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Film
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1959
I quattrocento colpi (F. Truffaut)
1988 Mignon è partita (F. Archibugi)
1989 Mery per sempre (M. Risi)
1990 Ragazzi fuori (M. Risi)
1992 Il grande cocomero (F. Archibugi)
1992 Ladro di bambini (G.Amelio)
1998 L'albero delle pere (F. Archibugi)
2003 Tre metri sopra il cielo (L. Lucini) |
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CRESCERE
CON E CRESCERE SENZA. I DISAGI GIOVANILI.
In Italia sono circa 15mila i minori accolti in strutture residenziali;
nella scuola si registrano problemi di integrazione scolastica e per chi,
se pur giovanissimo, alle spalle ha un passato disagiato non è
facile inserirsi nel mondo del lavoro. Esistono molteplici forme di disagio
giovanile, a volte si incontrano intrecciate nella vita di una sola persona:
il sostegno esterno, allora, diviene necessario.
di
Paola Bizzarri
Servono poche parole per definire la condizione dei disagi adolescenziali:
avvilimento e assenza di riferimenti. Tale affermazione non vuole sottovalutare
il fenomeno, forse già abbondantemente categorizzato, ma evitare
di sottrarre spazio ai racconti di chi lavora quotidianamente contro profondi
malesseri. Innumerevoli le cause generatrici di sofferenze, tuttavia le
situazioni di più forte complessità originano da queste
condizioni: contesti familiari critici (alcolismo o tossicodipendenze
a carico dei genitori), carenza di risorse socioeconomiche (l'11% delle
famiglie italiane vive al di sotto della soglia di povertà), insuccessi
in ambito scolastico e difficoltà nell'approccio con il mondo del
lavoro.
Fuori dalla famiglia
Il nucleo familiare può rappresentare il primo luogo dove un
bambino sperimenta la violenza.
Alcune recenti statistiche riportano cifre sorprendenti: nel periodo
1999-2001, 22mila minorenni sono stati spettatori - e spesso vittime
dirette - di maltrattamenti verificatesi tra le mura domestiche. Gli
affronti a danno di minori diventano più gravi per il fatto che,
spesso, non sono denunciati dalle vittime e, potenzialmente, rischiano
di durare anni. "Molti adolescenti giungono da noi undicenni, con
undici anni di abusi e maltrattamenti alle spalle. Impossibile cancellarli
per sempre". Riferisce queste parole A., educatrice in una comunità-alloggio
torinese che attualmente ospita sei minorenni, di cui due vittime di
gravi abusi sessuali. Entro il 31.12.2006, secondo la legge 149/2001,
si dovrà provvedere alla chiusura definitiva di tutti gli istituti
per bimbi soli. Gli orfanotrofi, istituzioni storiche e discusse, saranno
sostituite, in gran parte lo sono già, dalle comunità
per minori di tipo familiare.
In che modo i ragazzi arrivano alla casa alloggio?
"I casi di maltrattamenti intrafamiliari sono segnalati dai servizi
sociali, che interpellano il Tribunale per i minori incaricato di formulare
un decreto di allontanamento e di affidamento temporaneo in comunità".
Quale accoglienza offre la comunità?
"Fornisce un'ospitalità temporanea, un aiuto parziale: è
un modello alternativo alla famiglia disturbata dalla quale i minori
provengono. Noi abitiamo in un normalissimo appartamento all'interno
di un comprensorio di case. Il mattino, i ragazzi vanno a scuola; il
pomeriggio seguono attività extrascolastiche e la sera ci si
ritrova per cena. Insegniamo valori di vita in comune come l'importanza
della preparazione della cena e la cura nel festeggiare compleanni e
ricorrenze".
Che cosa c'è dopo la comunità per chi ha appena imparato
a esprimersi e a difendere la propria individualità?
"L'iter è diverso a seconda della singola storia. Ho in
mente permanenze di uno o due anni cui seguì l'affidamento eterofamiliare;
casi di rientri in famiglia laddove la situazione non risultava compromessa
oppure situazioni dove, dopo una lunga permanenza in comunità,
sino a 21 anni, si decise un inserimento di autonomia all'interno di
gruppi-appartamento per convivenze guidate e assistite."
L'importante è che ognuno trovi una sua famiglia.
Come sopravvivere tra i banchi: il disagio
scolastico
Ogni anno a Torino decine di alunni della scuola media inferiore interrompono
per lunghi periodi la frequenza, centinaia sono respinti e, di questi,
una parte si ritira definitivamente inserendosi nelle fila dei giovani
"a rischio".
Il progetto "Provaci ancora Sam", nato dalla collaborazione
tra Comune, Provveditorato agli studi, Associazioni di volontariato
è teso, pertanto, ad evitare la dispersione scolastica e a rispondere
alle esigenze di istruzione e crescita di questi adolescenti. Chi lavora
per questo progetto si prefigge obiettivi quali: evitare la perdita
di anni scolastici, permettere ai ragazzi di conseguire il diploma di
licenza media e valorizzare le capacità che ciascun adolescente
possiede.
Pasquale lavora presso l'Associazione A.GIO., ha partecipato come operatore
al progetto "Provaci ancora Sam" e oggi prosegue questa attività
presso una scuola media nella periferia della città. Il suo lavoro
continua nel pomeriggio presso la sede della struttura, con l'organizzazione
di attività di doposcuola e di momenti aggregativi per ragazzi
italiani e stranieri. "Il successo arriva quando incontri nel quartiere
ragazzini con cui avevi intrapreso percorsi d'intervento didattico che
ti informano di aver proseguito gli studi. È capitato ad una
coppia di fratellini che, partita da gravi disagi familiari, abitativi
e scolastici, ora frequenta l'istituto per geometri: entrambi non hanno
perso anni!".
Le ultime frange del disagio socio economico
e lavorativo
Percorsi quali carcerazione, arresti domiciliari, emigrazione clandestina,
già scoraggianti come tali, producono, seppur in giovane età,
emarginazione sociale e lavorativa.
Ne abbiamo discusso con Claudia Suppo, volontaria della "Città
dei Ragazzi", Opera Diocesana indirizzata specificamente a giovani
con problemi socio-economici. Claudia da alcuni anni si occupa del progetto
"Alternanza scuola lavoro".
In che cosa consiste questo programma?
"Con mezzi semplici attiviamo percorsi individuali strutturati
in due momenti: un tirocinio formativo, stipulato presso il Centro per
l'impiego in aziende e cooperative, e una formazione pratica, ambito
in cui cerchiamo di fornire anche sostegno umano. Molti confondono il
progetto con corsi di formazione professionale; è diverso: 'Alternanza
scuola lavoro' non fornisce nessun tipo di qualifica. Per noi rappresenta
un traguardo se i ragazzi imparano a stare in un posto di lavoro, a
rispettare regole e orari, ad andare a lavorare tutti i giorni, abilità
minime per avere una chance in più".
Qual è l'utenza dei corsi di "Alternanza scuola lavoro"?
"Si tratta di ragazzi, anche maggiorenni, emarginati ed esclusi;
italiani, extracomunitari, giovani stranieri non accompagnati, che non
riescono a frequentare corsi di formazione professionale tradizionali,
presentano difficoltà a stare in gruppo, necessitano del rapporto
'uno a uno' a causa dei trascorsi personali. Sono giovani del disagio
socio-economico, con problemi di inserimento lavorativo a causa delle
condizioni personali e familiari. In genere, sono tutti segnalati dai
servizi sociali, dall'Ufficio minori stranieri, dal Tribunale dei minori
o dagli educatori del carcere minorile".
Esistono differenze di percorso e di riuscita fra i giovani stranieri
e italiani?
"I ragazzi stranieri affrontano difficoltà di tipo diverso,
sono molto più motivati al lavoro degli italiani, più
disciplinati. Nonostante le difficoltà nell'ottenimento dei permessi
di soggiorno, i loro percorsi hanno spesso esiti positivi. Nei confronti
della gioventù italiana, il lavoro consiste in un vero recupero
socio-familiare. Non sempre si ottengono risultati positivi. Ricordo
B., un ragazzino di sedici anni, naziskin. Apparteneva ad una famiglia
che viveva di pubblica assistenza e di espedienti illegali da tre generazioni.
Senza il suo gruppo era perduto. Gli amici erano la sua forza, la sua
identità. Alla fine ha abbandonato". "C., invece, -
continua Claudia - era immigrato dalla Sicilia con la famiglia. Pur
possedendo la licenzia media, era pressoché analfabeta e con
problemi di identità. Abbiamo trovato una lavanderia industriale
che l'ha accolto in tirocinio formativo e, grazie all'impegno dimostrato,
l'ha poi assunto. Ora, gli sono stati affidati piccoli incarichi di
responsabilità".
Quando la solidarietà espressa nei confronti del disagio giovanile
è più concreta e quotidiana che formale, i risultati si
ottengono.
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