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ALCUNI
DATI |
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Mukti Ashram
fondato in Delhi nel 1991
capacità di accoglienza 70 ragazzi
accolti finora oltre 2000 ragazzi
in costruzione analogo ashram femminile
in azione diretta liberati finora oltre 40.000 ragazzi che versavano
in condizione di sfruttamento di lavoro minorile
INDIA:
* popolazione globale 850 milioni circa
* giovani da 0 a 14 anni 39.6%
* percentuale di ragazzi dai 6 ai 14 anni che frequentano la
scuola:
zone rurali 39.80%
zone urbane 73.64%
totale 50.14%
* percentuale di studenti che non terminano gli studi:
I-V classe 46.97%
I-VIII classe 62 29% |
INDIRIZZI
SACCS (South Asian
Coalition on Child
Servitude)
L-6 Kalkaji, New Delhi
110019 INDIA
e-mail
yatra@del2.vsnl.net.in
MUKTI ASHRAM
Villaggio Ibrahimpur
Delhi
110036 INDIA
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SOTTO IL
CIELO DI SHIVA
Contro
la schiavitù dei bambini, l'attività del Mukti
Ashram alla periferia Nord di Delhi
di E. Mazzucchetti e M.
Guglielminotti Il 20 novembre 1997 le autorità
di Nuova Delhi segnalarono che 3000 ragazzi si erano radunati
intorno all'India Gate: era il giorno internazionale dei diritti
dei bambini e da quel momento era diventato anche il giorno dell'inizio
ufficiale della Global March contro il lavoro minorile. Sei mesi
dopo, la "marcia della consapevolezza" aveva raggiunto
le popolazioni dell'Asia, delle Americhe, dell'Africa e dell'Europa,
250 milioni di piedi in cammino nel mondo, ed era culminata a
Ginevra nel giugno 1998.
La mobilitazione mondiale doveva essere, nelle intenzioni del
suo principale organizzatore, Kaylash Satiarthi, segretario generale
della SACCS, South Asian Coalition on Child Servitude, il modo
per dare voce alla realtà sommersa dei milioni di bambini
schiavi, lavoratori per conto di concessionarie periferiche di
inattaccabili multinazionali o per imprenditori senza scrupoli
a livello locale.
Satiarthi, un bramino membro
della casta più elevata del sistema gerarchico indiano,
ha iniziato la sua attività "rivoluzionaria"
molto giovane, a 15 anni.
Lo incontriamo nella sede della SACCS, a Kalkaji, quartiere moderno
di una Delhi qui insolitamente più quieta, col martellante
scoppiettio delle marmitte dei moto-risciò e gli ingorghi
di uomini e mezzi che giungono attenuati, a poche centinaia di
metri nel corso principale. Casacca e pantaloni bianchi di lino,
nello stile tipicamente indiano, l'unico modo per resistere al
soffocante calore della capitale, occhi neri penetranti, barba
folta.
"A 16 anni volli organizzare un pranzo per celebrare il
giorno del compleanno di Mohandas Gandhi. Invitai tutta la popolazione
del villaggio, Bramini e intoccabili. Lavorammo tutto il giorno
con le donne delle classi più basse per preparare il pranzo.
Non venne nessuno".
Questa è l'India. Gli intoccabili sono circa il 25% degli
850 milioni di abitanti: sono concentrati per lo più nelle
regioni rurali del Bihar e dell'Uttar Pradesh, addomesticati
da secoli di regole feudali non scritte ma consolidate dal tempo
e incise nella vita delle famiglie. Hanno un'educazione scolastica
quasi nulla, il loro mondo è il loro villaggio isolato,
la loro vita è l'accettazione della gerarchia indù,
un formidabile insieme di religione e politica che rende la società
immobile e quasi narcotizzata e che di fatto blocca ogni volontà
di auto-affrancamento.
"Quando
chiediamo ai bambini: chi
è responsabile di questa tua condizione di vita, essi
rispondono: Dio. Sono le genti perdute della società,
nate per essere schiavi; per tutta la loro vita sono stati sfruttati,
torturati e umiliati. Non hanno una minima idea di cosa siano
i diritti umani".
Da questa situazione nascono in India, ma analoghe possono essere
le premesse per il resto del mondo, i casi denunciati ora con
forza crescente all'opinione pubblica.
"Si stima, sulla base delle mancate iscrizioni nelle scuole
primarie, quelle che accolgono i ragazzi dai 6 ai 14 anni, che
sia di circa 110-120 milioni di unità l'entità
della forza lavoro infantile in India. Circa la metà è
classificata come impiegata in lavori domestici, a supporto dell'attività
dei propri genitori o dei parenti stretti, il resto è
costretto a vendere la propria infanzia solo per sopravvivere."
C'è una forte differenza tra il concetto di Lavoro minorile
e di Schiavitù minorile: "Il concetto di Lavoro è
applicabile a un contesto industriale dove un lavoratore vende
il proprio lavoro in cambio di uno stipendio, assicurazioni,
assistenza sanitaria, premi di produzione, diritti legali. Nel
reame della Schiavitù il lavoratore non ha un'identità.
Il suo dovere è di obbedire al padrone e di soggiacere
completamente alla sua mercé".
Ultimamente, in India a livello governativo ci sono segnali di
un intervento contro questo sfruttamento illegale. "Gli
imprenditori colti sul fatto (ma accade estremamente di rado,
le ispezioni sono annunciate e i ragazzini vengono preventivamente
allontanati o nascosti), devono pagare una multa di 500 rupie,
25000 lire". E' chiaro che questa penale non può
rappresentare un deterrente per eliminare un fenomeno che, anzi,
è in crescita.
Esistono parimenti dei programmi statali di assistenza economica
alle famiglie dei ragazzi liberati, ma solo formalmente.
"Spesso, quando portiamo alla polizia i ragazzini per la
prassi della denuncia e le altre formalità, ci sentiamo
chiedere: Perché vi date tanto da fare per loro, chi se
ne occuperà dopo che li avrete lasciati liberi?"
Nei paesi in via di sviluppo, povertà e lavoro minorile
sono due aspetti della stessa questione. Povertà significa
disoccupazione dei genitori, e questo porta all'impiego (sotto
costo) dei bambini. Si calcola che in media il guadagno giornaliero
dei 55 milioni di bambini sia di circa 150 milioni di rupie,
meno di 3 rupie al giorno per bambino. "Con l'abolizione
della schiavitù minorile - continua Satiarthi - necessariamente
dovrebbero essere impiegati gli adulti, che guadagnerebbero almeno
5 o 6 volte più dei loro figli. Inoltre, in questo modo
aumenterebbe il potere d'acquisto delle famiglie, che così
potrebbero iniziare a pensare a come migliorare le proprie condizioni
di vita in generale". Povertà significa anche ignoranza.
"Un altro fenomeno importante è che l'esplosione
demografica è maggiormente evidente proprio in quelle
regioni dove più grave è il problema del lavoro
minorile. La convinzione generale è che avere più
bambini voglia dire avere a disposizione più mani per
lavorare e quindi un maggiore guadagno. Le statistiche demografiche
parlano di un livello di crescita medio del 23% nell'ultimo decennio;
questo dato sale al 30% nelle aree più depresse. I programmi
governativi di controllo delle nascite non potranno avere effetto
finché non si elimineranno le condizioni alla base di
questo stato di cose. Bisogna avviare un radicale approccio educativo
delle famiglie".
Il quadro è reso più grave dal fatto che 1'85%
dei bambini delle aree depresse non frequenta la scuola o l'abbandona
precocemente: "Molti villaggi non hanno scuole. I genitori
devono far capo a scuole pubbliche lontane, o a istituti privati
per i quali non possono far fronte alle tasse di iscrizione.
Quando la scuola c'è, spesso mancano gli insegnanti. Tutti
questi disagi e difficoltà, mentre dall'altra parte sono
pressanti le richieste degli industriali di mandare i bambini
a lavorare. E' facile immaginare come finisca".
Di fronte a questo drammatico quadro, di fronte alla mancanza
di volontà politica evidente anche da parte dei partiti
della sinistra e all'ipocrisia dei religiosi, che non solo non
prendono posizione contro, ma talvolta sono conniventi con gli
imprenditori, Satiarthi si è mosso autonomamente.
Nel maggio del 1991, con l'aiuto di volontari e parte di fondi
della Comunità Internazionale, l'UNICEF e l'ILO tra i
primi, è nato il Mukti Ashram, una sorta di "campo
di transito" tra la schiavitù e il ritorno alla famiglia.
Situato a 14 miglia a Nord di Delhi, può ospitare 60 ragazzi
per i 3 mesi previsti del programma, che unisce lezioni di letteratura
("Spesso i ragazzi per la prima volta imparano a leggere
e scrivere"), educazione civica e, per chi abbia almeno
14 anni, attività pratiche di avviamento professionale.
Soprattutto si parla e li si fa parlare.
"Attraverso un dialogo informale - racconta Suman, direttrice
del centro - cerchiamo di liberarli dalla schiavitù delle
loro stesse menti". La tecnica è quella di Jesse
Jackson e del Rev. Martin Luther King Jr: "Bisogna istillar
loro l'autostima, la coscienza di sé come persone; bisogna
far loro sapere che hanno diritti civili inviolabili. E allora
li facciamo cantare, ballare, giocare e recitare". Si cerca
insomma di ricreare un equilibrio psichico in questi corpi di
bambini precocemente cresciuti: gli occhi e i sorrisi tristi,
mani spaccate dalla calce o dagli acidi, appena un accenno di
peluria sul labbro e la schiena già piegata da anni al
telaio. Dal '91 sono usciti circa 200 studenti dal Mukti Ashram.
Uno degli scopi è di formare futuri attivisti. Parla Kuman,
11 anni e un passato di 2 in officina: "Ora sappiamo della
minaccia dei rapimenti e di che cosa stia dietro a proposte di
impiego. Quando vedremo altri uomini venire nel nostro villaggio
e parlare coi nostri genitori, li butteremo nel fiume. Nessuno
deve più subire quello che abbiamo sofferto noi".
Sono mille le storie che i bambini raccontano, di separazioni
e di partenze, di stanze buie e di notti in bianco, di tappeti
tessuti, di palloni cuciti, di mattoni impastati, di campi dissodati.
Le parole ricorrenti sono la fatica, le percosse, la fame, e
ancora la voglia di cancellare tutto questo, il desiderio di
studiare, per crescere e spiegare agli altri.
Una tra tutte, ricordiamo: la storia di Ashraf. Ashraf è
il più giovane ospite dell'ashram, da poco ha compiuto
8 anni. La sua famiglia è originaria del Bihar, ma da
anni vive a Delhi. La speranza dei genitori di lasciarsi alle
spalle i propri problemi era destinata a svanire al primo impatto
con il nuovo ambiente: migliaia di famiglie prima di loro avevano
avuto la stessa delusione. Così, essi non avevano esitato
ad affidare il piccolo Ashraf a un alto personaggio del governo,
che prometteva di educarlo e avviarlo a un posto nel ministero
se solo avesse accettato di stare coi suoi bambini come compagno
di giochi. Così fu. Ashraf era partito, ma due settimane
dopo era di nuovo a casa: le mani bruciate - l'ufficiale che
lo riaccompagnava disse che era stato un incidente in cucina
-, sangue raggrumato sul volto e sulle labbra, ferite sulle braccia
e sulle gambe. E muto: Ashraf era stato minacciato tanto da non
parlare più. Era trascorso del tempo e finalmente la verità
era affiorata: malnutrito, costretto a lavori domestici pesanti,
regolarmente picchiato, alla fine era stato sorpreso bere del
latte avanzato dai bambini del suo padrone. Per punizione era
stato percosso con una sbarra incandescente e abbandonato a se
stesso.
Il medico intervenuto in ospedale per curarlo aveva fatto scattare
la denuncia. Ne era seguita un'offerta a titolo di risarcimento
(13 dollari) che la madre aveva categoricamente rifiutato, procedendo
con l'azione legale. Nel frattempo Ashraf, insieme ai suoi amici
del Mukti Ashram, a poco a poco sta cercando di dimenticare:
ha ricominciato a parlare, e la sua timidezza tra poco potrà
assomigliare a quella di ogni altro bambino del mondo. |