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Le
tre leggi della robotica secondo Isaac Asimov |
1. A un robot non è
permesso recare danno a un essere umano né, attraverso
l'inazione, lasciare che un essere umano subisca danno.
2. Un robot deve obbedire agli ordini che gli vengono
dati dagli esseri umani, a meno che tali ordini non siano in
conflitto con la Prima Legge.
3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, a meno
che tale protezione non entri in conflitto con la Prima o la
Seconda Legge. |
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LA LUNGA
VIA AI "DIRITTI ARTIFICIALI"
Per quanto
perfetto, un robot senza diritti non sarebbe che uno schiavo
meccanico. La fantascienza ha già esaminato il problema.
Nel nuovo millennio, forse, anche la legge e la filosofia dovranno
risolverlo. Immaginate un robot. Con il massimo sforzo, una fantasia
normale può arrivare a pensare ad un essere dalla forma
umanoide, che si sposta con movimenti un po' bruschi, che dà
risposte troppo precise ed ubbidisce ai nostri comandi. Insomma,
la replica meccanica di uno schiavo.
di Marco Trucco
Che succederebbe se invece questo robot progredisse fino al punto
da chiedere dei diritti? La proprietà, ad esempio. Oppure
la libertà. Come potremmo negarla, se un robot fosse davvero
in grado di pensare, di effettuare delle scelte autonome, pur
dettate da modelli matematici di infinita complessità?
E come potremmo, d'altro canto, accettare di dividere il mondo
alla pari con degli "esseri" inorganici?
La legge, la giurisprudenza e la dottrina hanno problemi ben
più attuali a cui pensare. E c'è quindi da capirlo
se su questi temi non si sia scritto molto.
Ma ad immaginare come un robot possa riuscire ad ottenere i diritti
"umani" ci ha pensato Isaac Asimov. Tutto comincia
con le celebri "Tre leggi della Robotica", i comandamenti
che il grande romanziere propose "affinché vengano
inseriti alla base di ogni cervello artificiale". Ed è
in un racconto del 1976, "The Bicentennial Man", che
si narra la storia di Andrew, un esemplare di robot particolarmente
creativo e indipendente che comincia ad acquisire una sempre
migliore coscienza di sé. E vuole una cosa: diventare
libero. Dopo una estenuante battaglia legale la Corte acconsente,
con questa motivazione: "Non abbiamo il diritto di negare
la libertà ad un oggetto dotato di una mentalità
così progredita da comprendere il concetto e da desiderarne
la condizione".
Ma ad Andrew questo non basta ancora. Il passo successivo è
quello di essere considerato uomo a tutti gli effetti. Per far
questo inventa protesi organiche, si perfeziona pezzo per pezzo,
finché di metallico non gli resta che il cervello. I suoi
avvocati riescono a dimostrare che ha più parti organiche
lui che una persona a cui siano stati impiantati arti artificiali.
E dato che l'uomo è mortale, anche Andrew si installa
una batteria progettata in modo che si spenga al compimento del
suo duecentesimo anno. Ed è con questo gesto, "un
sacrificio troppo sublime per essere ignorato", che Andrew
conquisterà il diritto di essere chiamato uomo. In ballo
la giurisprudenza, la filosofia e la tecnica.
Fin qui la fantascienza (e chi ha dimenticato l'ultima scena
di "Blade Runner" in cui Harrison Ford si chiede se
davvero i robot non siano diventati più umani di quelli
in carne ed ossa?). La legge attuale invece si trincera dietro
il dogma che solo l'uomo è titolare di diritti soggettivi
(art.2 Cost., e Conv.dir. uomo recepita con L.848/55), e questo
è uno dei pochi relitti rimasti della tradizione dottrinaria
del "diritto naturale". Ed è ovvio che questo
pilastro non vacillerà almeno finché l'intelligenza
artificiale non avrà raggiunto un livello di autonomia
elevatissimo e si sia costituita una comunità. Due dei
requisiti necessari, a ben vedere, perché si possa parlare
di una nazione (un terzo è il territorio). L'autonomia
si potrà esprimere, ad esempio, proprio nella capacità
di codificare delle leggi. Cosa che la Corte di Cassazione in
un congresso a Roma nel 1988 è giunta addirittura ad auspicare.
Però in un altro senso, cioè un "diritto artificiale"
creato per gli uomini applicando i principi della cibernetica.
Ma comunque, per ora l'ostacolo più grosso allo sviluppo
del diritto per l'intelligenza artificiale resta il concetto
di "vita", che la legge interpreta a volte molto restrittivamente
(ad es. la vita animale non è protetta), altre volte latamente
(i diritti del nascituro). Toccherà allora alla scienza
ed all'etica risolvere il nodo. Per il momento anche la filosofia
del diritto più progressista, quella che qualificherebbe
senz'altro come persone i due simpatici robot di "Guerre
Stellari" (P.M.Churchland, "The Nature of Mind",
Mit press, p.34), deve riconoscere che ad oggi mancano i presupposti
per un discorso del genere. Nemmeno i computer più possenti
hanno ancora dato il minimo segno di intenzionalità. Possono
dare risposte corrette sintatticamente, ma senza alcuna semantica:
sono solo manipolazioni di simboli (J.Searle, Minds, Brains and
Programs p.442). Quando questo cambierà, magari, potrà
iniziare la sfida più interessante del prossimo millennio. |