Speciale - INTELLIGENZA ARTIFICIALE

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maggio/giugno 1999

 

 

 

 

 

 


Le tre leggi della robotica secondo Isaac Asimov
1. A un robot non è permesso recare danno a un essere umano né, attraverso l'inazione, lasciare che un essere umano subisca danno.

2. Un robot deve obbedire agli ordini che gli vengono dati dagli esseri umani, a meno che tali ordini non siano in conflitto con la Prima Legge.

3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, a meno che tale protezione non entri in conflitto con la Prima o la Seconda Legge.

 

LA LUNGA VIA AI "DIRITTI ARTIFICIALI"
Per quanto perfetto, un robot senza diritti non sarebbe che uno schiavo meccanico. La fantascienza ha già esaminato il problema. Nel nuovo millennio, forse, anche la legge e la filosofia dovranno risolverlo. Immaginate un robot. Con il massimo sforzo, una fantasia normale può arrivare a pensare ad un essere dalla forma umanoide, che si sposta con movimenti un po' bruschi, che dà risposte troppo precise ed ubbidisce ai nostri comandi. Insomma, la replica meccanica di uno schiavo.

di Marco Trucco



Che succederebbe se invece questo robot progredisse fino al punto da chiedere dei diritti? La proprietà, ad esempio. Oppure la libertà. Come potremmo negarla, se un robot fosse davvero in grado di pensare, di effettuare delle scelte autonome, pur dettate da modelli matematici di infinita complessità? E come potremmo, d'altro canto, accettare di dividere il mondo alla pari con degli "esseri" inorganici?
La legge, la giurisprudenza e la dottrina hanno problemi ben più attuali a cui pensare. E c'è quindi da capirlo se su questi temi non si sia scritto molto.
Ma ad immaginare come un robot possa riuscire ad ottenere i diritti "umani" ci ha pensato Isaac Asimov. Tutto comincia con le celebri "Tre leggi della Robotica", i comandamenti che il grande romanziere propose "affinché vengano inseriti alla base di ogni cervello artificiale". Ed è in un racconto del 1976, "The Bicentennial Man", che si narra la storia di Andrew, un esemplare di robot particolarmente creativo e indipendente che comincia ad acquisire una sempre migliore coscienza di sé. E vuole una cosa: diventare libero. Dopo una estenuante battaglia legale la Corte acconsente, con questa motivazione: "Non abbiamo il diritto di negare la libertà ad un oggetto dotato di una mentalità così progredita da comprendere il concetto e da desiderarne la condizione".
Ma ad Andrew questo non basta ancora. Il passo successivo è quello di essere considerato uomo a tutti gli effetti. Per far questo inventa protesi organiche, si perfeziona pezzo per pezzo, finché di metallico non gli resta che il cervello. I suoi avvocati riescono a dimostrare che ha più parti organiche lui che una persona a cui siano stati impiantati arti artificiali. E dato che l'uomo è mortale, anche Andrew si installa una batteria progettata in modo che si spenga al compimento del suo duecentesimo anno. Ed è con questo gesto, "un sacrificio troppo sublime per essere ignorato", che Andrew conquisterà il diritto di essere chiamato uomo. In ballo la giurisprudenza, la filosofia e la tecnica.
Fin qui la fantascienza (e chi ha dimenticato l'ultima scena di "Blade Runner" in cui Harrison Ford si chiede se davvero i robot non siano diventati più umani di quelli in carne ed ossa?). La legge attuale invece si trincera dietro il dogma che solo l'uomo è titolare di diritti soggettivi (art.2 Cost., e Conv.dir. uomo recepita con L.848/55), e questo è uno dei pochi relitti rimasti della tradizione dottrinaria del "diritto naturale". Ed è ovvio che questo pilastro non vacillerà almeno finché l'intelligenza artificiale non avrà raggiunto un livello di autonomia elevatissimo e si sia costituita una comunità. Due dei requisiti necessari, a ben vedere, perché si possa parlare di una nazione (un terzo è il territorio). L'autonomia si potrà esprimere, ad esempio, proprio nella capacità di codificare delle leggi. Cosa che la Corte di Cassazione in un congresso a Roma nel 1988 è giunta addirittura ad auspicare. Però in un altro senso, cioè un "diritto artificiale" creato per gli uomini applicando i principi della cibernetica. Ma comunque, per ora l'ostacolo più grosso allo sviluppo del diritto per l'intelligenza artificiale resta il concetto di "vita", che la legge interpreta a volte molto restrittivamente (ad es. la vita animale non è protetta), altre volte latamente (i diritti del nascituro). Toccherà allora alla scienza ed all'etica risolvere il nodo. Per il momento anche la filosofia del diritto più progressista, quella che qualificherebbe senz'altro come persone i due simpatici robot di "Guerre Stellari" (P.M.Churchland, "The Nature of Mind", Mit press, p.34), deve riconoscere che ad oggi mancano i presupposti per un discorso del genere. Nemmeno i computer più possenti hanno ancora dato il minimo segno di intenzionalità. Possono dare risposte corrette sintatticamente, ma senza alcuna semantica: sono solo manipolazioni di simboli (J.Searle, Minds, Brains and Programs p.442). Quando questo cambierà, magari, potrà iniziare la sfida più interessante del prossimo millennio.

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