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UN PAESE
DI FANGO
VIAGGIO IN MALI LUNGO IL FIUME NIGER
"La
miseria è come il leone, se non la combatti ti mangia"
recita un proverbio africano. In Mali non ci sono leoni, ma la
miseria viene combattuta con grande dignità tutti i giorni.
Un viaggio in Mali è anche questo: paesaggi indimenticabili
si mischiano a pancioni gonfi di bambini malnutriti. Le magnifiche
moschee in stile sudanese costruite con cura in ogni villaggio
fanno da contraltare ai granai tristemente vuoti per le carestie
che si susseguono senza pietà.
di Fabrizio Cellai Il Mali, almeno quello del nostro
viaggio, è un paese di fango costruito con le acque marroni
del fiume Niger. Già il Niger, fonte di vita ma anche
di morte, sulle cui sponde si affacciano le popolazioni bambara,
peul, tuareg, bozo e songhai.
Iniziamo il viaggio da Bamako, la capitale, che nonostante le
case ereditate dal colonialismo francese e qualche strada asfaltata,
nella stagione delle piogge si trasforma anche lei in una città
di fango dopo ogni acquazzone. Ma nessuno ci fa caso e la città
rimane incastrata nel suo traffico metropolitano. Un traffico
dove i fuoristrada suonano ai taxi, i taxisti agli autisti dei
trasporti pubblici che a loro volta urlano ai motociclisti che
se la prendono con le biciclette alle quali non rimangono che
i poveri pedoni, stretti tra una pozza d'acqua e l'altra.
Il grande mercato che tutti i giorni si anima nel centro della
città è spettacolare, pare uno dei più belli
di tutta l'Africa occidentale. Un mercato immenso, un labirinto
dove diventa facile perdersi tra stoffe coloratissime e tessuti
indaco, perle, spezie africane e venditori di artigianato locale
che inseguono i turisti come fosse questione di vita o di morte
(talvolta lo è!). Ogni tanto, alzando lo sguardo, compaiono
come fantasmi vecchi edifici scrostati, ma ancora affascinanti
nella loro decadenza, come la stazione ferroviaria dove due volte
alla settimana approda stanco l'espresso da Dakar, Senegal, dopo
almeno 36 ore di viaggio. Bamako è tutta lì; il
resto è periferia, sempre più povera man mano che
ci si allontana dal centro.
Lasciamo la capitale in autobus, su una strada incredibilmente
asfaltata alla volta di Mopti, grande porto sul Niger verso nord-est.
Si viaggia di notte e ogni mezz'ora c'è qualche buon motivo
per fermarsi: la preghiera, la cena, il gasolio, il motore che
fa i capricci e va riparato. In tutto 12 ore di viaggio per 640
km.
Mopti, adagiata sul fiume, si trova al centro della zona più
bella del Mali: da qui si parte per visitare la città
di Djenné oppure la regione abitata dalle popolazioni
dogon. Ma Mopti è soprattutto il porto dove ci si imbarca
per risalire il Niger verso la mitica Timbuctu.
Però, prima di partire verso qualsiasi meta, vale la pena
vivere questa città frenetica che diventa un grande bazar
il giovedì, giorno di mercato, quando dai villaggi vicini
arrivano i pescatori bozo con i loro carichi di pesce essiccato
e di altre mercanzie. E' un'esplosione di colori e odori, di
voci, di sguardi e di contrattazioni che inondano la città
vecchia dominata dalla grande moschea. Piove poco da qui in su
verso nord, ma quando lo fa il cielo e la terra, le case e gli
abitanti si mischiano come inghiottiti in un enorme frullatore
assumendo lo stesso colore marrone del fango.
Bisogna partire, è ora di imbarcarsi: una pinasse (piroga
a motore) ci aspetta nel porto dove in un unico frenetico via
vai si lavano i panni sporchi, le stoviglie e le automobili,
si raccoglie la legna, ci si abbevera, uomini e animali, mentre
qualcun altro si fa il bagno.
Ci aspetta una settimana di navigazione e la cuoca che viene
con noi ci guida negli acquisti: te, marmellate, bidoni di conserve,
cipolle, sale, olio, riso e pasta. Tutte cose che non si trovano
nei villaggi lungo il fiume.
Sotto un sole che brucia la pelle iniziamo la risalita: il Niger
non cambia mai colore, ma si arrotola su se stesso come un serpente.
Si allarga, si restringe, non diventa mai profondo. Ogni tanto
dobbiamo fare attenzione alle reti gettate dai pescatori. Sulle
sponde ci salutano i bambini, le donne, i contadini che tornano
a casa con la zappa sulle spalle. Le loro figure scure ci accompagnano
fino al tramonto, quando ci fermiamo per dormire in prossimità
del grande lago Débo. In pochi minuti si montano le zanzariere
e prima di andare a dormire beviamo l'ultimo te; qui il te è
un rito che si ripete più volte nella giornata : ogni
volta 3 turni nei bicchierini di vetro, sempre più forte
e sempre più zuccherato. "Nessuno, neanche il più
povero - ci spiega Mohammed, uno dei due barcaioli - rinuncia
al te".
Sei di mattina, si riparte con le ossa un po' rotte. Attraversiamo
il grande lago e ci fermiamo solo per comprare del pesce per
il pranzo. Nel tardo pomeriggio arriviamo alla nostra prima meta:
Nyafunké, poco più di un villaggio, sede del progetto
di cooperazione tra l'Ong di Torino CISV e quella maliana dell'AMRAD.
Scopriamo ben presto di suscitare molta curiosità, in
quanto turisti interessati alla vita dei contadini dei villaggi.
Iniziamo le visite: pompe idrauliche e semplici canali di irrigazione
per strappare la terra al deserto che avanza; corsi di alfabetizzazione
rivolti alle donne; piccole casse rurali e sistemi di prestiti
a rotazione. Ma soprattutto tanto entusiasmo in questa gente
che cerca di fuggire la povertà col lavoro.
Abbiamo poco tempo e decidiamo di raggiungere Timbuktu in automobile.
Lasciamo finalmente il fango e ci gettiamo in un mare di sabbia.
Quella sabbia del deserto che ricopre la crosta dura del Sahel
e che non ha pietà per nessuno, neppure per la storia
racchiusa in ogni angolo di Timbuktu. Per rendersene conto basta
visitare la biblioteca dove sono conservati 15.000 manoscritti
antichissimi che costituiscono la più grande collezione
di tutta l'Africa. Oppure farsi raccontare da qualche guida tuareg
che nel XIV secolo la città, con le sue 180 scuole coraniche,
era il centro culturale più importante del mondo islamico,
meta principale di molti intellettuali musulmani.
Il viaggiatore che arriva a Timbuktu può rimanere deluso
dalla decadenza del posto. Ma il suo antico splendore, per chi
ha un po' di pazienza, riesce ancora a farsi strada tra le dune
di sabbia che assediano la città. E forse ha ragione il
musicista Ali Farka Toure quando dice: "Per alcuni, quando
dici Timbuktu, è come essere alla fine del mondo, ma questo
non è vero. Io sono nato a Timbuktu e posso dirvi che
noi siamo proprio nel cuore del mondo".
Torniamo a Nyafunké, dove c'è la barca, lasciandoci
alle spalle un cielo scuro che annuncia l'arrivo di una tempesta
di sabbia. Il tempo, in questa stagione delle piogge, è
variabile e ci aspetta un viaggio di ritorno spettacolare lungo
il Niger. Dalla nostra barca osserviamo il cielo cambiare colore,
con le nuvole pronte ad abbandonare il loro prezioso carico sulle
terre spaccate dal sole. Squarci d'azzurro e poi tramonti striati:
la sera l'immancabile rito del te, occasione di lunghe discussioni.
Mopti ci accoglie in una giornata di pioggia e con nelle gambe
ancora l'ondeggiare del fiume ci dirigiamo in automobile verso
quella che sta diventando la zona più turistica del Mali:
la regione dei Dogon nella falaise di Bandiagara.
I dogon sono una popolazione che fino a non molti decenni fa
non aveva mai visto un bianco in faccia e abita villaggi costruiti
ai piedi di un dirupo che ricorda la Mesa Verde degli Stati Uniti.
I dogon, cristiani, musulmani e animisti, sono famosi per la
loro arte, per le loro abitazioni con i tetti a cono, per i loro
campi coltivati tra le rocce, ma soprattutto per la loro arte
di guaritori.
Qui l'unica soluzione sembra essere quella di ingaggiare una
guida per un'escursione di un paio di giorni con zaino in spalle.
Il rischio che si corre è quello di essere guidati in
una processione turistica dove i Dogon fanno da spettatori a
questo nuova e insolita attività che è il turismo.
Per evitare spiacevoli convenienti (che a noi sono capitati),
bisognerebbe arrivare a Bandiagara sapendo già a chi rivolgersi,
essere fortunati e soprattutto non avere fretta nel visitare
i resti dei villaggi incastrati nella roccia della falaise. Un
trekking di una settimana, con lunghe soste nei villaggi a bere
birra di miglio fermentata magari insieme con il capo del villaggio:
solo così si riesce ad andare leggermente oltre i soliti
rituali con cui vengono accolti i frettolosi turisti con la macchina
fotografica sempre sul piede di guerra.
Da Bandiagara, famosa per il suo centro di medicina tradizionale,
ci dirigiamo verso la nostra ultima meta: Djennè.
E' d'obbligo andarci di lunedì, giorno di mercato, ma
è altrettanto bella negli altri giorni della settimana,
tranquilla e intrigante. Djennè è un gioiello di
fango. Situata su di un'isola nel delta del Niger, 132 km a sud
di Mopti, la città sembra costruita da quei bambini che
sulla spiaggia si divertono a erigere castelli di sabbia. Il
castello, in questo caso, è la grande moschea in stile
sudanese che troneggia nella piazza centrale. E da ormai 93 anni,
il bambino ritorna puntuale dopo la stagione delle piogge a rattoppare
il suo capolavoro perché l'acqua caduta violentemente
sulle pur solide mura ha sciolto un po' di fango.
Il giorno di mercato è dominato dalla confusione, dai
tanti turisti, dalle merci che vengono scaricate in tutte le
vie che circondano la piazza della moschea. Non bisogna fare
niente, se non gironzolare senza meta e sedersi in mezzo a tutto
questo "ambaradan" e osservare. Osservare senza fretta,
perché la fretta non è di casa in Africa. La fretta
è tipica dei "toubab" (così sono chiamati
i bianchi), smaniosi di scoprire tutto e subito.
Un autobus rattoppato e pieno come un uovo ci riporta a Bamako.
Il viaggio è bellissimo nella sua estenuante fatica. Ogni
volto dei passeggeri ha una storia, basta chiacchierare un po',
e i nostri hanno i segni di un mese di viaggio.
L'aereo decolla con ritardo perché un nubifragio si è
abbattuto sulla città. Mentre ci alziamo in volo, l'ultimo
sguardo va a quella terra che ha il colore del fango. |