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VITA SOCIALE | |
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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 04/2000 | ||
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PROSTITUZIONE:
UNA LUNGA STORIA
La cosa che prima di tutte salta all'occhio avvicinandosi agli studi sulla prostituzione è l'opposizione dei punti di vista etici sulla base dei quali essa è stata giudicata nel corso dei secoli, ed è evidente già a partire dalla definizione del termine. di MariaAbbrescia Alla Biblioteca Nazionale, lo studio storico più recente risale al 1851 ed è stato scritto in sei volumi da un tal Pierre Dufour, membro di molte Accademie e Società scientifiche Francesi ed Estere. Cito testualmente: "La parola Prostituzione che infama come l'impronta incancellabile del ferro rovente, la più triste delle miserie umane, s'impiega meno al proprio, che al figurato, e riapparisce sovente nell'idioma parlato o scritto senza prendervi il suo vero significato. I gravi autori del Dizionario dell'Accademia (ultima edizione del 1835) non trovarono per questa parola una definizione migliore 'del darsi in preda all'impudicizia.' Richelet prima di essi erasi contentato della definizione anche più vaga di 'Sregolatezza di vita'; ma [.] ne compiva il senso con una frase meno anfibologica. 'E' l'abbandono, ei disse, illegittimo del corpo che fa la donna nubile, o maritata ad una persona, affinché questa ne prenda secolei i piaceri proibiti.' [.] Noi pensiamo adunque che la parola Prostituzione debba risalire alla sua etimologia (prostitum) ed intendersi per ogni traffico osceno del corpo umano." Passiamo ora alla definizione che ne dà nel 1881 un agile studio di Gianbattista Borelli: "La prostituzione nell'ampio e migliore significato della parola è uno scambio, per il quale una donna concede ad un uomo le sue carezze e le sue forme voluttuose mediante un compenso". Più brutalmente poi è una convenzione, per cui una donna per un dato prezzo abbandona il suo corpo alle lascivie di un uomo." E ognuno tragga le proprie conclusioni. Per quanto mi riguarda, Dofour ha se non altro il merito di parlare di corpo umano senza farne una distinzione di genere. Ai tempi nostri, "la prostituzione è una prestazione sessuale a scopo di lucro, con carattere di abilità e professionalità." Il termine prostituta è entrato nell'uso comune nel tardo diciottesimo secolo. Un aspetto chiave della prostituzione moderna sta nel fatto che di norma la persona che si prostituisce e il suo cliente non si conoscono, almeno inizialmente il rapporto non si stabilisce sulla base di una conoscenza personale. In passato, nella maggior parte dei casi, non era così. Nel mondo antico, per esempio nell'Oriente, accanto a una prostituzione di tipo comune, esisteva una prostituzione sacra, esercitata nel templi. In Mesopotamia, le prostitute del tempio di Ishtar erano organizzate sotto la guida di una sacerdotessa e dotate di particolari diritti all'autonomia finanziaria, sanciti dal codice di Hammurabi. Lo stesso nella Terra di Canaan e per l'influsso orientale anche in alcune regioni del mondo greco. Così, nel tempio di Venere, a Erice, in Sicilia, e in quello di Afrodite a Corinto, mille prostitute (ierodule, "schiave sacre"), note per l'esosità delle loro pretese finanziarie, esercitavano le loro funzioni. Le prostitute sacre sono esistite sino ai tempi moderni nei templi indiani. L'origine del fenomeno non è chiara: almeno in parte può essere ricercata nei riti di prelibazione, cioè la pratica, la cui diffusione pare essere stata, in realtà, molto limitata, di deflorare la sposa prima che questa si unisse al marito. Erodoto racconta che a Babilonia tutte le donne, prima del matrimonio, dovevano, dietro un compenso anche minimo, essersi offerte a un uomo in un tempio. Anche nella Persia antica, per le donne di stirpe nobile, esisteva questo rito. Altrove, come in Algeria, la prostituzione prematrimoniale era un mezzo per nulla infamante di mettere insieme la dote. Nell'Antica Grecia la prostituzione fu regolata legalmente: nell'Atene di Solone divenne un monopolio di Stato e veniva esercitata in quartieri particolari. Più tardi le prostitute furono schiave, e i guadagni andavano nelle mani dei loro proprietari, a meno che non si trattasse delle etere, cortigiane colte e raffinate, gradite da uomini politici e pensatori e spesso molto influenti. Caratteri questi, che contrastavano fortemente con la condizione delle altre donne, alle quali era negato l'accesso alla cultura e a ogni forma di vita pubblica. Anche nel mondo islamico la prostituzione generalmente non era condannata, e le cortigiane, quasi sempre schiave, potevano avere una buona cultura, soprattutto musicale e letteraria. Nella Roma antica la prostituzione era sottoposta a regolamentazioni che precorrono quelle moderne: le donne che la praticavano dovevano iscriversi in elenchi particolari, erano sottoposte a controlli sanitari, non avevano pieni diritti civili, dovevano indossare abiti gialli e pagare una tassa allo Stato. Gli scavi di Pompei hanno portato alla luce noti esempi di case di tolleranza. In tutto il mondo antico, ovviamente, esisteva anche la prostituzione omosessuale maschile. Ma qual era l'atteggiamento delle autorità statali e della Chiesa? Nel Medioevo attraversò fasi di rigore e, più frequentemente, di tolleranza. In genere continuarono a essere validi i provvedimenti romani: le prostitute erano obbligate a vivere in quartieri a parte, contrassegnate da distintivi particolari e la loro attività era spesso esercitata per conto del Comune. Nel Rinascimento si diffuse un altro tipo di prostituzione, quello della cortigiana di alto rango. Ispiratrici di artisti e letterati, queste erano donne di elevata cultura letteraria e artistica. La diffusione della sifilide, che coincise cronologicamente con il rigorismo morale che accompagnò la Riforma, indusse le autorità statali alla chiusura delle case di tolleranza. Ma nonostante una serie di provvedimenti e di pene severissime, la prostituzione libera non scomparve e le malattie veneree non si ridussero, tanto che l'aggravarsi del problema sanitario indusse alla fine del Seicento le istituzioni di Parigi e Berlino a instaurare un controllo medico sulle prostitute. Nei tempi moderni, verso la fine del Settecento, la Francia fu il primo paese a regolamentare la prostituzione proprio per porre freno al propagarsi delle malattie. Negli anni successivi fecero seguito la Gran Bretagna, limitatamente alle città portuali, e molti altri paesi. Nel 1871 anche l'Italia regolamentò la prostituzione e i sifilocomi, e nel 1931 si ebbe un assestamento della materia con il testo unico della legge di pubblica sicurezza: nessun locale di prostituzione poteva essere posto in esercizio senza apposita dichiarazione dell'autorità di pubblica sicurezza; i locali abusivi dovevano essere chiusi; l'autorità di pubblica sicurezza poteva ordinare la chiusura di locali di prostituzione, procedere a perquisizioni sia sui locali sia sulle persone che li frequentavano; l'autorità poteva far sottoporre a visita sanitaria le donne che esercitavano la prostituzione. Dopo la seconda guerra mondiale si determinò un movimento secondo il quale per agire contro la prostituzione il mezzo migliore era quello di chiudere i cosiddetti casini e punire severamente i loro frequentatori. In Francia furono chiuse nel 1946 e successivamente aderirono al movimento abolizionista anche la Gran Bretagna, la Germania, gli Stati Uniti, il Canada e altri paesi. In Italia, con la legge del 20 febbraio 1958, detta legge Merlin, dal nome della senatrice che la propose, fu soppressa la precedente regolamentazione della prostituzione. Questa legge ha stabilito che sono criminose tutte le case di prostituzione e non solo quelle clandestine come avveniva in precedenza. In particolare è stata abolita, in quanto contraria alla dignità umana, la registrazione delle donne come prostitute nei registri dell'autorità ed è stato vietato di munirle di tessere sanitarie e di obbligarle a presentarsi periodicamente negli uffici. Inoltre è stato stabilito che la persona che si prostituisce non è punibile, se non per adescamento. Sono invece contro la legge l'incitamento, l'aiuto alla prostituzione e lo sfruttamento. Agli intenti della legge, però, non hanno corrisposto i risultati, e la prostituzione anziché diminuire è via via aumentata. La conclusione generale più convincente è che la prostituzione esprima, e in un certo senso contribuisca a perpetuare, la tendenza maschile a trattare le donne come oggetti che si possono usare a scopo sessuale, e rappresenta, in un particolare contesto, le disuguaglianza di potere tra uomini e donne. Ovviamente, sulla diffusione del fenomeno, sono in gioco molti altri elementi. |
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