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ARRIVEDERCI
INDIA
Un'ingombrante
mucca bianca rumina un foglio di giornale, ha le lunghe e appuntite corna
pittate d'arancio e un pizzico di polvere rossa sulla fronte, dono di qualche
devoto e mattiniero indù.
Un nugolo
di bambini, cartella in spalla e camicie uguali azzurre, cinguetta saltellandomi
intorno: "Hallo, have you a pen? A pen, madame, a pen, a pen." Penne, caramelle
e
qualunque
oggetto dei turisti costituisce un ambitissimo regalo.
di Valeria Moschese
Mi
trovo a Mamallapuram, poco distante da Madras (Chennai) nello stato del
Tamil Nadu, nel sud dell'India; raggiungerò Bombay (Mumbay) nell'arco
di tre settimane, attraversando gli stati del Tamil Nadu, del Karnataka
e del Maharastra.
In
India la vita si svolge per strada, più che tra le mura domestiche:
nel vicolo un vecchio si pettina senza fretta, alcune donne accovacciate
strofinano le stoviglie, parlando tra loro fitto fitto, un uomo si sciacqua
in un catino e termina meticoloso le proprie abluzioni, una giovane donna
scivola leggera avvolta nella colorata sahari, dimentica della cesta di
vimini che trasporta sul capo, come un elegante cappello... una bambina
rannicchiata sull'uscio sta disegnando per terra, con la mano chiusa lascia
scendere un filo di gesso che dosa sapiente, per dar forma ad un rangoli,
un mandala destinato a durare un giorno soltanto.
E' l'alba,
il vicolo polveroso, stretto tra irregolari e fatiscenti casupole, è
già saturo di odori e rumori; l'aria è greve, appiccicosa,
intrisa di spezie, dei fumi del bestiame, di fogne all'aria aperta, di
muffa, di incenso. Miscuglio inconfondibile, penetrante, dolciastro, avvolgente
e denso, aria in cui ci si immerge.
La
spiaggia è poco lontana, sulla sabbia è adagiato lo Shore
Temple, antico tempio eroso dal vento e dal mare. L'opera venne realizzata
dai Pallava - dinastia tamil di una certa importanza - verso la fine del
VII secolo, e si caratterizza per leggerezza e semplicità, legate
alle origini popolari delle manifestazioni artistiche del regno pallava.
Il tempio, all'interno delle due guglie, ospita un santuario dedicato a
Vishnu ed uno a Shiva, due rappresentazioni fisiche della divinità
unica.
Piccoli
gruppi di devoti si avvicendano silenziosi, attraversano le mura perimetrali
sormontate da sculture di tori e scompaiono nella penombra dei cunicoli.
Altri siedono davanti al mare, disposti in piccoli cerchi come viaggiatori
di una carovana in sosta, le donne distribuiscono riso e verdure su foglie
di banano, i bambini si avvicinano alla riva accompagnati per mano. Non
ci sono schiamazzi, le madri non urlano richiamando i piccoli, nessuno
nuota: sembra una visita rispettosa al mare, si cura l'ospite con garbo
ed affetto.
"Which country
madame?", da quale paese provengo. Un sorriso
di denti rossi, effetto del paan, la cui masticazione è così
diffusa in India, ripete la domanda con insistenza. Innumerevoli volte
mi sentirò riproporre tale interrogativo durante il viaggio, quasi
un intercalare nelle chiacchiere con gli occidentali, oppure un saluto
a cui non segue altro che la soddisfazione di sentirsi rispondere: "Italy".
Rientrando
alla lodge odo in lontananza l'eco di uno scalpello. Il battito via via
più intenso mi guida sino ad un'enorme statua di pietra, coricata
a terra. E'
la rappresentazione di un dio, le mani giunte nel familiare saluto indiano.
Un minuscolo uomo, la pelle scura coperta di polvere - quella polvere di
pietra spessa e bianca, che ti chiude le narici se la respiri - vestito
solo con una leggera dhoti bianca, picchia con un martello; rannicchiato
nell'abbraccio del dio batte un ritmo regolare. Ogni colpo una scintilla,
il battito riecheggia verso altri scalpellini intenti poco oltre, i colpi
rimbalzano avanti e indietro, un ritmo delicato, quasi una musica pervade
l'aria.
A lungo osservo
lo scalpellino, la forma della pietra non sembra mutare, tuttavia lui batte,
regolare e silenzioso.
Lascio
Mamallapuram diretta ad Auroville. Quest'ultima concepita come "un'esperienza
di convivenza internazionale in cui uomini e donne potessero vivere in
pace e progressiva armonia reciproca al di sopra di ogni credo, pensiero
politico e nazionalità" venne inaugurata nel 1968, presente il presidente
dell'India e rappresentanti di molti stati, i quali versarono in un'urna
la terra dei loro paesi per simbolizzare l'unione internazionale. Dopo
l'inaugurazione il progetto entusiasmò e richiamò numerosi
stranieri per lo più provenienti da Francia, Olanda, Gran Bretagna,
Messico e Germania; vennero costruiti quartieri residenziali e scuole,
avviati progetti di sviluppo agricolo e rimboschimento, ed i nuovi insediati
godettero assai presto della simpatia dei centri vicini.
Oggi
Auroville è un insieme di insediamenti che conta un migliaio di
residenti, in gran parte occidentali, dediti a progetti di rimboschimento,
artigianato, agricoltura, informatica.
Mi
accolgono Babu e André, lei indiana e lui francese, tra i primi
residenti ad Auroville. Piante di ogni tipo cingono la loro abitazione,
ci accomodiamo in una veranda intrisa di incenso, dove viene servito un
chai fumante, il tipico the indiano. André racconta con noia e gentilezza
la storia di Auroville, infastidito dalla presunzione di molti stranieri
di voler comprendere il senso di tale esperienza in poche ore di permanenza.
Le letture trovate in Italia tratteggiavano una Auroville in grave difficoltà
economica, dovuta al vano tentativo di bastare a se stessa e scissa al
proprio interno da lotte per l'assunzione del potere.
André
descrive convivenze umane difficili altrove e qui proficue, un vasto territorio
ieri deserto e oggi fecondo, una comunità capace di coerenza con
i propri principi ispiratori.
Gli
aurovilliani hanno abbandonato ogni cosa del proprio passato e hanno iniziato
qui una nuova vita.
Le zanzare
intanto, voraci e implacabili, ci divorano.
Mentre chiacchieriamo
la loro bambina gioca con il cane, stuzzicandolo con alcune fette di pane.
E' insolito in India vedere animali addomesticati, qualcuno che si prenda
cura o porti a spasso un cane. I cani, miti e bastardi, gironzolano tra
umani, mucche e maiali, a volte cacciati, calciati, mai coccolati o accarezzati.
In
bicicletta - Auroville è molto estesa e il sole che picchia implacabile
già dalle prime ore del giorno rende sconsigliabili gli spostamenti
a piedi - mi dirigo verso Matrimandir, pensato quale centro fisico e spirituale
di Auroville, pedalando attraverso una fitta vegetazione che cela nel fogliame
uccelli dai gorgheggi misteriosi.
Il
tempio, la cui costruzione è stata ripresa e interrotta diverse
volte, è visibile già in lontananza. E' un'enorme sfera puntinata
da aperture circolari, sormontata da dischi di metallo dorati, cinta da
giardini ornamentali. Luogo di meditazione, prevede l'accesso ai visitatori
solo in alcuni orari ed è ora chiuso. Nell'assolato anfiteatro antistante
il tempio passeggia assorto Saheb, guida turistica incaricata di accogliere
gli stranieri in visita. La sua impeccabile divisa blu spicca tra la terra
argillosa e i mattoni rossi delle gradinate. In cambio di una cartolina
promessa dall'Italia racconta con un buon inglese dell'infinita costruzione
del tempio, dei marmi provenienti dall'Italia e dei cristalli dalla Germania;
recita senza incertezze la spiritualità del luogo mentre col braccio
disegna lontano un ambizioso futuro. E' come un padre che guarda con orgoglio
la propria creatura.
Poi
indica un albero nei pressi del tempio. Dapprima faccio fatica ad individuarlo:
quale dici, chiedo a Saheb, laggiù se ne vedono molti. Lui sorride
sornione: è un albero solo, spiega, un banjan tree. Alcuni suoi
rami, invece di protendersi verso il cielo, pendono come liane, sfiorando
il suolo. Le
piogge del monsone regalano un terreno morbido e fertile dove i rami penetrano
saldamente: sono come un nuovo tronco, parte di un unico banjan. Quell'albero
è particolarmente caro alla gente di Auroville perché sotto
la sua coltre meditava la Mère, guida spirituale della comunità.
Da
Auroville procedo per Chidambaram, dove prendo parte alla solenne festività
di Shivaratri, e proseguo per Madurai. Anche questa volta mi sposto con
uno degli autobus locali. Il terminal è un frastornante caleidoscopio
umano: i richiami dei bigliettai, le litanie dei venditori, i copìcopìcopì
(il caffè nel tipico inglese indianizzato) delle donne indaffarate
con i thermos fumanti, gli strati di viaggiatori - sempre mi sorprende
la fiumana che si sposta senza sosta, ad ogni ora, in India -, i mendicanti,
dai gesti più eloquenti delle parole.
Qualcuno
mi tocca leggermente il braccio, con ostinata insistenza: è una
bambina spettinata, sporca, stracciata, eppure così solenne. Avvinghiato
al suo collo un bimbo poco più piccolo, nudo, gli enormi occhi distratti
e persi, trasportato con apparente noncuranza, come se non avesse peso.
La piccola batte la mano sul suo ventre gonfio e poi sulla bocca aperta
supplicando: "madame, madame, madame". Annaspo alla ricerca di qualche
rupia nelle tasche, mentre dentro mi si stringe lo stomaco. Ognuno affronta,
o ignora, la miseria, in India come altrove. Per me è rimasto un
aspetto insoluto, un evento che mi trova sempre impreparata, ogniqualvolta
mi si presenti.
Il
pullman sfida le strade gremite di Madurai, in prossimità di un
incrocio scorgo un vigile. Nel precedente viaggio in India avevo imparato
- in fretta ed a mie spese - un paio di regole per sopravvivere nel traffico
convulso: precedenza assoluta al veicolo più grande e divieto di
fermate improvvise e di incertezze. Paradossalmente solo entrando nel flusso
ci si muove agevolmente, e, in assoluta mancanza di un regista, il traffico
procede imperturbabile.
Un
vigile rappresenta dunque una novità: con la divisa beige corredata
da un immacolato cappello stile cow-boy, distende autorevole il braccio
e mostra un cartellino su cui rosseggia lo "stop":
tutti si fermano. Poi gli si avvicina un uomo che trascina un carretto:
i due si conoscono, iniziano a chiacchierare in mezzo all'incrocio. Il
traffico, incurante, riprende il proprio corso.
L'autobus
mi lascia in un'anonima piazzola e, mentre si attenua il polverone che
ha sollevato, scorgo la sagoma di un elefante. E' adorna di un prezioso
drappo e avanza maestosa, la proboscide oscilla lentamente. La flemma dell'elefante
è in evidente contrasto con l'agitazione che anima le persone intorno:
queste si chinano dinanzi all'elefante che, con una delicatezza insospettabile,
sfiora le loro teste con la proboscide, benedicendoli.
Per
orientarmi chiedo informazioni ad una studentessa, Lalitha, ventitreenne.
Incuriosite l'una dall'altra finiamo per scambiarci impressioni ed usanze
dei paesi da cui proveniamo: apprendo che per una ragazza indiana, di famiglia
tradizionale, è impensabile viaggiare sola, anche attraverso l'India.
Lalitha
lascerà gli studi tra qualche mese perché si sposerà:
non conosce ancora il proprio marito, che i suoi genitori han scelto per
lei, ma mi informa orgogliosa dell'appartenenza di lui alla casta dei bramini,
la più importante nell'organizzazione della società indiana.
Nella vita matrimoniale lei si occuperà della casa, e non le sarà
consentito alcun altro lavoro.
Madurai
è uno dei più antichi centri dell'India del Sud, meta di
pellegrini richiamati dal famoso tempio Sri Meenakshi, le cui gopuram (torri
a più piani che sormontano l'ingresso di un'area sacra dei templi
del sud) sono decorate con centinaia di statue coloratissime che raffigurano
divinità, animali, figure mitiche, visibili anche dai tetti delle
case della città.
Il
tempio ha quattro ingressi, corrispondenti ai punti cardinali, quattro
torri a nove piani situate sul bordo esterno, dodici torri interne, alte
sino a cinquanta metri. E la sala dei mille pilastri ne conta 985 (così
recita l'impeccabile guida).
La
leggenda vuole che la figlia di un re pandya - della cui dinastia Madurai
fu capitale - nacque con tre seni: il terzo seno sarebbe scomparso quando
la fanciulla, il cui nome era per l'appunto Meenakshi, avrebbe conosciuto
l'uomo che avrebbe poi sposato. Ciò avvenne quand'ella incontrò
Shiva, divenuto in seguito suo marito sotto spoglie umane.
Un'enorme
folla di pellegrini provenienti da ogni parte dell'India raggiunge ogni
giorno il tempio; essi salutano e pregano la divinità, effettuano
l'abluzione nei bacini, visitano il bazar, situato tra le mura esterne
ed interne, ascoltano la musica religiosa diffusa nell'intero complesso
o improvvisata da piccoli gruppi di devoti.
Da
Madurai transito velocemente per Bangalore, vivace e moderna metropoli,
e raggiungo Mysore, città ospitale e più a misura d'uomo,
dove è possibile passeggiare e l'aria è senza dubbio più
respirabile. Anzi, profuma di sandalo. Mysore infatti è uno dei
centri più importanti per la lavorazione dell'incenso e passeggiando
tra i vicoli si respirano ovunque profumi e aromi. Una
miriade di laboratori familiari confezionano ogni giorno migliaia di agarbathi
(incenso), donne e bambini impastano la polvere di sandalo applicandola
su sottili bastoncini di bambù, lasciati poi seccare all'aria.
Il
viaggio è quasi giunto al termine, da Mysore torno a Bangalore per
coprire in treno la lunga distanza che mi separa da Mumbai (Bombay), da
dove partirà il volo di ritorno. La rete ferroviaria indiana, una
tra le più estese che vi siano al mondo, trasporta ogni giorno milioni
di viaggiatori, i treni sono quasi sempre sovraffollati e sovraccarichi
- e non solo di persone - e le fermate sono numerose, talvolta persino
inspiegabili. Tuttavia viaggiare sui treni indiani ha un fascino davvero
irresistibile, forse proprio perché il treno trasporta semplicemente
l'India, con tutti i suoi umori, colori, odori.
Guardando
dai finestrini il paesaggio sterminato di campi, contadini chini sul raccolto
e fitta vegetazione, riaffiorano una dopo l'altra le immagini di questo
viaggio che, anche per i numerosi spostamenti, è stato come un fugace
sguardo su una tela densa di particolari e colori, frastornante. Viene
voglia di tornare, per soffermarsi e assaporare. Assorta nei pensieri mi
trovo improvvisamente davanti una cesta di fiori. Senza una parola, la
bambina che li vende ne sceglie uno arancione e me lo sistema tra i capelli.
"Indian
face", dice con un sorriso. Le sorrido anch'io,
è un arrivederci all'India.
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