VACANZE

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maggio/giugno 1999






 

UN PAESE DI FANGO
VIAGGIO IN MALI LUNGO IL FIUME NIGER
"La miseria è come il leone, se non la combatti ti mangia" recita un proverbio africano. In Mali non ci sono leoni, ma la miseria viene combattuta con grande dignità tutti i giorni.
Un viaggio in Mali è anche questo: paesaggi indimenticabili si mischiano a pancioni gonfi di bambini malnutriti. Le magnifiche moschee in stile sudanese costruite con cura in ogni villaggio fanno da contraltare ai granai tristemente vuoti per le carestie che si susseguono senza pietà.

di Fabrizio Cellai


Il Mali, almeno quello del nostro viaggio, è un paese di fango costruito con le acque marroni del fiume Niger. Già il Niger, fonte di vita ma anche di morte, sulle cui sponde si affacciano le popolazioni bambara, peul, tuareg, bozo e songhai.
Iniziamo il viaggio da Bamako, la capitale, che nonostante le case ereditate dal colonialismo francese e qualche strada asfaltata, nella stagione delle piogge si trasforma anche lei in una città di fango dopo ogni acquazzone. Ma nessuno ci fa caso e la città rimane incastrata nel suo traffico metropolitano. Un traffico dove i fuoristrada suonano ai taxi, i taxisti agli autisti dei trasporti pubblici che a loro volta urlano ai motociclisti che se la prendono con le biciclette alle quali non rimangono che i poveri pedoni, stretti tra una pozza d'acqua e l'altra.
Il grande mercato che tutti i giorni si anima nel centro della città è spettacolare, pare uno dei più belli di tutta l'Africa occidentale. Un mercato immenso, un labirinto dove diventa facile perdersi tra stoffe coloratissime e tessuti indaco, perle, spezie africane e venditori di artigianato locale che inseguono i turisti come fosse questione di vita o di morte (talvolta lo è!). Ogni tanto, alzando lo sguardo, compaiono come fantasmi vecchi edifici scrostati, ma ancora affascinanti nella loro decadenza, come la stazione ferroviaria dove due volte alla settimana approda stanco l'espresso da Dakar, Senegal, dopo almeno 36 ore di viaggio. Bamako è tutta lì; il resto è periferia, sempre più povera man mano che ci si allontana dal centro.
Lasciamo la capitale in autobus, su una strada incredibilmente asfaltata alla volta di Mopti, grande porto sul Niger verso nord-est. Si viaggia di notte e ogni mezz'ora c'è qualche buon motivo per fermarsi: la preghiera, la cena, il gasolio, il motore che fa i capricci e va riparato. In tutto 12 ore di viaggio per 640 km.
Mopti, adagiata sul fiume, si trova al centro della zona più bella del Mali: da qui si parte per visitare la città di Djenné oppure la regione abitata dalle popolazioni dogon. Ma Mopti è soprattutto il porto dove ci si imbarca per risalire il Niger verso la mitica Timbuctu.
Però, prima di partire verso qualsiasi meta, vale la pena vivere questa città frenetica che diventa un grande bazar il giovedì, giorno di mercato, quando dai villaggi vicini arrivano i pescatori bozo con i loro carichi di pesce essiccato e di altre mercanzie. E' un'esplosione di colori e odori, di voci, di sguardi e di contrattazioni che inondano la città vecchia dominata dalla grande moschea. Piove poco da qui in su verso nord, ma quando lo fa il cielo e la terra, le case e gli abitanti si mischiano come inghiottiti in un enorme frullatore assumendo lo stesso colore marrone del fango.
Bisogna partire, è ora di imbarcarsi: una pinasse (piroga a motore) ci aspetta nel porto dove in un unico frenetico via vai si lavano i panni sporchi, le stoviglie e le automobili, si raccoglie la legna, ci si abbevera, uomini e animali, mentre qualcun altro si fa il bagno.
Ci aspetta una settimana di navigazione e la cuoca che viene con noi ci guida negli acquisti: te, marmellate, bidoni di conserve, cipolle, sale, olio, riso e pasta. Tutte cose che non si trovano nei villaggi lungo il fiume.
Sotto un sole che brucia la pelle iniziamo la risalita: il Niger non cambia mai colore, ma si arrotola su se stesso come un serpente. Si allarga, si restringe, non diventa mai profondo. Ogni tanto dobbiamo fare attenzione alle reti gettate dai pescatori. Sulle sponde ci salutano i bambini, le donne, i contadini che tornano a casa con la zappa sulle spalle. Le loro figure scure ci accompagnano fino al tramonto, quando ci fermiamo per dormire in prossimità del grande lago Débo. In pochi minuti si montano le zanzariere e prima di andare a dormire beviamo l'ultimo te; qui il te è un rito che si ripete più volte nella giornata : ogni volta 3 turni nei bicchierini di vetro, sempre più forte e sempre più zuccherato. "Nessuno, neanche il più povero - ci spiega Mohammed, uno dei due barcaioli - rinuncia al te".
Sei di mattina, si riparte con le ossa un po' rotte. Attraversiamo il grande lago e ci fermiamo solo per comprare del pesce per il pranzo. Nel tardo pomeriggio arriviamo alla nostra prima meta: Nyafunké, poco più di un villaggio, sede del progetto di cooperazione tra l'Ong di Torino CISV e quella maliana dell'AMRAD.
Scopriamo ben presto di suscitare molta curiosità, in quanto turisti interessati alla vita dei contadini dei villaggi. Iniziamo le visite: pompe idrauliche e semplici canali di irrigazione per strappare la terra al deserto che avanza; corsi di alfabetizzazione rivolti alle donne; piccole casse rurali e sistemi di prestiti a rotazione. Ma soprattutto tanto entusiasmo in questa gente che cerca di fuggire la povertà col lavoro.
Abbiamo poco tempo e decidiamo di raggiungere Timbuktu in automobile. Lasciamo finalmente il fango e ci gettiamo in un mare di sabbia. Quella sabbia del deserto che ricopre la crosta dura del Sahel e che non ha pietà per nessuno, neppure per la storia racchiusa in ogni angolo di Timbuktu. Per rendersene conto basta visitare la biblioteca dove sono conservati 15.000 manoscritti antichissimi che costituiscono la più grande collezione di tutta l'Africa. Oppure farsi raccontare da qualche guida tuareg che nel XIV secolo la città, con le sue 180 scuole coraniche, era il centro culturale più importante del mondo islamico, meta principale di molti intellettuali musulmani.
Il viaggiatore che arriva a Timbuktu può rimanere deluso dalla decadenza del posto. Ma il suo antico splendore, per chi ha un po' di pazienza, riesce ancora a farsi strada tra le dune di sabbia che assediano la città. E forse ha ragione il musicista Ali Farka Toure quando dice: "Per alcuni, quando dici Timbuktu, è come essere alla fine del mondo, ma questo non è vero. Io sono nato a Timbuktu e posso dirvi che noi siamo proprio nel cuore del mondo".
Torniamo a Nyafunké, dove c'è la barca, lasciandoci alle spalle un cielo scuro che annuncia l'arrivo di una tempesta di sabbia. Il tempo, in questa stagione delle piogge, è variabile e ci aspetta un viaggio di ritorno spettacolare lungo il Niger. Dalla nostra barca osserviamo il cielo cambiare colore, con le nuvole pronte ad abbandonare il loro prezioso carico sulle terre spaccate dal sole. Squarci d'azzurro e poi tramonti striati: la sera l'immancabile rito del te, occasione di lunghe discussioni.
Mopti ci accoglie in una giornata di pioggia e con nelle gambe ancora l'ondeggiare del fiume ci dirigiamo in automobile verso quella che sta diventando la zona più turistica del Mali: la regione dei Dogon nella falaise di Bandiagara.
I dogon sono una popolazione che fino a non molti decenni fa non aveva mai visto un bianco in faccia e abita villaggi costruiti ai piedi di un dirupo che ricorda la Mesa Verde degli Stati Uniti. I dogon, cristiani, musulmani e animisti, sono famosi per la loro arte, per le loro abitazioni con i tetti a cono, per i loro campi coltivati tra le rocce, ma soprattutto per la loro arte di guaritori.
Qui l'unica soluzione sembra essere quella di ingaggiare una guida per un'escursione di un paio di giorni con zaino in spalle. Il rischio che si corre è quello di essere guidati in una processione turistica dove i Dogon fanno da spettatori a questo nuova e insolita attività che è il turismo. Per evitare spiacevoli convenienti (che a noi sono capitati), bisognerebbe arrivare a Bandiagara sapendo già a chi rivolgersi, essere fortunati e soprattutto non avere fretta nel visitare i resti dei villaggi incastrati nella roccia della falaise. Un trekking di una settimana, con lunghe soste nei villaggi a bere birra di miglio fermentata magari insieme con il capo del villaggio: solo così si riesce ad andare leggermente oltre i soliti rituali con cui vengono accolti i frettolosi turisti con la macchina fotografica sempre sul piede di guerra.
Da Bandiagara, famosa per il suo centro di medicina tradizionale, ci dirigiamo verso la nostra ultima meta: Djennè.
E' d'obbligo andarci di lunedì, giorno di mercato, ma è altrettanto bella negli altri giorni della settimana, tranquilla e intrigante. Djennè è un gioiello di fango. Situata su di un'isola nel delta del Niger, 132 km a sud di Mopti, la città sembra costruita da quei bambini che sulla spiaggia si divertono a erigere castelli di sabbia. Il castello, in questo caso, è la grande moschea in stile sudanese che troneggia nella piazza centrale. E da ormai 93 anni, il bambino ritorna puntuale dopo la stagione delle piogge a rattoppare il suo capolavoro perché l'acqua caduta violentemente sulle pur solide mura ha sciolto un po' di fango.
Il giorno di mercato è dominato dalla confusione, dai tanti turisti, dalle merci che vengono scaricate in tutte le vie che circondano la piazza della moschea. Non bisogna fare niente, se non gironzolare senza meta e sedersi in mezzo a tutto questo "ambaradan" e osservare. Osservare senza fretta, perché la fretta non è di casa in Africa. La fretta è tipica dei "toubab" (così sono chiamati i bianchi), smaniosi di scoprire tutto e subito.
Un autobus rattoppato e pieno come un uovo ci riporta a Bamako. Il viaggio è bellissimo nella sua estenuante fatica. Ogni volto dei passeggeri ha una storia, basta chiacchierare un po', e i nostri hanno i segni di un mese di viaggio.
L'aereo decolla con ritardo perché un nubifragio si è abbattuto sulla città. Mentre ci alziamo in volo, l'ultimo sguardo va a quella terra che ha il colore del fango.


 

GUIDA AL VIAGGIO
Quando andare: da novembre a febbraio, quando il clima è fresco (per modo di dire) e secco si evitano le piogge e le folle di turisti, ma non il vento dell'harmattan che soffia dal Sahara. Ogni stagione ha il suo fascino e i suoi rischi: quella delle piogge, che va da giugno a ottobre, è adatta per chi ama fotografare, ma non per le vie di comunicazione che spesso spariscono sotto gli strati di fango.
Burocrazia: per i cittadini italiani è obbligatorio il visto che va fatto al consolato generale di Parigi. Oltre al passaporto, sono necessari il certificato di vaccinazione internazionale contro la febbre gialla e per chi viaggia in auto, un carnet de passage en douane (rilasciato dalle sedi principali dell'ACI). Può capitare che in alcune città del Mali venga richiesta la registrazione presso la stazione cittadina di polizia: se non costa, è meglio farla, altrimenti si può far finta di cadere dalle nuvole; non succede nulla di grave come qualcuno potrebbe farvi credere.
Sanità: vaccino contro la malaria (Lariam), la febbre gialla, il tifo e un po' di fortuna. Una piccola farmacia nello zaino può rivelarsi molto utile contro la solita diarrea del viaggiatore e altre infezioni virali che lasciano il segno.
Musica: la colonna sonora del Mali contemporaneo è Ali Farka Toure, musicista che ha saputo fondere le tradizioni della musica africana col blues. "Talking Timbuctu", dove suona anche Ry Cooder, è il suo disco più famoso. Se capitate a Nyafunké, chiedete di lui: può scapparci una chiacchierata in amicizia. Da ascoltare anche Salif Keita, più occidentalizzato.
Cibo: riso con pesce, riso con carne, riso con verdure. Riso, tanto riso nella dieta dei maliani. Si mangia con le mani (non nei ristoranti), evitando di usare la sinistra che serve per altri scopi.
Muoversi: le principali città del Mali sono collegate con voli di linea. Dipende dai punti di vista, ma è più interessante spostarsi con mezzi più economici: i "7 place", taxi che partono con 7 passeggeri, abbastanza veloci e non troppo cari; i taxi brousse, più spartani ed economici anche se lenti negli spostamenti, i bus, sui tratti di strada asfaltati; le pinasse sul fiume Niger; i fuoristrada per attraversare il deserto, indispensabili nella stagione delle piogge.
Dormire: si trova facilmente, a prezzi economici, purché non si pretenda sempre l'acqua corrente nella doccia. Una zanzariera è indispensabile.
Sport: un pallone nello zaino non dovrebbe mai mancare: tutti i ragazzi giocano a calcio ovunque capiti ed è un buon metodo per stringere amicizie. Se si ha fortuna si possono fare anche due tiri a basket
Contrattempi: non è mai bello generalizzare quando si parla di un paese o di una popolazione. C'è da dire che, in base alla nostra esperienza, bisogna fare attenzione ai furfanti, a chi cerca il colpo nei confronti dei bianchi pieni di soldi. E' meglio diffidare prima di pagare il supplemento per i bagagli, oppure prima di mettersi nelle mani di una guida turistica.
Le moschee: "Salam aleikum" fratello musulmano. Circa il 75% della popolazione segue i dettami di Allah e si riunisce nelle e splendide moschee di fango in stile sudanese, vero simbolo del Paese. Nei villaggi sono presenti ancora molti riti animisti.
Un consiglio: se si ha tempo, un'esperienza indimenticabile è il viaggio a bordo dell'espresso che collega Bamako con la capitale del Senegal, Dakar. Il viaggio è lungo, faticoso, irregolare.
Cosa leggere prima, durante e dopo:
Aime Marco, "Taxi brousse", Stampa alternativa 1997. I racconti di un antropologo sulle strade dell'Africa occidentale.
Celati Gianni, "Avventure in Africa", Feltrinelli 1998. Le immagini di un'Africa vista attraverso gli occhi dell'Occidente.
Coppo Piero, "Guaritori di follia. Storie dell'altopiano Dogon", Bollati Boringhieri. Un medico che racconta le popolazioni dogon attraverso l'esperienza del Centro di Medicina Tradizionale da lui fondato in Mali.
Guide: Lonely Planet, tradotta dalla torinese Edt, è utile come la "Guide du routard" sull'Africa occidentale. Ogni tanto, però, è meglio dimenticarle nello zaino e lasciarsi guidare dall'istinto.
La cartina del Mali dell'Institut Geografique National (scala 1:2.000.000) può servire, ma non è indispensabile.

SOMMARIO DI QUESTO NUMERO




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