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maggio/giugno 1998

 

QUINTO: NON AMMAZZARE

di Aldo Ferrari Pozzato


Non vi è dubbio che anche i più convinti sostenitori della pena di morte sappiano che la stragrande maggioranza delle esecuzioni capitali sono espressione della lotta politica e strumento di oppressione e si accompagnano ad ogni sorta di tortura e sevizie.
Spero che convengano sul fatto che è necessario operare in ogni modo per impedire il perpetrarsi di simili atrocità.
In tutti questi casi è sicuramente fuori luogo parlarne come di esercizio di una legittima sanzione.
Nella nostra cultura l’unica deroga ammessa al divieto di uccidere è nel caso in cui ci si trovi nella necessità di difendere la propria o altrui vita e non vi siano altre possibilità di fermare l’aggressore.
Per questo l’uso della morte come legittima sanzione genera comunque dubbi, perché nel momento in cui la condanna viene eseguita la vittima è sicuramente inerme.
Certo alle volte i crimini di cui si è macchiata sono agghiaccianti, ma uno Stato davvero forte dovrebbe avere mezzi di contenzione sufficienti a garantire se non altro la custodia dei criminali, anche a tempo indeterminato. Da questo punto di vista la pena di morte è una dimostrazione di debolezza e non di forza.
Diventa addirittura paradossale quando viene comminata a distanza di anni, all’interno di un sistema carcerario che ha tra i suoi compiti la riabilitazione dei reclusi.
Se il sistema funziona, quando il condannato viene soppresso sarebbe ormai in grado di essere di nuovo reintegrato in qualche modo nella società e non più una minaccia.
Che Stato è quello che prima profonde energie e risorse a rieducare i suoi membri peggiori (ma sono proprio i peggiori?) e poi li elimina?
Un esempio eclatante è il caso della donna giustiziata qualche mese fa negli Stati Uniti.
Non ultimo vi è il dovere per la società nel suo complesso di conservare speranza e fiducia nel valore della vita, di tutte le vite.
Anche quando questo valore sia negato da singoli o da gruppi attraverso crimini efferati o senza senso.
Però a volte succede che si dia molto più risalto alla morte di un serial killer bruciato sulla sedia elettrica che al genocidio di intere popolazioni.
Si può avere la sensazione che la morte venga o spettacolarizzata o rinchiusa in recinti, in ogni caso allontanata. Come se, a differenza di altre epoche, non vi fosse una meditazione comune e una educazione alla morte, che dovrebbe essere il necessario complemento di una corretta educazione alla vita.
Non c’è nessun bisogno di andare altrove.
Quanta morte vi è nell’aria che respiriamo, nelle sostanze che ingeriamo, nelle cure e negli affetti che ci vengono negati, nei diritti conculcati, nelle relazioni a volte avvelenate che instauriamo coi nostri simili, nella cultura (più in senso virale che vitale) che contribuiamo ad alimentare?
E più ci nascondiamo la morte, più rendiamo peggiore la vita.

SOMMARIO DI QUESTO NUMERO




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