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IN SENEGAL CON LE ONG
Cooperazione internazionale. Come funziona? Chi la esercita? Cosa bisogna fare per incominciare a lavorare nel grande mondo delle ONG?
Domande che molti giovani si pongono sempre più frequentemente.

di Maurizio Pagliassotti

Il mondo diventa un unico posto dove viviamo tutti insieme e la cooperazione, non solo per lo sviluppo, riveste un ruolo sempre più importante in campo economico e sociale. Il Settore Gioventù del Comune di Torino, attraverso il lavoro dell'ufficio Scambi Internazionali, ha proposto nel mese di dicembre un viaggio di conoscenza a undici giovani torinesi e non, interessati ad approfondire in maniera sostanziale cosa significhi lavorare nella cooperazione internazionale. Un'esperienza sul campo, in questo caso il Senegal. Undici giorni di immersione totale nei progetti che due tra le più importanti ong italiane portano avanti da diversi anni, la LVIA e la CPS.
Gli incontri preparatori sono serviti a fare "sciogliere" il gruppo, a conoscere la realtà senegalese, non solo della cooperazione, e ad avere delle indicazioni pratiche su quanto attende i partecipanti del viaggio. Partecipanti a cui è stato chiesto un contributo trecentocinquanta euro come parziale copertura delle spese.
Partenza il 5 dicembre 2002.
Finalmente si arriva in Senegal all'aeroporto internazionale di Dakar. Si ripete un gesto antico, che lo scrittore Kapucinsky racconta quasi come un battesimo: togliersi le maglie una volta scesi dall'aeroplano. Così tutti facciamo infatti, con qualche apprensione per le braccia scoperte ed esposte "all'incubo", iniziale, delle zanzare e quindi della malaria. Discorso quello della malaria che si ripeterà più volte durante il soggiorno, unito ad altri riguardanti le beghe di ogni viaggio in posti un po' "avventurosi".
I primi giorni si svolgono a Thyes, città distante quaranta chilometri da Dakar, che negli ultimi anni ha visto aumentare a dismisura la propria popolazione, con tutte le gravi conseguenze igieniche ed ambientali che ne possono derivare. Prima tra tutte quello dei rifiuti plastici, vera piaga che ammorba le vie della città, in particolare la zona centrale del mercato.
Lo stacco è notevole ed impegnativo. Si è catapultati dalla nostra opulente società occidentale dove il problema dei rifiuti è stato spostato dove gli occhi non cadono, vedi discariche ed inceneritori, alla sporcizia abbandonata ovunque e vissuta in maniera naturale.
L'impressione, che deriva anche dall'incontro con i giovani locali, è che il problema rifiuti sia una fissa del bianco che arriva ed inorridisce perché trova qualcosa di troppo lontano dal suo mondo. Tralasciando ogni considerazione filosofica sull'importanza relativa e soggettiva dei problemi, il tutto appare un po' grottesco e per questo l'impatto risulta forte sì, ma reale e non mediato.
Siamo nel Senegal vero, non quello dei turisti, patinato e di plastica. Undici ragazzi scaraventati dentro la realtà "altra" di un paese non sviluppatosi secondo i dogmatici canoni occidentali e quindi universali. In questo contesto opera l'organizzazione non governativa LVIA coordinata sul campo da Marco Alban, carismatico personaggio che tutto controlla.
Il programma, che prevede un vorticoso spostarsi da un capo all'altro della città, riunioni, incontri, anima la vita del gruppo che non conosce, letteralmente, un attimo di sosta. Tour de force che all'atto del ritorno verrà da tutti apprezzato.
Vengono approfondite le tematiche più spinose riguardanti i progetti sull'ambiente ed in particolare quello riguardante il recupero ed il riciclo della plastica, che prende il nome di Proplast.
Il lavoro non finisce mai perché la sera le discussioni continuano facilitate da un ambiente particolarmente suggestivo e stimolante. Tutto viene sviscerato nei minimi particolari, emergono le considerazioni personali non solo riguardanti i progetti incontrati ma anche argomenti più vasti e profondi.
Non mancano i momenti allegri, anzi, abbondano. Questo permette al gruppo di amalgamarsi, unito dalla gioia dell'esperienza e dal dolore dei guai fisici che a rotazione colpiscono, mai in maniera grave, tutti i membri del gruppo.
E poi c'è l'incontro con i locali: entusiasmante.
Senegal, il paese della "teranga", ovvero dell'accoglienza. Beh, non potrebbe esistere aggettivo più appropriato, anche se talvolta gli eccessi appaiono un po' interessati ad accaparrarsi la simpatia di un bianco che un giorno, in caso di fuga all'estero, potrebbe essere sempre utile…
Tutto risulta nuovo ma soprattutto vero. Un esempio per tutti: abbasso le posate,si mangia con le mani tutti dallo stesso piattone. Potrebbe sembrare un fatto esotico/turistico fine a sé stesso ma così non è. Perché fatto nelle case dei senegalesi che da sempre mangiano così e perché questa quindi è la consuetudine della famiglia o del gruppo ospitante.
Quindi ci sono i momenti simpatici, come il mangiare con le mani, ma anche quelli un po' più impegnativi come i servizi igienici "original made in Africa"…
Non tutto però è una festa. Alcuni progetti lasciano un po' di amaro in bocca e molti dubbi sull'effettiva incidenza che hanno sul territorio e sulla popolazione, che in alcuni casi ne risulta infastidita.
Domanda che gira nella testa di tutti: come si porta la cooperazione? Un problema cui mai nessuno aveva pensato data la visione ancora un po' coloniale del bianco che arriva e porta al nero arretrato la risoluzione di tutti i problemi.
È bello conoscere anche i lati oscuri della cooperazione ed è questo quanto gli organizzatori di questo viaggio si prefiguravano: una visione completa della realtà anche con gli aspetti più spiacevoli.
E poi c'è la conoscenza dei volontari che lavorano in questi progetti. Si rimane interdetti da questi ragazzi che per due spiccioli lavorano lontano da casa, in condizioni tecnologicamente precarie ma che si impegnano non solo in un progetto ma in un ideale tangibile. In un periodo di rivoluzionari da talk show, il loro silenzioso lavoro appare realmente sovversivo.
I giorni di Thyes scorrono velocemente e ci si sposta a Mbour, città che si affaccia sull'oceano atlantico. La storia ed i problemi di questo centro non si discostano molto da quanto incontrato a Thyes. Il turismo di massa ha portato un po' di lavoro e molto degrado igienico-ambientale e sociale.
Recuperare e rilanciare la micro imprenditoria attraverso il turismo responsabile integrato; creare un circuito di economia sostenibile e locale, gestita direttamente da determinati gruppi di interesse economico che si formano su territorio: ecco il lavoro della ong CPS, guidata da Fabio Ricci, instancabile tuttofare.
Beh, qui dobbiamo dire che l'esperienza è stata veramente entusiasmante. Un progetto che funziona e che dà frutti visibili, vissuto con grande spirito di volontà da moltissime persone di Mbour, in particolare dalle donne, veri assi portanti di tutto il lavoro.
Soggiorno in famiglia, tra nugoli di bambini festanti, mamme, formiche, pantagrueliche mangiate, discorsi stupidi ed impegnativi, giochi e balli, musiche e scambi di indirizzi. Durante il giorno incontri con le autorità locali, escursioni, visite nelle scuole, riunioni con i capi religiosi e sociali, visite nei bazar tradizionali.
Organizzazione perfetta non solo dei volontari italiani che operano sul territorio ma degli abitanti che prendono parte al progetto, che hanno superato brillantemente le difficoltà che si incontrano quando si devono supportare degli stranieri in Africa.
Il tempo trascorre velocemente, troppo. Giunge il momento del rientro e quindi del tirare le somme di quanto fatto.
Il comune di Torino scommette sui giovani e sulla loro voglia di iniziare un cammino nel mondo della cooperazione. Scommette spendendo molte energie, non solo finanziarie.
I partecipanti del viaggio sono chiamati a fare fruttare questo sforzo, come meglio credono. Non sono necessari grandi progetti, bastano piccoli atti che potrebbero diventare estremamente significativi per le persone di laggiù. Oppure un coinvolgimento maggiore, che porti ad approfondire l'interesse nella cooperazione internazionale in vista di un impegno diretto e sul campo.
Si torna a casa. In tasca una montagna di fotografie ed una ancora maggiore quantità di ricordi e riflessioni su quanto incontrato; il mondo cambia e la cooperazione internazionale aiuta a farlo in meglio e forse qualcuno tra i partecipanti ha deciso cosa fare da grande.

 
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