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QUINTO:
NON AMMAZZARE
di Aldo Ferrari Pozzato Non vi è dubbio che anche i più convinti
sostenitori della pena di morte sappiano che la stragrande maggioranza
delle esecuzioni capitali sono espressione della lotta politica
e strumento di oppressione e si accompagnano ad ogni sorta di
tortura e sevizie.
Spero che convengano sul fatto che è necessario operare
in ogni modo per impedire il perpetrarsi di simili atrocità.
In tutti questi casi è sicuramente fuori luogo parlarne
come di esercizio di una legittima sanzione.
Nella nostra cultura lunica deroga ammessa al divieto di
uccidere è nel caso in cui ci si trovi nella necessità
di difendere la propria o altrui vita e non vi siano altre possibilità
di fermare laggressore.
Per questo luso della morte come legittima sanzione genera
comunque dubbi, perché nel momento in cui la condanna
viene eseguita la vittima è sicuramente inerme.
Certo alle volte i crimini di cui si è macchiata sono
agghiaccianti, ma uno Stato davvero forte dovrebbe avere mezzi
di contenzione sufficienti a garantire se non altro la custodia
dei criminali, anche a tempo indeterminato. Da questo punto di
vista la pena di morte è una dimostrazione di debolezza
e non di forza.
Diventa addirittura paradossale quando viene comminata a distanza
di anni, allinterno di un sistema carcerario che ha tra
i suoi compiti la riabilitazione dei reclusi.
Se il sistema funziona, quando il condannato viene soppresso
sarebbe ormai in grado di essere di nuovo reintegrato in qualche
modo nella società e non più una minaccia.
Che Stato è quello che prima profonde energie e risorse
a rieducare i suoi membri peggiori (ma sono proprio i peggiori?)
e poi li elimina?
Un esempio eclatante è il caso della donna giustiziata
qualche mese fa negli Stati Uniti.
Non ultimo vi è il dovere per la società nel suo
complesso di conservare speranza e fiducia nel valore della vita,
di tutte le vite.
Anche quando questo valore sia negato da singoli o da gruppi
attraverso crimini efferati o senza senso.
Però a volte succede che si dia molto più risalto
alla morte di un serial killer bruciato sulla sedia elettrica
che al genocidio di intere popolazioni.
Si può avere la sensazione che la morte venga o spettacolarizzata
o rinchiusa in recinti, in ogni caso allontanata. Come se, a
differenza di altre epoche, non vi fosse una meditazione comune
e una educazione alla morte, che dovrebbe essere il necessario
complemento di una corretta educazione alla vita.
Non cè nessun bisogno di andare altrove.
Quanta morte vi è nellaria che respiriamo, nelle
sostanze che ingeriamo, nelle cure e negli affetti che ci vengono
negati, nei diritti conculcati, nelle relazioni a volte avvelenate
che instauriamo coi nostri simili, nella cultura (più
in senso virale che vitale) che contribuiamo ad alimentare?
E più ci nascondiamo la morte, più rendiamo peggiore
la vita. |