VITA SOCIALE

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maggio/giugno 1999



 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DANNATA INFANZIA

di Davide Pellegrino
Sono duecentocinquanta mila, forse trecento mila i bambini tra gli otto e i 14 anni che lavorano in Italia. Ma il dato non è certo ed è di difficile composizione: non esistono uffici pubblici né del volontariato sociale che riescano a quantificare il fenomeno nel nostro paese. E anche Torino non sfugge a questa regola: quanti siano i bambini che invece di andare a scuola sono impiegati in attività - si fa per dire - lavorative è un dato sconosciuto. L'unica certezza è sulla nazionalità: sono quasi tutti immigrati stranieri.
Il fenomeno più evidente è rappresentato dai bambini che, soprattutto nella zona centrale o vicino alle stazioni, vendono ogni genere di mercanzia: sono i "baby mendicanti". Spugnette, accendini e fazzolettini sono la loro merce di scambio, venduta nei parcheggi o ai semafori: qualcuno compra, spesso vengono allontanati con fastidio, ma pochi si chiedono cosa ci facciano lì e chi li sfrutti.
Da alcuni mesi, però, il nucleo di polizia giudiziaria dei vigili urbani di Torino e la Procura della Repubblica stanno cercando di scoprire chi siano gli adulti a capo di questa organizzazione. Un lavoro di "intelligence", di indagine, difficile e faticoso: il reato ipotizzato è quello di "riduzione in schiavitù". Perché di questo si tratta, anche nella Torino che si appresta a girare la boa dell'anno 2000.
L'inchiesta non è facile anche per il clima di omertà e paura in cui vivono i bambini, soprattutto per provare i maltrattamenti che subiscono. Difficile è anche scoprire quante ore i bambini vengono tenuti in strada, dove dormono, dove mangiano, a chi sono affidati. Ma l'altro problema è rappresentato dalla scarsità di posti di ricovero per questi bambini che vengono strappati ai loro padroni. Una questione che la legge non risolve, anche perché, minori di 14 anni, non possono essere espulsi come i grandi. Per poterli rimpatriare è necessario rintracciare i parenti nel paese di origine e, nel caso in cui siano consenzienti al ritorno del minore, affidarli a loro. Una procedura che il Tribunale dei minori di Torino ha iniziato ad utilizzare con costanza, ma che vede contrari alcune associazioni tra le quali la Caritas. Molti bambini, spiegano, frequentano regolarmente la scuola e nel pomeriggio vendono spugnette e accendini per aiutare la famiglia rimasta nel paese di origine.
Aiutare la famiglia è uno dei motivi per il quale i bambini vivono situazioni di sfruttamento e schiavitù. Come nel caso di molti bambini della nostra comunità cinese, che lavorano 12, 13 ore al giorno su una macchina per cucire, in laboratori semiclandestini. Di questi laboratori - secondo Fredo Olivero, figura storica dell'impegno verso gli immigrati - ne esistono una quindicina, sparsi tra il centro storico e la periferia. Queste boite alimentano un mercato tutto interno alla comunità, dove cinesi sfruttano altri cinesi che, per emigrare devono farsi anticipare somme che poi dovranno restituire a parenti e amici che sono già qui. Dei 1319 cinesi che risultano ufficialmente a Torino, 398 sono minorenni. Quasi un terzo della comunità, e anche loro partecipano a questo "circolo vizioso". E' il caso della piccola di 13 anni che, grazie all'intervento delle sue insegnanti, ha portato alla ribalta una situazione sconosciuta e clandestina. Una bambina che invece di seguire le lezioni si addormentava sui banchi di scuola, stremata dopo una notte passata sulla macchina da cucire.
Ma addossare la colpa di queste situazioni unicamente sulle spalle dei genitori o delle comunità straniere sarebbe un errore. Come abbiamo già scritto su questa rivista, questi comportamenti sono tipici in presenza di un mercato selvaggio, basato unicamente sul prezzo come elemento di concorrenza. E' il cosiddetto mercato globale che, organismi internazionali come l'Unicef, additano come fonte di sfruttamento e schiavitù. E il mercato delle confezioni - le griffe dell'alta moda fiorentina, così nota Olivero, o il settore tessile e della pelletteria collegati al centro cinese di Prato - non si fa certo sfuggire questa economica possibilità.

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