InformaGiovani Homepage Rivista Informagiovani

articoli maggio/giugno 2004
SPECIALE






operatore al videoterminale







CAMBIA LA CITTÀ. CAMBIA IL LAVORO
Parola d'ordine: reinventarsi. Finita la presenza di una Fiat mamma e padrona, Torino ha una necessità impellente, quella di trovare nuove vocazioni per la sua economia. I segni del cambiamento ci sono.

di Giovanni Monaco

Segni urbanistici che molto hanno a che vedere con le Olimpiadi, ma che si inscrivono in un grande progetto di ridisegno della città. L'esempio emblematico? Il Lingotto, che è diventato un grande centro commerciale, con i cinema, il centro congressi, il centro fieristico, gli alberghi. La fabbrica si è trasformata in una piccola città misura di futuro.
La Fiat resta, pur ridimensionata, ma se da un lato c'è la preoccupazione per i posti di lavoro che il settore industriale sta perdendo, dall'altro c'è la necessità di creare qualcosa di nuovo. E, si sa, la necessità aguzza l'ingegno.
Così, grazie ai Giochi 2006 ma non solo, assistiamo alla riorganizzazione della linea ferroviaria che attraversa la città da Nord a Sud e prevede, nella Spina 3 (un territorio di un milione e duecentomila metri quadrati al confine Nord del centro storico), la sostituzione delle grandi ferriere sorte all'inizio del Novecento con insediamenti terziari, residenziali, commerciali e per il tempo libero, comprese le strutture del Villaggio Olimpico. Con aziende ad alta tecnologia incubate nel parco ambientale e con i tanti posti di lavoro creati dal terziario e dai servizi.
Poi c'è la metropolitana, c'è il passante ferroviario, ci sono finalmente le idee e le risorse per creare quelle infrastrutture necessarie alla crescita di qualsiasi conurbazione. Torino, per molti decenni, è stata l'unica città europea sopra il milione di abitanti priva del metrò. Poi è andata sotto il milione di abitanti. Il metrò? Neanche a parlarne. Tra un paio d'anni, invece, cominceremo a fare le nostre belle corse sotterranee, sapendo però che una rete efficiente dovrà prevedere altre linee.
Il piano strategico di Torino Internazionale, struttura del Comune che progetta il futuro del capoluogo, indica sei obiettivi ambiziosi: integrare l'area metropolitana nel sistema europeo e mondiale delle grandi città; sviluppare formazione e ricerca; promuovere imprenditorialità e occupazione; ridisegnare Torino come città di cultura, turismo, commercio e sport; migliorare la qualità urbana; costruire il governo della città.
Finalità che si compenetrano e si fondono con l'avventura olimpica. Dai cantieri che oggi costellano le nostre vie e le nostre piazze deve nascere la Torino del futuro. I cantieri sono il segno più tangibile del cambiamento. I Palahockey, i nuovi stadi, i villaggi olimpici, le nuove strutture espositive devono e possono costituire i mattoni sui quali poggiare un avvenire di sviluppo e non di recessione. Anche l'eterno cantiere del passante ferroviario, che è riuscito a traghettare infinito dalla prima alla seconda repubblica, quando mai sarà terminato rappresenterà una via di traffico alternativa e fondamentale per la città.

A questo punto non resta che verificare se e come Torino saprà capitalizzare le infrastrutture e la vetrina sui media di tutto il mondo che le Olimpiadi offrono, per migliorare la qualità generale della vita e diventare un centro stabile di attrazione.
La trasformazione della città e i nuovi lavori sono, del resto, una realtà avviata. Nel giro di dieci anni è stato ridisegnato il centro storico ma anche le periferie: le piazze che prima erano semplici rotatorie per il traffico, come Piazza Castello, sono diventate dei salotti e molti casermoni popolari sono stati demoliti. Torino non ha mai avuto tanti dehors, oggi è una città di caffè all'aperto.
E, per ora, è proprio l'edilizia a compensare i posti di lavoro persi dall'industria. Fino a che le nostre vie resteranno un cantiere, le assunzioni non mancheranno. Si vedrà cosa succederà dopo, ma ci si augura che tante nuove opere e infrastrutture genereranno un circolo virtuoso anche per l'occupazione. Nel '72 la Fiat aveva 120mila dipendenti diretti, oggi sono 20mila. Gli occupati torinesi nell'ICT (alta tecnologia e ricerca) sono 30mila, i dipendenti del Comune 22mila, l'edilizia ha superato i 45mila posti.
Torino dovrebbe farcela: un pezzo di questo futuro si tocca con mano entrando in città. Corso Giulio Cesare è un cantiere di parecchi chilometri. I torinesi fanno lo slalom tra le tavole di legno trasformate in marciapiedi che delimitano i lavori della metropolitana. Per guadagnare la stazione di Porta Nuova ci vuole un'ora. Poi via Nizza, altri chilometri di negozi: bar, bazar che finalmente introducono al primo punto fermo della Torino operaia e industriale che nel 2006 sarà il cuore della Torino olimpica: il Lingotto, appunto.
Da una parte la storica fabbrica della Fiat, dall'altra, separata da una fascio di binari, i lucernari dei vecchi Mercati generali svuotati come un guscio di noce. Qui nascerà il villaggio olimpico che ospiterà 2.500 atleti, il cuore pulsante dei Giochi collegato con un ponte scenografico all'area del Lingotto. Il villaggio è l'opera numero uno di una serie che arriva fino al numero sessanta. Duemilacinquecento miliardi di vecchie lire che cambieranno Torino e le sue valli. Il barocco austero di Juvarra e le cupole rigorose del Guarini dovranno dialogare con l'architettura senza angoli di Arata Isozaki, il giapponese che, insieme all'architetto Pier Paolo Maggiora, disegnerà il nuovo palaghiaccio da 11 mila spettatori.
E poi la metropolitana, dicevamo, fulcro del nuovo piano regolatore di Gregotti e Cagnardi che finalmente comincia a dispiegarsi. Un piano strategico che ha portato bene: a Torino sono toccati i Giochi invernali del 2006 proprio dopo aver avviato il suo nuovo disegno urbanistico.

Che ne sarà di tutto questo dopo la manifestazione olimpica? La storia del Delle Alpi non deve ripetersi, una storia di tanti soldi spesi e di una struttura che, pur bella, si è rivelata troppo ingombrante per la città e inadatta all'unico sport praticato, il calcio. Prova ne è che la cerimonia inaugurale dei Giochi invernali si terrà al Comunale, il nuovo stadio del vecchi Toro, e non al Delle Alpi. Il Palazzo delle Esposizioni disegnato da Pierluigi Nervi sta nei libri di architettura ma per trent'anni è stato abbandonato. Il Palavela, in mancanza di meglio, ospitava una palestra indoor e una parete di roccia per i neofiti delle scalate. La città, questa volta, non perdonerebbe un errore simile.
Per sfuggire a questa trappola è stato creato un coordinamento tra gli enti locali con il compito di stabilire in anticipo come verranno usati i nuovi spazi. Tante voci, qualche litigio ma una convinzione comune: obbligare i progettisti a definire l'uso alternativo delle nuove costruzioni. Saranno i futuri palasport, le future residenze universitarie e i nuovi centri congressi ed esposizioni. Sarà la nuova città che, ne siamo certi, non si fermerà ai Giochi ma si svilupperà nel dopo 2006.
 
SOMMARIO  
 

Archivio
ANNO
ricerca per numero e anno
ARGOMENTI
ricerca degli articoli per argomenti
SPECIALI
titoli degli speciali
PAROLA
ricerca per parola chiave