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maggio/giugno 2004





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SPERANZE PER ARIA
"Insomma: senza speranza non c'è giustizia, senza giustizia non c'è pace, senza pace non c'è vita. Ciao Aldo, a martedì". "Ciao, Mario". E rimango lì con la biro in mano, immobile come un geco sul muro. A meditare. Nel mio lavoro c'è sempre da imparare.

di Aldo Ferrari Pozzato

Mario poi ha un potere di sintesi che alle volte mi colpisce proprio. E che forse allontana un po' la riflessione dalla vita in diretta. Ma ognuno è fatto a sua maniera. Non è detto che sia indispensabile condividere il modo di intendere ciò che sta succedendo. Tanti anni fa ero in una scuola professionale come aiutante di un ragazzo con problemi di udito. Il modo migliore per farlo fu di mettermi a disposizione di tutta la classe: così il "mio" ragazzo non si sentì isolato e gli altri non lo videro comunque escluso, come diverso o privilegiato. Fu sempre promosso e io imparai molto di quel mestiere. L'ultima volta che l'ho visto era fidanzato e lavorava in una pompa di benzina.
Con l'età l'abitudine a divagare e a ripetermi diventa irresistibile. Torniamo a Mario.
Le speranze indirizzano molte azioni della vita e rendono i giorni uno diverso dall'altro: tre giorni all'inizio delle vacanze, due giorni, un giorno! Il lavoro è uno degli strumenti di realizzazione delle nostre speranze. Ha bisogno di leggi positive che lo permettano. Leggi di composizione, non di eliminazione dei possibili conflitti (il mio sogno contro il tuo, il mio posto di lavoro e non il tuo). Non è togliendo anche solo la possibilità del contrasto che si realizza la pace, nemmeno quella sociale. Purtroppo le posizioni di chi cerca e di chi offre lavoro spesso sono enormemente sbilanciate. La favola delle sette paia di scarpe consumate si adatta bene a molti dei ragazzi che cercano lavoro. Un lavoro in condizioni eque e umane, che ti facciano sentire importante e apprezzato. Un lavoro che spesso è un miraggio e senza il quale si perpetuano condizioni di reale ingiustizia, come l'impossibilità per due ragazzi che si vogliono bene di metter su famiglia. Oppure, per altri, di poter uscire di casa quando ormai è chiaro a tutti che la convivenza forzata è solo fonte di (in)sofferenza. O, ancora, di vedere le conoscenze precedentemente acquisite con fatica diventare inutili e inutilizzabili, come una caffettiera con manico e beccuccio dalla stessa parte.

Ti cascano le braccia a vedere la speranza che si affievolisce incontro dopo incontro in un ragazzo che fa ripetutamente l'esperienza di non avere strumenti per far valere ciò che può dare. Che non interessa, che non ha la possibilità di incidere, che non conta nulla. E la vita può diventare senza alcun senso, se qualcosa non dà sostanza alle giornate. L'orizzonte temporale diventa sfocato, stretto tra l'inutile ripetizione dei gesti quotidiani e l'incertezza sul destino futuro. E anche il senso di giustizia, che è sempre legato a un progetto e a una comunità stabili e salvaguardati, viene meno. Io posso sentirmi libero e quindi in grado di scegliere solo se le mie azioni comportano conseguenze uguali per me o per chiunque altro e costanti nel tempo. Altrimenti prevale l'arte di arrangiarsi, del "si salvi chi può". Però in un mondo del genere siamo senza difesa e incarogniti. Un po' quello che nel calcio sta succedendo con la regola del fuorigioco e le sue incostanti applicazioni. E se non sono libero (entro i limiti della comune convivenza, naturalmente) più che vivere sopravvivo ai continui attentati di cui potrei essere vittima. Il mio destino, il mio futuro non dipendono da me. L'assistenza verso i cittadini che si trovino in condizioni di disagio è un valore e un dovere ineludibile dalle istituzioni. Rispetto all'assistenza economica dei più giovani il miglior intervento dal punto di vista della formazione e della crescita è quello che permette al maggior numero di cittadini di arrivare in maniera autonoma alle risorse disponibili. Senza che ciò si esaurisca in un'assistenza diretta. Se ho bisogno di cento lire diverso è dover contare sulla munificenza dei genitori dal sapere di sapermeli guadagnare. Se mi dai un pesce dipendo da te e difficilmente ciò mi aiuta a essere autonomo. Se mi insegni a pescare sarò io a mantenermi e mi sentirò anche più in grado di confrontarmi con te e con tutti gli altri e di dare un contributo significativo. Affidare la crescita dei propri concittadini più giovani soprattutto a fondi di supporto per questo o per quello (fondi che pure sono necessari) crea un clima psicologico e sociale di non pregnanza del proprio apporto (senza sostegno ciò che faccio non mi basterebbe a campare). Da ciò deriva una persistente sensazione di dipendenza e incertezza, che invita alla sudditanza di pensiero e al ricatto culturale: ciò che mi è necessario per vivere non me lo guadagno legittimamente, mi viene elargito e mi potrebbe essere tolto in qualunque momento. Quindi non devo dispiacere a chi può allargare i cordoni della borsa. Esattamente quello che succede in tante famiglie: se fai il bravo… Meglio essere messi in grado di procurarsi da sé i mezzi di sussistenza, per esempio facilitando l'accesso alle risorse e alle occasioni di lavoro. Oppure incrementando la conoscenza dei percorsi imprenditoriali e amministrativi e degli strumenti legislativi. Solo un sistema di leggi sociali e economiche sane e un efficace controllo sul loro rispetto possono sorreggere una crescita libera e la sensazione di far parte di un corpo sociale, pur nella differenza delle visioni e dei comportamenti. E questo è possibile se prevale una cultura di cui queste leggi siano l'espressione, una cultura che condanni e sanzioni veramente l'evasione e l'infrazione come non umanamente accettabili e non utili, neanche per la propria individuale riuscita. Così si assicurerebbe una equilibrata ripartizione delle risorse in funzione soprattutto dell'utilità sociale e del contenuto di fatica, conoscenza e esperienza del proprio lavoro. Questo infine e in sostanza significa che lo Stato non può derogare a una funzione educativa e formativa, non secondaria alle leggi del mercato, che notoriamente sono l'espressione degli istinti, non della parte più nobile degli individui.
 
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