InformaGiovani SPECIALE

Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 03/2004

LAVORO: PIÙ FACILE MA MENO GARANTITO
Più facilità a trovare lavoro, meno garanzie di tenerselo. Il mercato italiano dell'occupazione si americanizza, con grande scorno di alcuni ed enorme giubilo di altri.

di Giovanni Monaco

Il 24 Ottobre del 2003 sono entrate in vigore le norme di attuazione della Legge Biagi, con i cambiamenti, che incideranno fortemente sul sistema: riguardano soprattutto i tipi di contratto di lavoro, l'istituzione delle Agenzie per il Lavoro e la Borsa Continua Nazionale del Lavoro (un sistema aperto per l'incontro di domanda e offerta di lavoro senza l'ausilio di intermediari).
Quanto ai contratti, le principali novità riguardano l'introduzione di nuove tipologie contrattuali divise in tre gruppi: a orario ridotto, modulato, flessibile; contratti misti che prevedono anche la formazione; contratti a progetto e occasionali.

Flessibilità interinale
La legge disciplina un insieme di interventi coerenti con l'obiettivo di adattamento del quadro giuridico di riferimento, volti soprattutto alla promozione di una società attiva e di un lavoro di migliore qualità, dove ci siano le possibilità di occupazione per tutti, più moderne, modulabili e adatte alle esigenze dei lavoratori e delle imprese.
Il contrappasso? I classici contratti a tempo indeterminato saranno sempre meno frequenti e quindi anche la possibilità di diventare titolari delle relative garanzie. Del resto, già con l'introduzione del lavoro fless
ibile avvenuta in precedenza (avete notato quante agenzie di interinale sono spuntate a Torino?) la rivoluzione a stelle e strisce della nostra busta paga aveva sconfitto il vecchio sistema, sicuro ma ingessato.

Da Cococò a progetto
Ma cosa ne sarà dei vecchi co.co.co? La normativa che è entrata in vigore il 24 ottobre prevede alcuni fondamentali cambiamenti nel mondo delle cosiddette co.co.co, le collaborazioni coordinate e continuative, una tipologia di contratto cui molto spesso accedono i giovani alle prime esperienze. Le co.co.co vengono da ora riconvertite in lavori a progetto. Infatti, il decreto legislativo 276/2003 stabilisce che i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa devono essere riconducibili a uno o più progetti specifici o programmi di lavoro (o fasi di esso) individuati e indicati dal committente e gestiti invece autonomamente dal collaboratore.

Lavoro in Rete
Trovare lavoro dovrebbe diventare più facile con i servizi pubblici e privati collegati in rete: finirà la burocrazia del vecchio collocamento e si supereranno le barriere geografiche e temporali. La "Borsa Continua Nazionale del Lavoro in Rete" è un sistema aperto a tutti, dove si troveranno sempre accessibili dal web domanda e offerta di lavoro. Lo strumento sarà imperniato su una rete di nodi regionali. In tal modo, lavoratori e imprese potranno inserire nuove candidature o nuove richieste di personale direttamente e senza doversi rivolgere ad intermediari, utilizzando gli accessi che saranno dedicati espressamente da tutti i soggetti pubblici e privati, autorizzati ed accreditati. Lavoro a chiamata o intermittente.

Lavoro a intermittenza
Tra le varie modalità di definizione e regolamentazione dei nuovi contratti di lavoro, la Legge Biagi dedica una specifica trattazione al "lavoro intermittente", che ricade nelle tipologie contrattuali a orario ridotto, modulato o flessibile. Il lavoro intermittente - detto anche "job on call" - o lavoro a "chiamata" - è un contratto mediante il quale un lavoratore (di età compresa fra i 25 ed i 45 anni) si pone a disposizione di un datore di lavoro che ne può utilizzare la prestazione lavorativa in modo discontinuo. Il contratto di lavoro intermittente può essere stipulato anche a tempo determinato ma deve comunque prevedere la quota dell'indennità mensile di disponibilità, divisibile in quote orarie, corrisposta al lavoratore per periodi nei quali esso garantisce la propria disponibilità al datore di lavoro, anche se non impiegato operativamente.

New Economy
Naturalmente non ci sono solo i cambiamenti legislativi. È la società che cambia e con essa il lavoro. Le Società della New Economy si basano su realtà soggette a continui cambiamenti, pertanto necessitano di figure professionali specializzate, ma anche duttili e capaci di adattarsi rapidamente alle diverse evoluzioni che il mercato tecnologico impone. Il lavoratore della New Economy è mediamente un giovane di trent'anni o anche meno, laureato o diplomato. Un web-designer, uno sviluppatore di sitemi informatici, un creativo con ottima conoscenza della programmazione, un laureato in tecnologie informatiche, uno specialista in e-commerce, eccetera. Insomma figure professionali ancora rare da reperire sul mercato del lavoro, data la scarsa preparazione fornita dal mondo della scuola. Molte aziende investono risorse economiche nella formazione di nuovi tecnici, ma il rischio è di vederseli "rubare", una volta acquisita capacità ed esperienza, da altre Società concorrenti.
Ormai gli studenti devono imparare che la formazione non termina con la scuola o l'università ma è permanente, continua e si identifica con la capacità di autoaggiornarsi. Il Corriere Lavoro ha fatto una ricerca sulle nuove professioni legate alla multimedialità. Una di queste, per iniziare, è il system integrator, l'integratore di sistemi. E poi il creatore di pagine Web, il fotografo digitale, l'esperto in sicurezza informatica, l'editor multimediale, il Web advisor, il traduttore on line, il cyber consulente on line, il programmatore Unix, l'archivista elettronico e l'HTMllista, vale a dire l'esperto di Html.
Ma oltre alle nuove professioni che nascono, ci sono quelle professioni tradizionali che vengono trasformate dall'uso di nuovi e veloci strumenti di lavoro, come nel caso del giornalista e del reporter. Per adeguarsi a questi cambiamenti i giovani devono avere ben chiara in mente l'importanza di un continuo aggiornamento della propria conoscenza e preparazione tecnica.

Il lavoro atipico
I lavoratori atipici, attualmente con scarsa tutela giuridica, sono il cosiddetto popolo del 10%, dal nome del fondo INPS istituito nel '95: non è un fenomeno transitorio o temporaneo che rientra nelle forme di lavoro classiche (subordinato o autonomo) ma una realtà che, mentre rappresenta una discontinuità con il passato, è anche il presupposto per assicurare alle imprese la flessibilità necessaria per affrontare i cambiamenti dei mercati.
L'aumento del lavoro atipico è una tendenza generale, e impone di rivedere le tradizionali politiche sociali e del lavoro. In Italia il lavoro autonomo è particolarmente diffuso, tanto da interessare attualmente, tra il 25 ed il 30% dei nuovi ingressi nel mondo del lavoro. Si tratta di una caratteristica significativa soprattutto se la si compara con quella degli altri Paesi europei, nei quali il lavoro indipendente si attesta, in media, attorno al 10% (ad eccezione della Spagna).

La crescita del tempo indeterminato
Nel rapporto annuale sulla situazione del Paese, l'ISTAT evidenzia il forte dinamismo del lavoro atipico nel corso degli anni novanta, dato l'incremento dal 10,6% al 15,2% sull'occupazione dipendente complessiva. Sono percentuali che, naturalmente, si riferiscono a un periodo precedente alla legge Biagi. Tra tutte le forme di lavoro atipico il maggior peso sull'occupazione riguarda il lavoro coordinato e continuativo e le Partita IVA. Dall'archivio INPS sui lavoratori parasubordinati emerge che il peso di tale categoria sull'occupazione è passato dal 7,8% del '98 all'8,6% del '99, con un aumento della componente maschile dello 0,6% e di quella femminile dell'1,2%; l'incidenza sull'occupazione femminile delle forme di lavoro atipico è pari al 10,5%. Dal '95 gli iscritti al fondo INPS sono aumentati considerevolmente: i giovani fino ai 29 anni corrispondono al 24,4%, mentre i soggetti di oltre 60 anni, pur costituendo la classe numericamente minore, hanno registrato nel periodo 1999/2000 l'incremento maggiore, aumentando del 19%, a significare che vi è uno spostamento in avanti dell'uscita reale dal mondo del lavoro.

Conta la professionalità
Un'indagine svolta dall'IRES-CGIL sui collaboratori cococò mostra che per il lavoro atipico la professionalità gioca un ruolo determinante nel far sì che un lavoratore sia forte o debole nel mercato. Quanto più, infatti, le esperienze pregresse sono numerose e qualificate, tanto maggiori sono le chance di trovare lavoro. Tra gli iscritti al fondo INPS (10-13%), hanno una sola opportunità quei soggetti che tradizionalmente nel mercato del lavoro hanno posizioni più deboli: i giovani (perché inesperti) e le donne, le quali a causa della doppia presenza lavoro/famiglia hanno minore offerta di lavoro, più vincoli e quindi minori margini di scelta; ne consegue che per una buona parte di giovani e donne la monocommittenza è senza dubbio un indicatore di debolezza nel mercato.
La flessibilità, per chi abbia una buona qualificazione - come spesso hanno coloro che lavorano nell'ambito della new economy - permette di fare nuove esperienze, di incontrare nuove sfide, di avere nuove opportunità di crescita professionale. D'altro canto la discontinuità del lavoro in qualche modo si paga in termini di ansia per l'avvenire e per il proprio futuro lavorativo. Dal punto di vista delle aziende si ha invece il vantaggio di poter utilizzare per una settimana o un mese delle figure professionali che non avrebbe senso e non sarebbe utile occupare a tempo indeterminato. La flessibilità, invero, racchiude in sé anche una connotazione di precarietà.


Le difficoltà e le discriminazioni
I lavoratori atipici portatori di competenze significative sono in una posizione di discriminazione, dato che il tessuto organizzativo e istituzionale non riconosce pienamente il loro valore pur avvertendo il bisogno delle competenze di cui questi stessi soggetti sono dotati. Se da un lato è riscontrabile un problema di "misura" del valore del lavoro, dall'altro esiste una difficoltà di riconoscimento della possibilità di innovazione che queste professionalità possono introdurre nel sistema economico. La discriminazione emerge e si traduce non solo come processo che emargina qualcuno, ma come perdita di occasione di innovazione per l'intero sistema.
Gli indicatori della discriminazione sono:

  • difficoltà ad esprimere le competenze di cui sono portatori, spesso frutto di rilevanti investimenti in formazione che stentano ad essere riconosciute dal sistema;
  • insicurezza ed incertezza personale e occupazionale;
  • difficoltà a trovare una collocazione stabile;
  • bassa tutela contrattuale;
  • progressiva precarizzazione del lavoro;
  • mancanza di forme di rappresentanza;
  • difficoltà di accesso al credito e alle attività formative.

La globalizzazione
Per molte persone la globalizzazione e le nuove tecnologie portano ad un incremento delle opportunità di lavoro, anche perché i lavori si vanno differenziando. Si aprono nuove nicchie di mercato, si definiscono nuove figure professionali e l'insieme dei lavori risulta molto più variato. In teoria le prospettive di lavoro sono più numerose. Indubbiamente esiste un problema relativo a coloro che rischiano di rimanere esclusi da lavori connessi alle nuove tecnologie. Riferendosi a queste ultime, infatti, non si intendono solo lavori con il camicie bianco o con il computer perché le nuove tecnologie producono attorno a sé molti lavori a bassa tecnologia. Questo, per persone che hanno un titolo di studio basso, è indubbiamente un vantaggio perché possono trovare una occupazione in dimensioni lavorative di tipo collaterale. Ciononostante il rischio di emarginazione rimane. Persino in sede di G8 si è parlato di frattura digitale che attraversa tutte le società e che, nel prossimo futuro, dovrà essere oggetto di grande attenzione perché comporterà una nuova divisione tra alfabeti ed analfabeti, persone in grado di controllare il proprio destino professionale ed altre che rimangono del tutto passive, possono soltanto subire ciò che succede.

A Torino
Nelle indagini più recenti dell'Osservatorio del Mondo Giovanile del Comune di Torino su formazione e lavoro, gli orientamenti dei giovani diplomati torinesi al mondo del lavoro, rivelano che turismo, mestieri della ricreazione e divertimento, internet e commercio sono gli ambiti di lavoro più attrattivi; costruzioni, industria, artigianato manifatturiero le opzioni meno gettonate. Convenzionali nelle preferenze, i maschi guardano ai mestieri tecnici, le ragazze al lavoro d'ufficio, i giovani diciottenni mostrano di avere assimilato perfettamente i valori della società contemporanea: determinati e aggressivi, credono solo nei propri mezzi e nell'impegno come fattori di successo, pensano al lavoro come elemento centrale della propria vita e delle proprie opportunità di realizzazione. Danno comunque un giudizio positivo della scuola come spazio di crescita, di relazione, di conquista di autonomia e anche come indispensabile fattore di successo professionale.
Sul fronte del mercato del lavoro, a Torino si continuano a registrare buoni indicatori di crescita degli occupati nei servizi, crescente occupazione femminile, e una costante tendenza alla riduzione nel manifatturiero. Nell'esprimere le proprie esigenze le imprese confermano indici di elevata sensibilità per tutte le professioni tecniche, progettuali, legate ai sistemi di informazione; buone performance registrano professioni tradizionali e innovative nella distribuzione, piccola e grande, nei pubblici esercizi; molto buone le opportunità in tutte le specializzazioni edili (vedremo cosa succederà quando saranno chiusi i cantieri olimpici); sempre deboli le prospettive nei lavori a minor tasso di qualificazione dell'ufficio, segreteria, contabilità.

 
SOMMARIO DI QUESTO NUMERO  
 

Archivio
ANNO
ricerca per numero e anno
ARGOMENTI
ricerca degli articoli per argomenti
SPECIALI
titoli degli speciali
PAROLA
ricerca per parola chiave