
|
ECOMUSEO
UNA CITTA' VIVA
di Mimosa Massone
Che
cos'è
Immaginate
un enorme specchio, talmente grande da permettere ad un'intera comunità
di guardarsi. Questo è l'ecomuseo, almeno secondo G. H. Riviere,
che nel 1980 ne elaborò il concetto definitivo. Uno specchio che
la comunità porge anche ai suoi ospiti, affinché la comprendano
meglio; un museo del tempo perché si riferisce al passato, come
al presente, proiettandosi nel futuro, ma anche dello spazio, perché
valorizza interi ambienti e non solo delle parti. Per altri l'ecomuseo
è semplicemente una ricostruzione storico - produttiva di una singola
unità aziendale, oppure "un qualcosa che cresce dal basso piuttosto
che essere imposto dall'alto e che nasce per rispondere ai bisogni e ai
desideri delle persone che abitano e lavorano in un'area" (H. de Varine
1993).
La
molteplicità di definizioni è perfettamente comprensibile:
l'ecomuseo è infatti un'idea nuova, decollata da poco e che solo
ora sta muovendo i primi passi. Si possono comunque riconoscere alcune
caratteristiche comuni che permettono di distinguere l'ecomuseo dal museo
tradizionale; mentre quest'ultimo, è ben collocato all'interno di
un grosso edificio, dove mette in mostra preziose collezioni, per lo più
di oggetti, vantando numerosi visitatori, l'ecomuseo è situato sul
territorio, valorizza il patrimonio culturale e, per dirla come Pinna,
noto paleontologo presidente dell'ICOM ITALIA (International Council of
Museums) "musealizza un'intera comunità, nel suo ambiente".
Ovviamente
per realizzare un progetto così globale e importante, che non si
prefigge solo di conservare le tipiche attività lavorative di una
zona o le colture antiche di un territorio, ma che addirittura vuole rappresentare
l'identità di una comunità locale, c'è bisogno della
partecipazione della gente. Un team di intellettuali ed esperti tecnici
potrà creare un museo, ma non un ecomuseo.
Certo il loro
contributo è prezioso, ma l'iniziativa deve partire innanzitutto
dalle persone del posto, che decidono spontaneamente di volersi riflettere
in quell'enorme specchio, chiamato ecomuseo.
Viaggio
negli ecomusei del Piemonte
Gli
ecomusei istituiti in Piemonte sono 11 e riflettono livelli diversi di
realizzazione. Alcuni sono visitabili e funzionano a pieno ritmo, altri
sono ancora in fase di progetto o di sperimentazione. La maggior parte
fa capo alle strutture già esistenti e operanti sul territorio,
come i Comuni, le Comunità Montane, i Parchi e le Riserve Naturali.
Ma
iniziamo subito il nostro viaggio, visitando virtualmente l'ecomuseo della
segale. Localizzato in un'area verde a Sant'Anna di Valdieri, si trova
immerso nel Parco Naturale delle Alpi Marittime (CN). L'elemento centrale
è rappresentato da "Lou viol di tait" ossia il percorso che permette
di "leggere" come in un grande libro formato naturale, i segni lasciati
dall'uomo nel corso del tempo: case dai caratteristici tetti ricoperti
da paglia di segale, terrazzamenti per le coltivazioni, muretti a secco
per il mantenimento dei sentieri, canali per l'irrigazione dei campi. La
visione diretta della realtà qui assume il sapore di una lezione
e attraverso questa esperienza viene comunicata la particolare condizione
di vita dei montanari.
A
questo si affianca l'ecomuseo della pastorizia, in valle Stura di Demonte,
che vuole rafforzare la memoria storica e l'identità di coloro che
ancora vivono nei territori dell'alta montagna.
Spostandoci
più a sud nel tratto appenninico compreso tra la provincia di Genova
e quella di Alessandria, troviamo l'ecomuseo di Cascina Moglioni, nel Parco
Naturale Capanne di Marcarolo. Qui si possono ammirare secolari esemplari
di castagno, denominato "albero del pane" perché i frutti di questa
pianta un tempo venivano essiccati, poi macinati, ridotti in farina e infine
utilizzati nei lunghi mesi invernali come surrogato della farina di grano,
che in questi luoghi non si poteva coltivare.
Nel
Parco del Gran Bosco di Salbertrand, invece, è stato ripristinato
un antico mulino ad acqua ed un forno, allo scopo di dimostrare praticamente
come avveniva il ciclo produttivo della fabbricazione del pane. L'ecomuseo
è dedicato a Colombano Romean, figura-simbolo del lavoro del minatore
in Alta Valle Susa. A partire dal 1526, in otto anni di lavoro duro e solitario,
Romean scavò una galleria lunga quasi 500 metri, per convogliare
le acque da un versante della valle ad un altro e consentire così
l'irrigazione dei campi verso Chiomonte.
Gli
ecomusei dell'Alta Val Sangone e del Basso Monferrato Astigiano, invece,
sono caratterizzati da molteplici iniziative specifiche e attentamente
calibrate per ottenere una valorizzazione complessiva del patrimonio culturale
e materiale dei luoghi.
Nel
comune di Cortemilia (CN) si trova l'ecomuseo dei terrazzamenti e della
vite, il cui intento è quello di documentare e conservare le espressioni
della cultura materiale legate alla coltivazione della vite in collina
e alle architetture rurali tradizionali.
Il
Lago d'Orta e Mottarone rappresenta un'altra tipologia di ecomuseo, nata
dall'unione, dal coordinamento di una serie di piccoli musei preesistenti,
dedicati a momenti particolari della vita e della tradizione di attività
produttive ed artistiche tipiche della zona. Qualche esempio? Il museo
dell'ombrello di Gignese, la lavorazione del legno in valle Strona, il
museo di strumenti musicali a fiato di Quarna, il museo del rubinetto di
San Maurizio d'Opaglio, la raccolta di arte sacra di Forno e di arte contemporanea
"Fondazione Calderana" di Ameno, oltre agli elementi di alta qualità
ambientale come il Giardino Alpinia e l'Alpe Selviana.
L'ecomuseo
della Val Sesia, gestito dalla Comunità Montana, è una realtà
molto complessa, formata da diversi sottosistemi, stratificati sul territorio,
come la storia, l'economia e la cultura della comunità Walser, o
l'originale architettura rurale dei "taragn".
Una
porzione importante del panorama geografico regionale riguarda la Pianura
Padana, solcata da molti fiumi e torrenti. Le zone di pianura sono interessate
da due importanti iniziative ecomuseali: il Rio Frediano e la Risicoltura.
Il primo è costruito intorno ad un corso d'acqua, il Rio Frediano
appunto, un canale irriguo costruito dai monaci nel '400, che ha poi condizionato
lo sviluppo urbanistico e protoindustriale di Settimo Torinese, svolgendo
un ruolo preminente nell'economia locale, basata sulla pesca, la lavorazione
della canapa, l'attività dei lavandai.
L'altro,
gestito dall'Amministrazione Provinciale di Vercelli, si propone di ricostruire
la storia della risicoltura dalle origini al '700 e di dare vita ad un
"distretto
agro - industriale del riso", col fine dichiarato di promuovere
e riqualificare la produzione del cereale, che oggi sta attraversando una
spiacevole crisi. Diverse iniziative vivacizzano l'ecomuseo: una stazione
idrometrica sperimentale a Santhià, la riattivazione della "pista
del riso", il ripristino del porto natante di Fontaneto Po e persino
una mostra permanente ("La risaia nelle arti"),
allestita nella Cascina Venaria di Lignana che fu il set del famoso film
"Riso Amaro".
Per
ora il viaggio termina qui, ma a questi ecomusei se ne aggiungeranno presto
altri. Fra i molti in lista d'attesa segnaliamo quello sul tartufo e la
pietra da cantone: un abbinamento che unisce in uno stesso territorio la
raccolta di un frutto della terra particolarmente raro come il tartufo
ad un materiale da costruzione altrettanto pregiato, la pietra da cantone.
Progetto
"cultura materiale"
È
un vasto programma di idee, studi, interventi, promosso dalla Provincia,
insieme ad altri enti locali e al Politecnico. Il suo obiettivo è
la costruzione di una rete di ecomusei, accorpati intorno a tre grandi
temi: le memorie dei siti estrattivi, le tracce legate alla lavorazione
protoindustriale e industriale e le testimonianze del recente passato.
Fra i 20 progetti che fan parte della rete di ecomusei, ricordiamo quello
di Prali, denominato Scopriminiera, perfettamente organizzato. La visita
è particolarmente emozionante. Equipaggiati
di casco, mantellina e lampada, vi toccherà scendere nella miniera
di talco più grande d'Europa, naturalmente a bordo del tipico trenino
dei minatori. Toccherete il talco untuoso e lucido e parteciperete alla
simulazione dell'esplosione di una mina. Ma non temete: insieme a voi ci
saranno esperti accompagnatori, che vi spiegheranno inoltre le tecniche
e le condizioni di lavoro dei minatori. È possibile anche organizzare
degli itinerari turistici di circa 4 ore, ma per saperne di più
potete visitare il sito internet www.chisone-germanasca.torino.it,
oppure telefonate al numero 0121.806987.
Il dibattito
Conservare
le antiche tradizioni, i mestieri tipici di una zona, la cultura di una
popolazione, non vuol dire ricreare un ambiente, mettendoci figuranti coi
vestiti d'epoca che fanno i minatori o i pastori, come bravi attori, davanti
agli occhi dei turisti. Gli ecomusei non devono essere come le riserve
indiane o i finti villaggi beduini del deserto, mere ricostruzioni, spettacolari,
affascinanti, ma finte. L'ecomuseo non cristallizza, ma ridà vita
a quegli elementi che più che mai caratterizzano una cultura e che,
forse, rischierebbero di perdersi nel tempo. Il passato di una comunità,
quindi, viene valorizzato in perfetta armonia con lo sviluppo tecnologico
e culturale che il vivere comporta. È un concetto complesso, espresso
bene da Valter Giuliano (assessore della Provincia di Torino, nonché
relatore della Legge sugli ecomusei) quando definisce l'ecomuseo come "una
rassegna di segni e risorse che evocano l'evoluzione di una società".
L'aspetto economico passa in secondo piano: certo un ecomuseo ben fatto
richiama molti turisti, ma si tratta di una conseguenza e non di un obiettivo.
Il
dibattito resta aperto ed affronta anche la fondamentale questione relativa
al destino che aspetta ai numerosi progetti ecomuseali. La maggior parte
sono ancora in fase di realizzazione, eppure già ci si interroga:
se la conservazione e l'identificazione diventano eccessive, non c'è
il pericolo che la comunità si chiuda troppo, decontestualizzandosi,
diventando quasi una patria a sé? Qualcuno infatti teme che puntando
il riflettore su aree piccole e coese, si alimentino localismi esasperati.
Ma questo non deve accadere. L'obiettivo
primario di ogni ecomuseo è invece quello di trasmettere i valori
su cui la comunità si fonda, agli altri, alle generazioni future,
ma anche alle culture diverse, lontane. Di farsi conoscere e apprezzare.
Di proiettarsi verso l'esterno, tenendo presente che l'autocompiacimento
e l'isolamento portano alla degenerazione dell'idea stessa di ecomuseo.
Legislatori
ed esperti del settore hanno cercato di impedire che questi rischi si verificassero.
Ma non solo: grazie a uno studio dell'IRES Piemonte (Istituto
di Ricerca Economico Sociali), sono stati identificati i criteri
che permettono di scegliere le comunità o le aree geografiche che
possono far parte del progetto ecomuseale e quali invece non presentano
i requisiti necessari per entrarvi. In questo modo si evita di far confluire
nell'iniziativa troppe realtà che hanno invece poco a che vedere
con l'ecomuseo. Insomma: la "selezione" è
accurata e spetta alla Regione, affiancata da un Comitato Scientifico e
da un apposito Gruppo di lavoro.
|