PROFESSIONI

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maggio/giugno 1998

 

 

 

LE SCUOLE

Istituto Prof. Ind. Vigliardi Paravia
Via del Carmine 14, 10122 Torino, tel. 436.11.66 fax 436.55.22
- operatore fotografico (3 anni9
- operatore dell’industria grafica (3 anni)
- tecnico della produzione dell’immagine fotografica (5 anni)
- tecnico dell’industria grafica (5 anni)

Istituto. Prof. Albe Steiner
Lungo Dora Napoli 25, 10158 Torino, tel. 431.08.72
sede distaccata: Via Monginevro 291, Torino, tel. 011/770.75.04
- operatore grafico-pubblicitario (3 anni)
- tecnico della grafica pubblicitaria (5 anni)

Istituto Prof. F. Balbis
Via Assarotti 12, 10122 Torino, tel. 53.95.78 fax 562.55.47
- disegnatore pubblicitario (3 anni)
- fotografo (3 anni)
- fotolitografo (3 anni)

Istituto Tecnico Ind. Bodoni
Via Ponchielli 56, 10154 Torino, tel. 248.17.11 fax 248.54.31
- perito arti grafiche (5 anni)
- perito arti fotografiche (5 anni)

PROFESSIONISTI DELL'IMMAGINE

di Paolo Bricco


Diventare fotografi presenti là dove si consumano svolte storiche o dove avvengono più modesti fatti di cronaca, proprio come molti film americani ci hanno mostrato. Oppure, entrare in un giornale da uno degli ingressi principali, quello della sezione grafici, che nelle redazioni sta assumendo un peso sempre crescente, perché il “prodotto giornale” va confezionato assicurando ad esso un’immagine che gli permetta di distinguersi dalle pubblicazioni concorrenti. Infine, lavorare in uno dei settori dell’econmia italiana che, sinora, non ha conosciuto tempi di vacche magre. E’ la pubblicità, il cui fatturato cresce di anno in anno, come un rullo compressore. Dai primi anni Ottanta, infatti, il suo aumento annuale non è mai sceso sotto il 5%. E, secondo le recenti dichiarazioni di Giulio Malgara, l’attuale presidente dell’UPA (Utenti pubblicitari associati) unanimemente considerato il “grande vecchio” della pubblicità italiana, nei prossimi tempi la comunicazione pubblicitaria si farà avanti in quei mass media che ancora non ne sono stati colonizzati, come le radio, e perfino nella rete di Internet. A questo proposito, non dimentichiamo il ruolo assunto dalla pubblicità nella carta stampata: gli introiti che essa procura agli editori italiani salvano i bilanci delle loro creature di carta.

Tre professioni oggi sotto i riflettori e, di conseguenza, ambite dai più giovani, che però si rivelano contraddistinte da chiaroscuri assai stridenti. Infatti, le scuole superiori che formano i futuri professionisti sono numerose e, solitamente, garantiscono una discreta preparazione teorica di base. Però, il cosiddetto “impatto con il mercato” per chi si è da poco diplomato è sovente duro. La pubblicità e i mass media rappresentano due spazi della nostra economia che sono, ormai, di fatto ampiamente deregolamentati. Il che, detto in soldoni, significa una concorrenza numerosa, quindi asfissiante, per chi partecipa alla gara; inoltre, nessuna garanzia e scarsissima tutela sindacale. Insomma, il coltello dalla parte del manico non è in mano a chi è alle prime armi. Peccato che, sotto certi punti di vista, non sia tanto diverso neppure per chi ha già alle spalle anni di carriera.
Sì, perché è quasi un’impresa strappare un contratto che dia certezze economiche, tanto meno prima di una gavetta lunga, faticosa e, sovente, poco remunerativa. Certo, chi ce la fa, pur navigando a vista ogni giorno, può ottenere discreti trattamenti economici e, soprattutto, ha la fortuna di lavorare in un ambiente “creativo” e ancora poco irrigimentato, in cui i talenti del singolo possono magari emergere ed essere valorizzati più che in una grande azienda, dove irrimediabilmente la necessaria gerarchia organizzativa si tramuta anche in una struttura burocratizzata e poco propensa ad accorgersi delle qualità individuali che, eventualmente, escano un poco “fuori dagli schemi”.

Uno che ce l’ha fatta è Polo Siccardi. Trentasei anni, studi al Balbis di Torino, si è buttato a capofitto nel lavoro di fotoreporter a diciotto anni, appena diplomato. Oggi collabora con Panorama, Espresso, La Repubblica, La Stampa. Talvolta, riesce a vedere le sue immagini pubblicate su riviste internazionali come Newsweek e Time. “Questo perché ho scelto un settore, gli esteri, e mi ci sono specializzato”, spiega Siccardi, che è appena tornato dall’Iraq.
“All’inizio”, dice, “mi sono fatto le ossa con la cronaca. Era la stagione dei processi torinesi alle Brigate Rosse”. Una decina di anni fa, la scelta di dedicarsi agli avvenimenti internazionali, senza trascurare i reportage a sfondo sociale.
Quindi, potrebbbe essere lui la persona giusta per spiegare dall’interno i meccanismi che muovono il mondo dei fotoreporter.
“Vedi, la cosa è insieme semplice e complessa”, afferma. “Si tratta di costruire una ragnatela di conoscenze dentro le grandi agenzie fotografiche e le redazioni giornalistiche. Rapporti basati sulla fiducia che gli altri ripongono nella tua capacità di andare su un posto e di fare un buon lavoro. Quando sei novellino, ti appoggi ad una garnde agenzia che ti fornisce i contatti e a cui passi le foto. Naturalmente, ti spremono perché sono loro a trattare con i giornali e, quindi, tu ricevi una parte minima di ciò che loro incassano per le tue foto. Poi, quando ti sei fatto un nome e sai a chi rivolgerti direttamente, allora sei contattato senza altre intermediazioni dai giornali, oppure avanzi proposte a direttori, capiredattori, artdirector, photoeditor. Insomma, a chiunque possa essere interessato al tuo progetto”.
“Come ti organizzi?”, chiedo. “Beh, se c’è la notizia come nel caso del conflito Stati Uniti-Iraq, con le incognite del bombardamento o della riuscita della missione diplomatica ONU di Kofi Annan, ti precipiti sul posto e comunque le tue foto sono appetibili. Invece, in un momento privo di notizie calde, prepari un progetto e vai a parlarne con chi di dovere”.
“Quali sono le differenze fra ieri e oggi, nel tuo lavoro?”, domando. “Certo, posso dirti che prima guadagnavo di più. Se un servizio dall’estero sei o sette anni fa te lo pagavano cinque milioni, ora te ne danno la metà. Questo perché la stampa attraversa un momento di crisi generale. Addirittura, è sempre più difficile ottenere gli anticipi per la copertura delle spese di viaggio. Quindi, pur essendo a un buon livello, come libero professionista non ce la si passa benissimo economicamente”.
“E farsi assumere da qualche agenzia o giornale?”, domando con una punta di ingenuità. “No, guarda saranno quindici anni che nessuno viene più assunto. Perché il peso che le aziende dovrebbero sostenere per pagarti lo stipendio e i contributi sarebbe troppo gravoso”.
Un’ultima domanda: “Guardandoti indietro, quanti tuoi compagni di classe hanno poi fatto i fotoreporter?” “Beh, pochi”, replica Siccardi, “molti di loro hanno fatto mestieri totalmente diversi da quelli per cui hanno studiato, altri hanno aperto piccoli laboratori fotografici. Che io sappia, e non lo dico compiacendomi di me stesso, nessun altro è riuscito a tramutare la passione per la fotografia, che bene o male allora animava tutti noi, in un mestiere che permettesse di vivere”.

Una variabile in più è comparsa negli anni Ottanta, per chi sceglie questo genere di scuole professionali: il computer. Infatti, le nuove generazioni di diplomati sfornati dalle scuole di arti grafiche, fotografiche e pubblicitarie, debbono fare i conti con le nuove tecnologie sia nelle aule scolastiche che nel mondo del lavoro. Una dimestichezza con le nuove tecnologie che, qualunque sia la specializzazione scelta nei vari istituti, parte dalla rivoluzione dell’informatica messa a disposizione di un pubblico ampio e giovane.
Ogni scuola si è così dotata di personal computer attorno a cui ruotano ogni giorno gli allievi. I futuri fotografi li usano per imparare a scannerizzare le immagini, ricavando fotografie di grande qualità da immagini già stampate. Lo scanner, di solito, lavora su originali a colori e in bianco e nero. Oppure, utilizzano pacchetti di applicativi per la computer grafica che servono ad elaborare immagini e a modificare le foto. Aggiungendo particolari visivi, sovrapponendo scritte, rielaborano le immagini per ripulirle da imperfezioni ed ombre.
Naturalmente la computer grafica è pane quotidiano anche per chi studia da grafico pubblicitario. Qui, il sovrapporsi della parola alle immagini, in fermo immagine oppure in movimento, rappresenta una delle tecniche più diffuse.
E il computer è oggi presente nei giornali, dove ormai da decenni le tipografie lavorano con la fotocomposizione.
In questi ultimi anni, sia il corso di studio dei reporter che quello dei grafici pubblicitari non hanno potuto sottrarsi alla novità Internet. Per i primi, costituisce un pozzo di San Patrizio, quasi senza fondo, a cui attingere immagini di ogni genere. Per i secondi, rappresenta anche una fonte molto ricca di notizie. Quasi una sintesi, questa ultima, per mestieri che si pongono all’avanguardia nella civiltà dell’informazione: un’informazione ora scritta, ora visiva, che ha molti scopi. In un caso, quello di determinare gusti e consumi. Nell’altro di testimoniare con i propri clic episodi di cronaca.


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