Speciale - LAVORO

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maggio/giugno 1998

 

 

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MANTENIAMO LE DISTANZE

di Giovanni Monaco


Una massaia che, tra un fritto e un'insalata, dattiloscrive e invia al destinatario in tempo reale un'importante pubblicazione tecnica? Progettisti asiatici che lavorano insieme a quelli italiani, restando tutti rispettivamente nelle proprie città natali? Giovani del Sud assunti da imprese del Nord e che rimangono nel Mezzogiorno pur avendo già preso servizio? Manager affermati il cui ufficio (direzionale) consiste in una misera valigetta che si scarrozzano per ogni dove?

Situazioni già usuali o che presto potrebbero diventare tali, non stupitevi.
La vera rivoluzione nel mondo del lavoro, la stanno portando avanti i microchip. E' dai codici binari, infatti, che prende l'avvio quello che i mezzi di informazione (ma anche il ministero di Tiziano Treu) chiamano il telalavoro o lavoro a distanza. Il sogno, magari alimentato da aspirazioni personali, di restare comodamente assisi sulla poltrona di casa e cominciare (ufficialmente) l'orario lavorativo, è a tutti gli effetti realtà. Ma il telelavoro non è solo questo: si tratta di un amplissimo ventaglio di occasioni di occupazione, sia subordinata che liberoprofessionale.

Certo, anche il lavoro a distanza ha i suoi problemi. Troppo facile, per le aziende, appaltare tutte le attività "fuori", non assumendo più nessuno e pagando soltanto la singola prestazione a titolo di consulenza professionale. Addio ferie, malattia, previdenza... Il progresso non può voler dire l'abbandono di tutte le conquiste e garanzie (forse troppe per chi è assunto) del lavoratore subordinato. Non per nulla si sta già regolamentando la nuova pratica, che comunque può fornire spunti di flessibilità e occasioni di più facile accesso all'occupazione per tanti giovani.

Del resto, ormai, con Internet e la posta elettronica tutti possono essere telelavoratori: come un gruppo di giovani redattori torinesi che hanno recentemente fondato una cooperativa di servizi editoriali. Restano tutto il giorno nel proprio ufficetto in un antico palazzo della Torino ottocentesca, ma dialogano via cavo telefonico e computer con tutti gli editori loro clienti, che riversano i testi da "passare", da riscrivere, correggere o impaginare.
Di fatto, chiariscono dall'Isfol, l'istituto del ministero del Lavoro che si occupa di formazione, l'80% dei progetti italiani presentati all'Unione europea in materia di lavoro per ottenere finanziamenti, nel corso del 1997, aveva come base proprio il lavoro a distanza. L'innovazione (a parte il 20% dei casi, beninteso) allora è proprio il telelavoro, a meno che non si immagini una collettiva caduta di fantasia.
La necessità di "ingabbiare" con norme e leggi, speriamo non troppo restrittive, anche questa novità è stata perciò subito avvertita. A distanza di un paio d'anni dai primi consistenti ingressi del telelavoro in Italia, anche il Parlamento ha deciso di prendere in considerazione queste nuove opportunità. La Commissione lavoro del Senato ha analizzato un provvedimento che fissa una definizione funzionale di telelavoratore che comprenda sia l'impiego a domicilio che quello mobile o svolto in edifici dedicati, anche senza bisogno di un collegamento telematico costante.

Vengono delineati i principi e le regole che possono essere applicati a tutte le forme di telelavoro: sia quello subordinato che coordinato e continuato. Nel progetto di legge si affrontano anche i problemi dei diritti sindacali e dell'informazione del lavoratore dipendente, nonché la definizione contrattuale di quello parasubordinato. La legge, fortunatamente, rinvia alla contrattazione collettiva il compito di fissare, tenendo conto delle diverse realtà di settore o di impresa, la disciplina degli aspetti specifici dello svolgimento del rapporto lavorativo. A promuovere uno svolgimento e uno sviluppo del telelavoro che tengano conto del punto di vista di chi lo svolgerà e del suo bisogno di garanzie e di relazioni saranno, nelle intenzioni del legislatore, una Commissione per il telelavoro da istituire e un fondo di incentivazione incaricato di concedere finanziamenti a imprese, cooperative e assocazioni, istituti e consorzi anche non profit.

Il provvedimento prevede anche la nascita di commissioni paritetiche nazionali, territoriali o aziendali, enti bilaterali che gestiscano in modo partecipato l'applicazione e la gestione del telelavoro. Ce ne sarà, per esempio, una competente per le imprese non tenute all'applicazione dei contratti collettivi. Al ministero delle Comunicazioni spetterà sostenere e promuovere le esperienze di telelavoro, soprattutto nel Sud, attraverso interventi di riduzione o abbattimento totale delle tariffe telefoniche. Le Regioni dovranno occuparsi della regolamentazione e dell'incentivazione di "telecottage", centri dedicati al telelavoro dove i giovani possano trovare tutti gli strumenti informatici e telefonici per poter fornire i propri servigi a tutto il mondo.

Troppa attenzione? Le esperienze di lavoro a distanza, del resto, hanno dato ottimi risultati. Come quella dell'Inps, l'ente che dà le pensioni a tantissimi italiani. Gli ispettori dell'Istituto si sono visti consegnare un computer portatile, un fax, un telefonino, una piccola stampante e, in futuro, avranno anche una videocamera. Un kit professionale per essere sempre e ovunque in contatto con le rispettive sedi. Già 200 ispettori lavorano a distanza (recandosi in sede una volta la settimana); altri 1.700 lo faranno entro la fine dell'anno. Con il telelavoro e l'uso delle tecnologie l'Inps ha guadagnato in termini di efficienza ed efficacia del controllo: "L'evasione e la morosità - spiega Fabio Trizzino, direttore generale dell'Inps - si è quasi quintuplicata, si è passati infatti dai 600miliardi annui del '90 agli attuali 2.500, nonostante i controlli attuali siano quantitativamente inferiori a quelli degli anni precedenti. Inoltre, grazie all'incrocio di dati e informazioni, mentre prima la proporzione tra aziende visitate e accertamento dell'illecito era di dieci a tre, oggi è di dieci a otto".

Altri casi italiani di ricorso al Telelavoro: il Comune di Roma (altra amministrazione pubblica) che ha regolamentato il rapporto tramite accordi individuali tra il telelavoratore e il suo superiore; in questo caso, si tratta comunque di dipendenti comunali a tutti gli effetti. La Caridata, poi, ha previsto per i propri telelavoristi un orario flessibilissimo: le otto ore vanno rispettate, intendiamoci, ma possono essere spalmate nell'arco di 13 ore, dalle 8 alle 20. La Digital ha imposto una reperibilità di due ore ai propri lavoratori a distanza, mentre la Seat lascia a discrezione del lavoratore l'orario di lavoro a tempo pieno o parziale; sono fissati dall'azienda periodi della giornata in cui il lavoratore dovrà essere reperibile per le comunicazioni con l'azienda.


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