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SPERIMENTARE
PER SPERIMENTARSI NELLA SCUOLA CHE CAMBIA
La sperimentazione,
da un punto di vista istituzionale, ha come fine di perdere estemporaneità
e precarietà e di diventare strutturale. Ciò comporta
una continua tensione tra assestamento e consolidamento da una
parte e nuove spinte propulsive e disgregative dall'altra. Nella
scuola questa dinamica è evidente e la tensione è
alimentata dalle pressioni interne e dalle richieste del mondo
circostante.
di Aldo Ferrari Pozzato La scuola secondaria superiore attende ancora una riforma
organica attraverso un adeguato strumento legislativo. Non per
questo mancano spazi di sperimentazione, la cui storia recente
si può far iniziare dai Decreti Delegati, del 1974, che
regolavano anche la sperimentazione. Da allora si sono seguite
due vie di innovamento, mancando la legge.
La prima, più seguita in quegli anni, sfruttava l'autonomia
concessa ai singoli istituti. La potremmo schematicamente indicare
come via dal basso verso l'alto: il singolo istituto proponeva
un progetto che arrivava poi fino al Ministero per l'approvazione.
La seconda via, affermatasi negli anni più recenti, prevede
che sia il Ministero a proporre dei modelli (per esempio Brocca
nei licei, Cinque, Erica, Abacus negli istituti tecnici) da applicare
nei singoli istituti. Potremmo dire che è una via dall'alto
verso il basso. Il risultato è una sperimentazione coordinata
e centralizzata. Ovviamente le due vie si influenzano e intersecano
reciprocamente.
Il punto di arrivo istituzionale della via amministrativa alla
sperimentazione è il suo entrare in ordinamento, vale
a dire produrre delle variazioni organiche e valide per tutti.
Ne è un esempio, per gli istituti tecnici, l'indirizzo
giuridico economico aziendale, IGEA.
Un altro fattore importante è il recente indirizzo legislativo
espresso dalla legge Bassanini (n.59 del 1997), in particolare
l'articolo 21 e dalla successiva legge 112 del 1998, che riguardano
l'autonomia degli enti locali e interessano anche la scuola e
il suo ordinamento. Ciò ha dato origine, tra l'altro,
a una sperimentazione centralizzata denominata "Biennio
dell'Autonomia", che prevede spazi di flessibilità
organizzativa e didattica e realizza l'integrazione con il territorio.
Riguarda circa 160 istituti in tutta Italia, di cui una decina
(tecnici e professionali) in Piemonte.
L'autonomia dei singoli istituti permette attualmente una grande
varietà di proposte, sia in orario curriculare che extracurricolare,
che devono avere però alcune caratteristiche di riferimento,
tra le quali spiccano: il diritto allo studio, la capacità
di progettazione e di arrivare a un prodotto tangibile, l'addestramento
a reperire nozioni e risorse l'abilità di saperle utilizzare
anche in campi diversi, l'incremento dell'attitudine allo studio
e alla formazione, sia individuale che, a volte soprattutto,
di gruppo.
Un punto importante è la ratifica dello Statuto degli
studenti, che regola i rapporti tra utenti e istituzione.
La prospettiva di fondo di questa serie di trasformazioni in
atto mi sembra stare nella formazione permanente, adeguata ad
un mondo in rapida evoluzione, in cui più che le singole
nozioni contano le capacità di apprendimento, di adattamento
e di uso delle risorse disponibili o reperibili (in termini un
po' roboanti si parla a volte di metacognizioni e di pensiero
divergente).
E un problema a mio parere ancora irrisolto mi sembra essere
la partecipazione diretta da parte degli studenti al mutamento
in atto, non solo nell'esecuzione ma soprattutto nella progettazione
del cambiamento e della impostazione della didattica.
Ma dove sta andando la scuola? Il Regolamento sull'autonomia
scolastica tiene conto di tre fasce di insegnamento: una serie
di materie fondamentali decise dal centro, un'area facoltativa
e infine un'area integrativa, in cui lo studente potrà
scegliere tra varie proposte didattiche in alternativa tra loro,
all'interno dello stesso indirizzo.
D'altro canto la commissione dei quaranta saggi, voluta dal ministro
Berliguer e incaricata di indicare i contenuti essenziali o saperi
minimi che la scuola deve trasmettere, indica tra le novità
nelle linee di indirizzo la musica, l'arte e il non-verbale,
mostrando un rinnovato interesse per la cultura umanistica e
in definitiva per la relazione, come strumenti irrinunciabili
per la comprensione e l'uso del mondo contemporaneo. Infine,
parallelamente a quanto avviene nel mondo del lavoro, vi è
un forte interesse e impegno a uniformare l'orario settimanale
e stabilizzarlo attorno alle trenta ore.
Che si vada verso una scuola più attenta e più
a misura d'uomo?
*L'autore ringrazia per la
pazienza, l'attenzione e la collaborazione l'ispettrice Ansaldi |