VITA SOCIALE 

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luglio/agosto 2000

 
 
 
 

 

ARIA
di Aldo Ferrari Pozzato

La ragazza si guarda in giro un po' titubante, poi fa un bel sospiro e inizia: "Non so proprio cosa dire. E' così difficile. Non mi viene niente. Sono agitata". "Sono proprio contenta di essere qui! Ciao". La ragazza si lascia cadere con un movimento fluido sulla poltroncina.
"Ero arrabbiata da morire e mi sentivo una perfetta cretina. Poi ho pensato:- Se fossi da Aldo cosa ci diremmo e cosa farei?- Subito mi sono sentita meglio."
Qualche volta capita che colleghi o altri operatori mi chiedano di cosa si parla ad A.RI.A. Del resto la stessa cosa succede anche con le ragazze e i ragazzi, quando si informano su A.RI.A. E così pure i genitori.
Io rimango sempre un po' perplesso. Lo smarrimento che deve apparire sulla mia faccia tende ad allarmare i miei interlocutori: perché questo si scompone di fronte a una domanda tanto semplice? Non è lui a dire di aver fatto migliaia di colloqui? Avranno ben parlato di qualcosa.
Tutto verissimo. Ma quando penso al mio lavoro ad A.RI.A. non mi vengono in mente subito le tantissime cose che evidentemente ho sentito e detto. Non sono i contenuti, le cose dette, che secondo me caratterizzano A.RI.A., bensì il fatto di sapere di poter parlare di tutte quelle cose che premono dentro e fuori di noi. E di parlarne proprio come si vuole e fino al punto che ci va bene, né più né meno. E scoprire che per chi ci sta di fronte va comunque bene, che non è interessato a sapere le nostre cose più di quanto noi siamo di-sposti spontaneamente a condividerle: poter scegliere in piena libertà come presentarci, che immagine dare di noi. Ed essere comunque accolti ed ascoltati. Senza giudizi precostituiti e categorici, ma al contrario con la genuina voglia e capacità di capire, o almeno tentarci. E per questo fare l'esperienza di noi e del nostro mondo in un modo nuovo, prima con la presenza e l'aiuto di uno di A.RI.A. e poi da soli. E attraverso l'esperienza del modo di essere che si è appreso ad A.RI.A. e che si è travasato nella normalità della vita di tutti i giorni, fuori da A.RI.A., si arriva ad un modo nuovo di considerare le cose.
Ma soprattutto di pensare a se stessi perché ci si sente di poterlo fare, lo si sa, lo si è provato e riprovato.
E, da questo punto di vista, i contenuti, le cose, sono uno strumento, non un fine. Non è perché parlo, che cambio, ma perché faccio una esperienza di me forse nuova, fondata su un ascolto senza riserve e su un lavoro reciproco di accompagnamento attraverso i guai, ma anche le gioie, della vita. Della mia vita.
Poter stare bene, qualunque sia la mia pena, e avere un testimone e un facilitatore accanto a me. E poi tentare di introdurre questo benessere al di fuori degli incontri ad A.RI.A. nella vita che un po' ho trovato e un po' ho scelto. E quando questo travaso avviene inizia il distacco da A.RI.A. Perché sappiamo fin dall'inizio che lo scopo è lasciarsi proprio quando si sta bene insieme, senza riserve né remore o rimpianti. E questa è una grande differenza rispetto all'amicizia, che mira ad una sempre più profonda, ricca e piacevole condivisione dello stare insieme con lo scopo di continuare, teoricamente anche all'infinito.
Anche di A.RI.A. speriamo che rimanga qualcosa di più di un ricordo. Un modo di essere, per ciascuno il suo, che abbiamo scoperto o potenziato insieme a chi è venuto ad A.RI.A. e una selva di emozioni e affetto che certamente unisce gli operatori alle persone che hanno incontrato.
Una condivisione che rende possibile ritornare per un saluto, un caffè e una chiacchierata col piacere di stare insieme. Oppure per intraprendere una nuova avventura insieme, perché la vita è imprevedibile e può sempre di nuovo spiazzare chiunque. E l'adolescenza è, rispetto alla scoperta di sé, l'età più densa di avventure.
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