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luglio/agosto 2000

 
 
 
 

 

ARRIVEDERCI INDIA
Un'ingombrante mucca bianca rumina un foglio di giornale, ha le lunghe e appuntite corna pittate d'arancio e un pizzico di polvere rossa sulla fronte, dono di qualche devoto e mattiniero indù.
Un nugolo di bambini, cartella in spalla e camicie uguali azzurre, cinguetta saltellandomi intorno: "Hallo, have you a pen? A pen, madame, a pen, a pen." Penne, caramelle e 
qualunque oggetto dei turisti costituisce un ambitissimo regalo.
di Valeria Moschese

Mi trovo a Mamallapuram, poco distante da Madras (Chennai) nello stato del Tamil Nadu, nel sud dell'India; raggiungerò Bombay (Mumbay) nell'arco di tre settimane, attraversando gli stati del Tamil Nadu, del Karnataka e del Maharastra.
In India la vita si svolge per strada, più che tra le mura domestiche: nel vicolo un vecchio si pettina senza fretta, alcune donne accovacciate strofinano le stoviglie, parlando tra loro fitto fitto, un uomo si sciacqua in un catino e termina meticoloso le proprie abluzioni, una giovane donna scivola leggera avvolta nella colorata sahari, dimentica della cesta di vimini che trasporta sul capo, come un elegante cappello... una bambina rannicchiata sull'uscio sta disegnando per terra, con la mano chiusa lascia scendere un filo di gesso che dosa sapiente, per dar forma ad un rangoli, un mandala destinato a durare un giorno soltanto.
E' l'alba, il vicolo polveroso, stretto tra irregolari e fatiscenti casupole, è già saturo di odori e rumori; l'aria è greve, appiccicosa, intrisa di spezie, dei fumi del bestiame, di fogne all'aria aperta, di muffa, di incenso. Miscuglio inconfondibile, penetrante, dolciastro, avvolgente e denso, aria in cui ci si immerge.
La spiaggia è poco lontana, sulla sabbia è adagiato lo Shore Temple, antico tempio eroso dal vento e dal mare. L'opera venne realizzata dai Pallava - dinastia tamil di una certa importanza - verso la fine del VII secolo, e si caratterizza per leggerezza e semplicità, legate alle origini popolari delle manifestazioni artistiche del regno pallava. Il tempio, all'interno delle due guglie, ospita un santuario dedicato a Vishnu ed uno a Shiva, due rappresentazioni fisiche della divinità unica.
Piccoli gruppi di devoti si avvicendano silenziosi, attraversano le mura perimetrali sormontate da sculture di tori e scompaiono nella penombra dei cunicoli. Altri siedono davanti al mare, disposti in piccoli cerchi come viaggiatori di una carovana in sosta, le donne distribuiscono riso e verdure su foglie di banano, i bambini si avvicinano alla riva accompagnati per mano. Non ci sono schiamazzi, le madri non urlano richiamando i piccoli, nessuno nuota: sembra una visita rispettosa al mare, si cura l'ospite con garbo ed affetto.
"Which country madame?", da quale paese provengo. Un sorriso di denti rossi, effetto del paan, la cui masticazione è così diffusa in India, ripete la domanda con insistenza. Innumerevoli volte mi sentirò riproporre tale interrogativo durante il viaggio, quasi un intercalare nelle chiacchiere con gli occidentali, oppure un saluto a cui non segue altro che la soddisfazione di sentirsi rispondere: "Italy".
Rientrando alla lodge odo in lontananza l'eco di uno scalpello. Il battito via via più intenso mi guida sino ad un'enorme statua di pietra, coricata a terra. E' la rappresentazione di un dio, le mani giunte nel familiare saluto indiano. Un minuscolo uomo, la pelle scura coperta di polvere - quella polvere di pietra spessa e bianca, che ti chiude le narici se la respiri - vestito solo con una leggera dhoti bianca, picchia con un martello; rannicchiato nell'abbraccio del dio batte un ritmo regolare. Ogni colpo una scintilla, il battito riecheggia verso altri scalpellini intenti poco oltre, i colpi rimbalzano avanti e indietro, un ritmo delicato, quasi una musica pervade l'aria.
A lungo osservo lo scalpellino, la forma della pietra non sembra mutare, tuttavia lui batte, regolare e silenzioso.

Lascio Mamallapuram diretta ad Auroville. Quest'ultima concepita come "un'esperienza di convivenza internazionale in cui uomini e donne potessero vivere in pace e progressiva armonia reciproca al di sopra di ogni credo, pensiero politico e nazionalità" venne inaugurata nel 1968, presente il presidente dell'India e rappresentanti di molti stati, i quali versarono in un'urna la terra dei loro paesi per simbolizzare l'unione internazionale. Dopo l'inaugurazione il progetto entusiasmò e richiamò numerosi stranieri per lo più provenienti da Francia, Olanda, Gran Bretagna, Messico e Germania; vennero costruiti quartieri residenziali e scuole, avviati progetti di sviluppo agricolo e rimboschimento, ed i nuovi insediati godettero assai presto della simpatia dei centri vicini.
Oggi Auroville è un insieme di insediamenti che conta un migliaio di residenti, in gran parte occidentali, dediti a progetti di rimboschimento, artigianato, agricoltura, informatica.
Mi accolgono Babu e André, lei indiana e lui francese, tra i primi residenti ad Auroville. Piante di ogni tipo cingono la loro abitazione, ci accomodiamo in una veranda intrisa di incenso, dove viene servito un chai fumante, il tipico the indiano. André racconta con noia e gentilezza la storia di Auroville, infastidito dalla presunzione di molti stranieri di voler comprendere il senso di tale esperienza in poche ore di permanenza. Le letture trovate in Italia tratteggiavano una Auroville in grave difficoltà economica, dovuta al vano tentativo di bastare a se stessa e scissa al proprio interno da lotte per l'assunzione del potere.
André descrive convivenze umane difficili altrove e qui proficue, un vasto territorio ieri deserto e oggi fecondo, una comunità capace di coerenza con i propri principi ispiratori.
Gli aurovilliani hanno abbandonato ogni cosa del proprio passato e hanno iniziato qui una nuova vita.
Le zanzare intanto, voraci e implacabili, ci divorano.
Mentre chiacchieriamo la loro bambina gioca con il cane, stuzzicandolo con alcune fette di pane. E' insolito in India vedere animali addomesticati, qualcuno che si prenda cura o porti a spasso un cane. I cani, miti e bastardi, gironzolano tra umani, mucche e maiali, a volte cacciati, calciati, mai coccolati o accarezzati.
In bicicletta - Auroville è molto estesa e il sole che picchia implacabile già dalle prime ore del giorno rende sconsigliabili gli spostamenti a piedi - mi dirigo verso Matrimandir, pensato quale centro fisico e spirituale di Auroville, pedalando attraverso una fitta vegetazione che cela nel fogliame uccelli dai gorgheggi misteriosi.
Il tempio, la cui costruzione è stata ripresa e interrotta diverse volte, è visibile già in lontananza. E' un'enorme sfera puntinata da aperture circolari, sormontata da dischi di metallo dorati, cinta da giardini ornamentali. Luogo di meditazione, prevede l'accesso ai visitatori solo in alcuni orari ed è ora chiuso. Nell'assolato anfiteatro antistante il tempio passeggia assorto Saheb, guida turistica incaricata di accogliere gli stranieri in visita. La sua impeccabile divisa blu spicca tra la terra argillosa e i mattoni rossi delle gradinate. In cambio di una cartolina promessa dall'Italia racconta con un buon inglese dell'infinita costruzione del tempio, dei marmi provenienti dall'Italia e dei cristalli dalla Germania; recita senza incertezze la spiritualità del luogo mentre col braccio disegna lontano un ambizioso futuro. E' come un padre che guarda con orgoglio la propria creatura.
Poi indica un albero nei pressi del tempio. Dapprima faccio fatica ad individuarlo: quale dici, chiedo a Saheb, laggiù se ne vedono molti. Lui sorride sornione: è un albero solo, spiega, un banjan tree. Alcuni suoi rami, invece di protendersi verso il cielo, pendono come liane, sfiorando il suolo. Le piogge del monsone regalano un terreno morbido e fertile dove i rami penetrano saldamente: sono come un nuovo tronco, parte di un unico banjan. Quell'albero è particolarmente caro alla gente di Auroville perché sotto la sua coltre meditava la Mère, guida spirituale della comunità.

Da Auroville procedo per Chidambaram, dove prendo parte alla solenne festività di Shivaratri, e proseguo per Madurai. Anche questa volta mi sposto con uno degli autobus locali. Il terminal è un frastornante caleidoscopio umano: i richiami dei bigliettai, le litanie dei venditori, i copìcopìcopì (il caffè nel tipico inglese indianizzato) delle donne indaffarate con i thermos fumanti, gli strati di viaggiatori - sempre mi sorprende la fiumana che si sposta senza sosta, ad ogni ora, in India -, i mendicanti, dai gesti più eloquenti delle parole.
Qualcuno mi tocca leggermente il braccio, con ostinata insistenza: è una bambina spettinata, sporca, stracciata, eppure così solenne. Avvinghiato al suo collo un bimbo poco più piccolo, nudo, gli enormi occhi distratti e persi, trasportato con apparente noncuranza, come se non avesse peso. La piccola batte la mano sul suo ventre gonfio e poi sulla bocca aperta supplicando: "madame, madame, madame". Annaspo alla ricerca di qualche rupia nelle tasche, mentre dentro mi si stringe lo stomaco. Ognuno affronta, o ignora, la miseria, in India come altrove. Per me è rimasto un aspetto insoluto, un evento che mi trova sempre impreparata, ogniqualvolta mi si presenti.
Il pullman sfida le strade gremite di Madurai, in prossimità di un incrocio scorgo un vigile. Nel precedente viaggio in India avevo imparato - in fretta ed a mie spese - un paio di regole per sopravvivere nel traffico convulso: precedenza assoluta al veicolo più grande e divieto di fermate improvvise e di incertezze. Paradossalmente solo entrando nel flusso ci si muove agevolmente, e, in assoluta mancanza di un regista, il traffico procede imperturbabile.
Un vigile rappresenta dunque una novità: con la divisa beige corredata da un immacolato cappello stile cow-boy, distende autorevole il braccio e mostra un cartellino su cui rosseggia lo "stop": tutti si fermano. Poi gli si avvicina un uomo che trascina un carretto: i due si conoscono, iniziano a chiacchierare in mezzo all'incrocio. Il traffico, incurante, riprende il proprio corso.
L'autobus mi lascia in un'anonima piazzola e, mentre si attenua il polverone che ha sollevato, scorgo la sagoma di un elefante. E' adorna di un prezioso drappo e avanza maestosa, la proboscide oscilla lentamente. La flemma dell'elefante è in evidente contrasto con l'agitazione che anima le persone intorno: queste si chinano dinanzi all'elefante che, con una delicatezza insospettabile, sfiora le loro teste con la proboscide, benedicendoli.
Per orientarmi chiedo informazioni ad una studentessa, Lalitha, ventitreenne. Incuriosite l'una dall'altra finiamo per scambiarci impressioni ed usanze dei paesi da cui proveniamo: apprendo che per una ragazza indiana, di famiglia tradizionale, è impensabile viaggiare sola, anche attraverso l'India. Lalitha lascerà gli studi tra qualche mese perché si sposerà: non conosce ancora il proprio marito, che i suoi genitori han scelto per lei, ma mi informa orgogliosa dell'appartenenza di lui alla casta dei bramini, la più importante nell'organizzazione della società indiana. Nella vita matrimoniale lei si occuperà della casa, e non le sarà consentito alcun altro lavoro.
Madurai è uno dei più antichi centri dell'India del Sud, meta di pellegrini richiamati dal famoso tempio Sri Meenakshi, le cui gopuram (torri a più piani che sormontano l'ingresso di un'area sacra dei templi del sud) sono decorate con centinaia di statue coloratissime che raffigurano divinità, animali, figure mitiche, visibili anche dai tetti delle case della città.
Il tempio ha quattro ingressi, corrispondenti ai punti cardinali, quattro torri a nove piani situate sul bordo esterno, dodici torri interne, alte sino a cinquanta metri. E la sala dei mille pilastri ne conta 985 (così recita l'impeccabile guida).
La leggenda vuole che la figlia di un re pandya - della cui dinastia Madurai fu capitale - nacque con tre seni: il terzo seno sarebbe scomparso quando la fanciulla, il cui nome era per l'appunto Meenakshi, avrebbe conosciuto l'uomo che avrebbe poi sposato. Ciò avvenne quand'ella incontrò Shiva, divenuto in seguito suo marito sotto spoglie umane.
Un'enorme folla di pellegrini provenienti da ogni parte dell'India raggiunge ogni giorno il tempio; essi salutano e pregano la divinità, effettuano l'abluzione nei bacini, visitano il bazar, situato tra le mura esterne ed interne, ascoltano la musica religiosa diffusa nell'intero complesso o improvvisata da piccoli gruppi di devoti.
Da Madurai transito velocemente per Bangalore, vivace e moderna metropoli, e raggiungo Mysore, città ospitale e più a misura d'uomo, dove è possibile passeggiare e l'aria è senza dubbio più respirabile. Anzi, profuma di sandalo. Mysore infatti è uno dei centri più importanti per la lavorazione dell'incenso e passeggiando tra i vicoli si respirano ovunque profumi e aromi. Una miriade di laboratori familiari confezionano ogni giorno migliaia di agarbathi (incenso), donne e bambini impastano la polvere di sandalo applicandola su sottili bastoncini di bambù, lasciati poi seccare all'aria.
Il viaggio è quasi giunto al termine, da Mysore torno a Bangalore per coprire in treno la lunga distanza che mi separa da Mumbai (Bombay), da dove partirà il volo di ritorno. La rete ferroviaria indiana, una tra le più estese che vi siano al mondo, trasporta ogni giorno milioni di viaggiatori, i treni sono quasi sempre sovraffollati e sovraccarichi - e non solo di persone - e le fermate sono numerose, talvolta persino inspiegabili. Tuttavia viaggiare sui treni indiani ha un fascino davvero irresistibile, forse proprio perché il treno trasporta semplicemente l'India, con tutti i suoi umori, colori, odori.
Guardando dai finestrini il paesaggio sterminato di campi, contadini chini sul raccolto e fitta vegetazione, riaffiorano una dopo l'altra le immagini di questo viaggio che, anche per i numerosi spostamenti, è stato come un fugace sguardo su una tela densa di particolari e colori, frastornante. Viene voglia di tornare, per soffermarsi e assaporare. Assorta nei pensieri mi trovo improvvisamente davanti una cesta di fiori. Senza una parola, la bambina che li vende ne sceglie uno arancione e me lo sistema tra i capelli. "Indian face", dice con un sorriso. Le sorrido anch'io, è un arrivederci all'India.
 

 
 Notizie utili
Periodo consigliato: inverno (da novembre a febbraio), in seguito la temperatura sale e il caldo rende più difficile la permanenza e gli spostamenti;
lingua: il tamil regna sovrano, l'inglese è parlato soprattutto nelle grandi città; conoscere qualche parola della lingua locale (un regalo che volentieri gli indiani fanno) consente di addentrarsi maggiormente nella realtà indiana;
visto
i cittadini italiani devono essere in possesso del visto rilasciato dai consolati di Milano (via Larga 16, tel. 028057691) e di Roma 
(via XX settembre 5, tel. 064884642);
moneta
la rupia, suddivisa in 100 paise. Corrisponde a circa 50 lire. Possono risultare utili i travellers' cheque;
costo del viaggio: difficile fornire informazioni attendibili su questo aspetto: 
l'India consente di vivere davvero con poco, utilizzando i mezzi di trasporto locali e pernottando in lodge e ostelli economici,  potendo comunque contare su un discreto rapporto qualità-prezzo, o di spendere cifre molto più alte, frequentando alberghi di lusso ed effettuando spostamenti in aereo. Nei periodi di bassa stagione è possibile trovare voli aerei per l'India molto convenienti;
vaccinazioni
a rischio soprattutto le malattie trasmesse dagli alimenti e dall'acqua (diarrea, epatite A, tifo) e la malaria. Occorre pertanto premunirsi prima della partenza ed evitare comportamenti a rischiodurante il viaggio.
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