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RECENSIONI
Luca Ragagnin
Fabbriche Lumière
Bompiani, L. 12.000
Dopo L'angelo impara a cadere
(Crocetti) e Piccoli crolli sinfonici (Scheiwiller), in questa
sua ultima raccolta di poesie, Luca Ragagnin usa la poesia per
parlare del cinema. Un cinema in cui la pellicola affastella
convulsamente film nel primo tempo, per abbandonare l'occhio
dello spettatore nel secondo, dopo il cinegiornale, quando ci
si è ormai abituati alle immagini e si può provare
a costruire un film e le sue scene. Ma tra la pellicola e la
sua proiezione sullo schermo sta la poesia, stanno le Fabbriche
Lumière, in cui il globo oculare dello spettatore diventa
oggetto del Rotorilievo,/[...l/ messo a increspare/ le acque/
invalicabili/ dell'iride/ che fissa/gli soggiace/ ipnotizzata.
Attraverso la poesia allora il film nasce; parla di sé;
si può persino tentare con la sua finzione un dialogo,
e durante 2001 Odissea nello spazio gridare Hal, lasciaci un
margine minuscolo/ di arbitrio, un grammo di cometa, un quasi/
niente...
Un arbitrio in cui l'assoluto della pellicola confezionata nelle
Fabbriche si moltiplica, disintegrandosi nelle molteplici sensazioni,
riflessioni, ricordi che si assiepano riordinandosi: chi oltrepassa
davvero se stesso/non creda di giungere al culmine magnifico
di un qualche boato/di luce. Spesso è solo un rantolo/
di cose opache, di oggetti... E' detto in L'angelo sterminatore.
Una canzone continua che s'insinua nei film come una didascalia,
e si ricrea divenendo altro da sé, per esplodere sul finire
del primo tempo nel caleidoscopio dei Trentadue piccoli film
su Glenn Gould, avvinghiati ad una metrica stringata e battente.
Poi il cinegiornale placa il vortice delle parole, scende tra
il pubblico e lo porta con sé poiché chi presta
il fianco/ pur che sia: vuole un marchio dell'altrove/per non
sentirsi un sopravvissuto/unico e sovraffollato, un numero. E
prelude alla nuova pellicola, non rivelata ancora, delle Fabbriche
Lumière vere e proprie in cui la poesia abbandona la terza
persona e l'io diventa protagonista del palcoscenico che è
il mondo, l'esistenza in cui proiettiamo in simultanea/ queste
nostre solitudini imperfette,/ ammansendo l'eterno latrato/ [...]/
fino a quando qualcuno ci ferma/su ciò che credemmo fermamente
di toccare-/ la parola.
Massimo Bonato
Laura Curino, Gabriele Vacis
Olivetti Camillo: alle radici di un sogno
Baldini&Castoldi, L. 20.000
Il piccolo grande sogno
di cui si parla in questo volumetto è quello di Camillo
Olivetti, l'uomo che nel 1908 fondò la fabbrica omonima
di macchine da scrivere. In un centinaio di pagine affettuose
e a tratti anche molto divertenti, corredate da un'appendice
fotografica e da un'accurata biografia storica che va dal 1868
al 1943, Laura Curino e Gabriele Vacis (rispettivamente interprete
e regista dello spettacolo omonimo andato in scena due inverni
fa al Teatro Garybaldi di Settimo) ci conducono attraverso la
vita di due personaggi formidabili per la storia industriale
e culturale del nostro paese. Sono l'intrepido Camillo e suo
figlio Adriano, ancora giovane sognatore tenace, affiancati dalle
figure fondamentali delle loro donne.
La storia comincia dalla alla fine dell'800, periodo di grandi
fermenti e iniziative nei più svariati settori e attraversa
le due guerre narrando la nascita e l'evoluzione di una delle
maggiori realtà industriali del nostro secolo. La "Lettera
22" conquisterà persino l'America, diventando opera
d'arte contemporanea e venendo ammessa con tutti gli onori al
Museum of of Modern Art di New York.
L'epilogo della storia coincide con la morte di Camillo Olivetti
avvenuta nel 1943, ma il seguito, sui successi dell'intrepido
Adriano, è già in preparazione.
Francesca Modica
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