamento degli edifici e l'uso degli elettrodomestici che causano il 29% delle emissioni globali, il principale colpevole delle emissioni è il settore trasporti. Il traffico automobilistico rappresenta la fonte di inquinamento con il più rapido tasso di crescita negli ultimi vent'anni. Il parco autovetture, a livello mondiale, ha compiuto dal 1950 un balzo numerico da 50 a 500 milioni di unità e, secondo le proiezioni, è destinato a raddoppiare entro il prossimo quarto di secolo. Con tale ritmo di sviluppo, l'emissione di CO2 dovuta al traffico salirà del 42-50% entro il 2010, in buona parte a causa dell'incremento del traffico individuale e del trasporto merci su gomma e di quello aereo.
Dell'attuale, elevato dispendio energetico non tutti i paesi del mondo fruiscono allo stesso modo. Uno statunitense emette annualmente 20 tonnellate di CO2, un tedesco 12, un giapponese 9, mentre la quota di un cinese è 2 e quella di un indiano è 0,8. Gli Stati Uniti, con appena il 4,5% della popolazione mondiale, producono un mare di petrolio ma ne bruciano tre volte tanto, sfiorando il 30% dei consumi mondiali, risultando così i maggiori consumatori e importatori petroliferi del globo. Pur essendo alla testa del progresso scientifico e tecnologico nel mondo, essi sono responsabili di una minore efficienza energetica rispetto agli altri paesi "sviluppati", oltre che di una tendenza spiccatissima, e purtroppo imitata, allo spreco. Insomma, un modello, che si vorrebbe fosse il nostro modello, semplicemente insostenibile.
Un tipico esempio delle furberie e del sostanziale disimpegno dei maggiori responsabili delle emissioni di gas di serra nel mondo è il "commercio delle emissioni", riproposto ad ogni tavolo di trattativa per la ratifica, non ancora avvenuta, dell'intesa raggiunta alla conferenza di Kyoto. Essa permetterebbe ai paesi che riducono i gas in misura maggiore della soglia stabilita, cioè i paesi "in via di sviluppo", quelli più poveri, che di energia da consumare proprio non ne hanno, di vendere ad altri paesi, quelli ricchi e sviluppati, il proprio "credito", di modo che questi ultimi possano continuare tranquillamente ad inquinare sempre più. Sorge spontanea una domanda: non toccherebbe innanzi tutto a questi, noi inclusi, e senza tante discussioni poiché sono i maggiori inquinatori, ridurre senza trucchi le emissioni?


 IL PROTOCOLLO DI KYOTO
Il Protocollo di Kyoto, approvato a Kyoto nel dicembre 1997 all'interno della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (istituita a Rio de Janeiro nel giugno 1992), impegna i Paesi industrializzati e quelli ad economia in transizione (i Paesi dell'est europeo) a ridurre complessivamente del 5% le principali emissioni di gas capaci di alterare l'effetto serra naturale del nostro pianeta entro il 2010, e precisamente nel periodo compreso fra il 2008 ed il 2012. Questi gas, detti gas di serra, sono: l'anidride carbonica, il metano, il protossido di azoto, i fluorocarburi idrati, i perfluorocarburi, l'esafluoruro di zolfo. Tra questi, il gas di gran lunga più inquinante per quantità e qualità è l'anidride carbonica. L'anno di riferimento per la riduzione delle emissioni dei primi tre gas è il 1990, mentre per gli altri è il 1995.
La riduzione complessiva del 5%, però, non è uguale per tutti. Infatti per il Paesi della Unione Europea, nel loro insieme, la riduzione deve essere dell'8%, per gli Stati Uniti del 7% e per il Giappone del 6%. Nessuna riduzione, ma solo stabilizzazione è prevista per la Federazione Russa, la Nuova Zelanda e l'Ucraina. Possono, invece, aumentare le loro emissioni fino al 1% la Norvegia, fino al 8% l'Australia e fino al 10% l'Islanda. Nessun tipo di limitazione per i Paesi in via di sviluppo, perché un tale vincolo condizionerebbe il loro cammino verso lo sviluppo socio-economico.
Poiché l'attuale andamento delle emissioni dei gas di serra provenienti dai Paesi industrializzati e da quelli ad economia in transizione avrebbe portato ad una tendenziale crescita complessiva delle emissioni di circa il 20%, la misura decisa a Kyoto di una riduzione complessiva del 5% rappresenta un grande risultato, perché significa che tutti questi Paesi dovranno in realtà procedere ad un drastico taglio delle loro emissioni tendenziali di circa il 25%.
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