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maggio/giugno 1998

 

 

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MAMMA, LI ZINGARI

di Maria Abbrescia


Chiudi gli occhi: sul lungomare luccicano le tinte forti dei carri zingari: azzurro cielo di Provenza, giallo girasole di Provenza, verde prato di Provenza. Sul selciato lo scalpitìo dei cavalli bardati a festa accompagna le carovane. Van Gogh, Matisse, Otto Müller.
Il mare è quello di Saintes Maries de la Mer, tra il Mediterraneo e gli stagni di Launes e dell’Impérial, nel cuore della Camargue, senza dubbio la regione della Provenza dall’originalità più marcata. La creazione nel 1928 della Riserva nazionale e poi nel 1970 del Parco naturale regionale, ha permesso di salvaguardarne l’ambiente naturale e di preservarne il paesaggio. Un paesaggio unico in Europa, dove molti sono i modi di avventurarsi: in macchina, a piedi, in barca, in bici e soprattutto a cavallo, la formula più classica, la più consueta e forse la più bella per scoprire la Camargue. Fantastiche cavalcate sulla spiaggia, nelle paludi, tra tori e montoni, sono garantite e alla portata di tutti.
In autunno e in primavera ci si incontrano meno turisti e più fenicotteri, le saline sberluccicano, i vigneti affondano nella sabbia e si può assistere e/o partecipare ai celebri pellegrinaggi, tra cui celeberrimo è quello degli zingari.

Apri gli occhi: sul lungomare macchinoni rimorchiano roulottoni (e il resto è tutto vero!).
Ci sono tutti. I Rom, i Manouche, i Gitani. Arrivano da tutta Europa per festeggiare Sara, la loro patrona, e le Sante Marie, patrone della città.
Della vita di Sara la Nera, che gli zingari hanno eletto loro protettrice, si sa poco. La leggenda racconta che Maria Giacomé, sorella della Vergine, e Maria Salomé, madre degli apostoli Giacomo e Giovanni, furono abbandonate al largo delle coste della Palestina, con alcuni compagni, su una barca senza vele, senza remi e senza viveri. Le salvò Sara, giovane egiziana dalla pelle scura, loro serva. Gettato il mantello nell’acqua, questo, per miracolo, si trasformò in barca, così Sara potè guidare il gruppo di esuli in Camargue. Qui i compagni si divisero per evangelizzare questa terra, mentre le due Marie rimasero sul posto, (che dal 1839 prende il nome da loro) insieme a Sara, che per poterle aiutare mendicò.
Il culto delle Sante fu consacrato nel 1448 per volontà di Re Renato, Sara invece non fu mai riconosciuta Santa dalla Chiesa cattolica e, forse per via delle sue origini umili, per il colore della pelle e perché mendicava, divenne la protettrice degli zingari, che ogni anno, il 24 maggio, si radunano a Les Saintes Maries de la Mer per festeggiare Sara la Nera.
Si dice che la devozione a Sara si ricollegasse al culto indiano della dea Khali, oppure a quello di Iside, perché dove si venerava la dea c’era sempre una sorgente d’acqua, e lì, sotto la cattedrale, l’acqua era stata trovata.
Gli zingari la baciano, la vestono, la toccano, la incoronano, la acclamano, poi la portano a spalle fuori dalla cripta e la accompagnano in processione fino al mare, dove la immergono tre volte, per purificarla. Dopo averla toccata e ritoccata per un anno intero, dicono, la statua si carica di energia negativa, visto che la maggior parte di quelli che si recano da lei ha problemi da risolvere; l’acqua quindi scarica questa sorta di energia contraria e tutto ricomincia.
La processione si riversa per le viuzze del paese: devoti, turisti e macchine fotografiche si dirigono verso la spiaggia per assistere al momento solenne della cerimonia; le donne, per l’occasione, sono vestite come tante madonne, tutte scialletti e coroncine. In riva al mare, ad accompagnamento del rito, i musicisti intonano le melodie zigane, quelle struggenti, quelle di violini e chitarre.
Il 25 tocca alle due Marie. Dopo la cerimonia in chiesa e la discesa dei reliquiari, la barca su cui troneggiano le statue delle Sante viene scortata dai pellegrini e dai gardien, i cavalieri camarguesi. La meta è la stessa, il mare, a ricordare in giorno in cui le Sante approdarono su quelle rive. I portatori entrano in acqua, da cui il vescovo, a bordo di una barca di pescatori, benedice il mare, il paese e i pellegrini. La processione risale allora verso la chiesa, dove brillano ancora le centinaia di ceri accesi dai devoti.

La procesione del 25 maggio è molto antica, risale al medioevo, mentre quella del 24, dedicata a Sara e agli zingari, è nata nel 1935, l’epoca del marchese Baroncelli, sulla cui tomba, il 26 maggio di ogni anno, si celebra una cerimonia in suo onore. Dicono che quando arrivò qui, il marchese si innamorò del posto al punto che per potervi rimanere si vendette i titoli. Amava e rispettava i gitani e diede loro, e a tutta la Camargue, una grande forza. “Per noi ha fatto moltissimo, ci invitatava tutti a casa sua, era un amico”, dice Efrem, chitarrista gitano. Il marchese ha promosso la festa degli zingari, l’ha fatta accettare alle istituzioni civili e religiose, ottenendo anche l’appoggio della Chiesa. “Dobbiamo a lui se abbiamo un luogo per poterci radunare ogni anno”.
La processione è relativamente giovane, ma l’origine della devozione a Sara da parte dei nomadi risale al 1496, quando furono trovate le prime reliquie, e le prime famiglie di zingari raggiunsero la Camargue. Come si può ben comprendere il pellegrinaggio non è più soltanto un atto di fede, un’occasione di incontro e di festa, ma anche superstizione e di commercio. “Il folclore, - aggiunge Efrem - la località vuole il folclore, perché lo vogliono i turisti che riempiono le stradine e i caffè e che vengono gentilmente pregati di lasciare in albergo denaro e oggetti preziosi. Così ogni anno si recita questa piccola commedia, magari per ottenere qualche sovvenzione, per tirare avanti”.
A organizzare questi giorni di festa, parlando con le autorità religiose e con quelle comunali, è il capo zingaro della regione, che si distingue durante la processione per il bellissimo stendardo che porta in spalla. “La libertà è un lusso che non ci si può più permettere. - riprende Efrem - Bisognerebbe essere degli ereditieri per viaggiare liberi. La libertà fa paura, dà fastidio, infrange le regole che le popolazioni sedentarie hanno codificato, ed è stata ostacolata da sempre. E’ stata uccisa con la spada, con i forni, con il silenzio.”
Mamma, li zingari! Figuri sospetti, sporchi, brutti, accattoni, ladri, ladri di bambini, sfruttatori di minori, iettatori. Leggono passato, presente e futuro, usano sortilegi e pozioni. Indovini e alchimisti dall’origine vagheggiata che proclamano di essere principi del piccolo Egitto. Pregiudizi secolari.

Nel ‘500, i regnanti di tutta Europa decisero che era arrivato il momento di farla finita ed emanarono editti contro quei ribelli che si ostinavano a rimanere ignoti: proibito sposarsi e fare figli. Gli arabi, di quelli che vivevano in Spagna non volevano più sentir la voce: zac! Via la lingua. La Chiesa lanciò i suoi anatemi contro gli eretici: catturò i capi dei clan e li uccise.
Con l’avvento della società industriale finiva anche la possibilità di guadagnarsi il pane, dalle campagne spariva il lavoro, e anche qualche pollo. E quei ladri bisognava farli marcire in galera, deportarli lontano, magari nelle colonie. Poi venne Hitler, il nazismo, il sogno di una grande Germania che esprimesse una razza pura, ariana. Allora a Hitler venne in mente di sterilizzare gli zingari, in massa. Ma poi pensò di sterminarli, del tutto, insieme agli Ebrei.
Dissero che ne morirono circa mezzo milione nelle camere a gas, ma forse furono molti di più.
“Fatti leggere la mano, io ti conosco, vedo amore, salute, fortuna.”
“No guarda, non mi interessa”.
“Dammi qualcosa”.
“Mi spiace, non ho niente”. (E se mi maledice?)
Le donne mendicano, predicono la sorte, cantano e ballano in quelle loro sottane lunghe. Ballano anche le bambine, accampagnate alla chitarra dai fratelli o dai padri. Veri e propri spettacoli vengono improvvisati in strada, per puro divertimento, oppure organizzati a pagamento nei locali zeppi di gente. E tutti sembrano divertirsi, zingari compresi, tra un flamenco e un gelato Carpigiani.


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