![]() |
società | |
|
|
||
| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 03/2003 | ||
|
|
||
|
|
CON
L'ACQUA ALLA GOLA
Forse non tutti sanno che Il titolo della celebre rubrica della Settimana Enigmistica a prima vista non sembrerebbe appropriato per un elemento naturale tanto noto e, per noi, di uso quotidiano quanto l'acqua. di Pierluigi Salza Eppure, sicuramente non tutti sanno che per vivere ci vogliono non meno di 40-50 litri di acqua al giorno; che un neonato tedesco consuma 40 volte più acqua di un neonato indiano; che 800 milioni di persone soffrono la fame perché la desertificazione ha tolto loro ogni possibilità di sussistenza; che circa cinque milioni di persone, e la metà sono bambini piccoli, muoiono ogni anno per malattie connesse alla non potabilità o alla carenza dell'acqua; e, soprattutto, che questo è il risultato del fatto che un numero considerevole e crescente di persone nel mondo non ha accesso all'acqua potabile: 1,5 miliardi secondo la Banca Mondiale, 1,8 miliardi secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità. Di qui deriva la sconfortante previsione che, se nulla sarà fatto per mutare la situazione, questo numero si eleverà nel 2020 a 3-4 miliardi, circa metà della popolazione mondiale. Diverse sono le cause additate per la crisi dell'acqua. Da un lato, una disomogenea ripartizione naturale dell'acqua sul territorio crea in alcune regioni del pianeta situazioni di grave penuria. Ma è altrettanto vero che le "guerre d'acqua" sono spesso conseguenza di più vaste contese per l'egemonia politica, economica e culturale. Si pensi ad esempio, in Medio Oriente, al conflitto intorno al bacino del Giordano (i confini tra Libano, Siria, Israele e Territori palestinesi) e alle tensioni che avvelenano le relazioni tra Turchia, Iraq, Siria e Iran nel bacino del Tigri e dell'Eufrate. "In realtà - spiega Wolfang Sachs, ricercatore presso il Wuppertal Institut per il clima, l'ambiente e l'energia in Germania - si deve parlare di scarsità prodotta dall'uomo". Ad essere imputati sono la gestione inefficace e dilapidatrice delle risorse disponibili e gli interventi dell'uomo sull'ambiente naturale. Quanto alla prima, bisogna ricordare che l'agricoltura assorbe il 70% dell'acqua prelevata, di cui il 40% va disperso nei sistemi d'irrigazione, in particolare nell'agricoltura intensiva. In più il 60% delle terre agricole nel mondo è coltivato a foraggio, destinato all'allevamento del bestiame che si trasforma in carne sulla tavola di quell'11% di umanità che possiede l'84% delle ricchezze e consuma l'88% di beni e servizi, inclusa l'acqua. Mentre solo il 20% dell'acqua prelevata serve per l'industria e appena il 10% per usi domestici. Infine il 50% dell'acqua prelevata è sprecato a causa delle perdite nei sistemi di alimentazione. Quanto all'invadenza dell'attività umana sulla natura, si può parlare ormai di allarme ecologico per la spregiudicata "dominazione umana sulle risorse del pianeta", secondo le parole di Gianfranco Bologna, segretario del WWF Italia. Ne sono testimoni: l'inquinamento e la contaminazione delle acque causati dall'uso massiccio di prodotti chimici in agricoltura e dall'insufficiente (o mancato) trattamento dei rifiuti domestici e industriali, che tra l'altro obbligano ad utilizzare ed esaurire falde acquifere sempre più profonde. Quanto alle grandi dighe, il cui numero è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi anni (sono 45.000 nel mondo le dighe alte più di 30 metri), i benefici ricavati sono assai inferiori ai danni prodotti. Tra questi vi sono la riduzione dell'apporto di acqua a valle delle stesse dighe, l'elevazione delle falde acquifere, lo sradicamento di intere popolazioni dalle proprie forme di vita e il possibile inquinamento dei bacini. Infine gli sconvolgimenti geologici "naturali", quali degradazione e desertificazione dei suoli, piene, inondazioni e siccità, sempre più frequenti negli ultimi decenni, sono, come è ormai assodato, strettamente legati ai cambiamenti climatici indotti dai gas di serra e quindi dall'uomo. Ma, accanto a queste, occorre prendere in considerazione l'importanza di altre ragioni della "crisi dell'acqua", quegli interessi di natura economica e politica che stanno direttamente alla base dei tentativi di instaurare con la forza domini regionali (ne è un esempio la guerra all'Iraq), prova anche dell'incapacità degli stati di condividere e gestire le risorse e i beni primari, come l'acqua, nell'interesse comune. In confronto a tutto questo, l'aumento delle popolazione mondiale inciderà relativamente poco. Infatti, è matematico prevedere che 100 milioni di Americani consumeranno più acqua di 7 miliardi di poveri Indiani. Acqua, l'affare del secolo Dinanzi a questo scenario, negli ultimi decenni l'acqua è diventata argomento prioritario nell'agenda politica degli stati e degli organismi internazionali. La prima Conferenza mondiale sull'acqua, tenuta a Mar de la Plata nel lontano 1977, aveva enunciato l'ambizioso obbiettivo di assicurare l'accesso all'acqua a tutti gli abitanti della Terra entro il 2000. In base ai dati riportati, risulta evidente che tale proposito è stato completamente inevaso. In tempi più recenti, nella Conferenza sull'ambiente di Rio de Janeiro del '92, era stato ribadito l'accesso all'acqua come diritto umano. Ma il secondo Forum mondiale dell'acqua, riunito all'Aja, nel Marzo del 2000, ha segnato una svolta epocale affermando che si tratta, invece, di un bisogno. Il Vertice di Johannesburg sullo sviluppo sostenibile, tenutosi nell'Agosto del 2002, enunciava un modesto impegno a dimezzare il numero di persone senza accesso all'acqua potabile entro il 2015. Tale obbiettivo, dinanzi al mancato raggiungimento del precedente ambizioso traguardo, non può che suonare come una rinuncia, senza contare che il Piano d'Azione scaturito a Johannesburg non citava nemmeno la questione della gestione delle fonti d'acqua lasciando aperta su questo punto ogni possibilità. Per arrivare, infine, al terzo Forum mondiale dell'acqua, che si è chiuso il 22 marzo di quest'anno a Kyoto con il generico riconoscimento che "l'acqua è elemento essenziale per lo sviluppo sostenibile" e con il monito che però "ricade sui singoli governi nazionali la responsabilità di agire", nuovamente senza impegni concreti quanto a norme e scadenze e senza alcun riferimento alla necessità di accrescere gli aiuti internazionali, finalizzati a questo scopo, verso i paesi cosiddetti "in via di sviluppo". Un passo indietro perfino rispetto a Johannesburg. La storia recente ci rimanda dunque un quadro in cui gli organismi internazionali, operato ogni volta un meticoloso aggiornamento delle cifre della sete nel mondo, manifestano poi una drammatica impotenza nell'imporre qualsiasi regola. Sappiamo infatti che le cifre della sete mondiale e la loro denuncia non sono di per sé sufficienti a far cambiare l'ordine delle cose. Ma, ad ogni buon conto, l'acqua è un diritto? No, è un bisogno, una merce come un'altra. Questo ha sancito, dopo il Forum dell'Aja, il potente WTO (Organizzazione Mondiale per il Commercio) al Vertice del Qatar. La pressione nel frattempo esercitata su politici e opinione pubblica ha fatto sì che un numero crescente di persone e di dirigenti considerino l'acqua principalmente come un bene economico, il cui valore, proprietà e uso non possono sfuggire alle leggi del mercato, sull'onda di un fenomeno che ha interessato tutti i settori economici negli ultimi trent'anni. Perciò l'acqua avrà un prezzo e produrrà profitti. E la sete potrà anzi costituire un ottimo pretesto per un intervento del mercato secondo le proprie logiche, basate sulla privatizzazione dei servizi e sulla loro presunta efficienza, benché le esperienze di gestione privata dell'acqua in Gran Bretagna e in Francia, le prime in Europa e tra le prime nel mondo, non avvalorino affatto la tesi di una gestione meno sprecona e più "ecologica". D'altra parte, la privatizzazione delle società pubbliche, incluse quelle adibite ai servizi essenziali, è una delle strategie imposte dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, attraverso il ricatto sui debiti, ai Paesi "in via di sviluppo" con l'obbiettivo di "stimolare la crescita economica" e sanare la gestione delle imprese. L'80% dei finanziamenti stanziati da queste istituzioni sovranazionali per le risorse idriche sono andate per la costruzione di infrastrutture private, mentre solo l'1% dei fondi è stato impiegato per estendere l'accesso all'acqua. Così, in conformità a questa tendenza, la proprietà e la gestione dell'acqua in molte grandi città dei paesi "in via di sviluppo" (tra le tante ricordiamo Città del Messico, Hanoi, Buenos Aires, Casablanca, Mosca) sono passate sotto il controllo di grandi imprese private transnazionali, i cui interessi stanno dietro alla privatizzazione dell'acqua. Tra le maggiori ricordiamo: la Vivendi Water, ex Generale des Eaux, e la Lyonnaise des Eaux, entrambe francesi, che da sole controllano il 70% del mercato attuale, seguite da Nestlè e Danone, Coca Cola, Pepsi e Monsanto. L'effetto immediato è stato un drastico aumento dei prezzi e l'abbandono a se stesse delle aree meno convenienti. La raccolta e la distribuzione dell'acqua potabile sono il nuovo grande affare del secolo, del valore di alcune centinaia di miliardi di dollari che, nel giro di un ventennio, potrebbe raddoppiare. Bisogno o diritto: il Manifesto dell'acqua Nel momento in cui si mette l'accento unicamente sulla penuria, non si persegue affatto l'obbiettivo di rendere l'acqua accessibile a tutti, ma quello di gestire la mancanza d'acqua in modo "economicamente" efficace e razionale. Ma l'alternativa alla cattiva gestione non può essere rappresentata da un'azienda multinazionale che non è tenuta a rendere conto ad alcuno, affidandosi a risposte "pragmatiche", "globali" e "realiste" del tipo: "bisogna lasciare agire l'economia", "basta dare un prezzo all'acqua, il giusto prezzo di mercato", "bisogna limitare la crescita demografica", "applichiamo il principio: chi usa paga". L'alternativa può consistere soltanto in una gestione equa e solidale. Le organizzazioni che si oppongono alla privatizzazione della gestione dei servizi d'acqua si sono riunite nel Forum Alternativo Mondiale dell'Acqua tenuto a Firenze il 21-22 marzo, contraltare del Forum mondiale dell'acqua di Kyoto. Per cercare di contrastare la tendenza alla mercificazione dell'acqua già alcuni anni fa era nata la Campagna internazionale per il Contratto mondiale dell'acqua, sostenuta da numerosi comitati nazionali, associazioni di cittadini e organizzazioni non governative, i cui obbiettivi sono sintetizzati ne Il Manifesto dell'acqua, di cui è estensore l'economista Riccardo Petrella. Tra bisogno e diritto "la differenza è fondamentale - sottolinea Petrella - Il diritto è qualcosa di inerente all'essere umano. Implica che la collettività riconosca che è sua responsabilità creare le condizioni affinché il diritto possa essere esercitato. Viceversa, il concetto di bisogno non contiene in sé un'idea di responsabilità collettiva: spetta al singolo individuo procurarsi i mezzi per soddisfarlo". E ancora: "Anche laddove l'acqua è stata considerata un bene comune, essa è diventata fonte di potere e d'ineguaglianza sociale. Per questo è tempo che l'accesso all'acqua sia l'espressione di una società che ha sete e voglia di uguaglianza sul piano dei diritti umani e sociali." Questa voglia di giustizia e di solidarietà è all'origine del Manifesto dell'acqua, testo base della 'rivoluzione dell'acqua' e della proposta di un nuovo urgente sistema di regole. Poiché consumare acqua non è una scelta, il Contratto mondiale dell'acqua riconosce in questo elemento qualcosa di più di una semplice risorsa: un bene vitale per ogni essere vivente e per l'intero ecosistema Terra, appartenente al patrimonio comune del mondo. Per questo l'accesso all'acqua, il suo uso e l'obbligo della sua conservazione non possono essere oggetto di un'appropriazione individuale, privata. Di tale patrimonio gli stati sono proprietari responsabili e l'acqua deve essere esclusa da qualsiasi accordo commerciale internazionale. Tra le priorità fissate dal Contratto l'urgenza spetta alla definizione di un Diritto mondiale dell'acqua e alla modifica delle leggi nazionali allo scopo di far riconoscere la comunità mondiale come soggetto di diritti/doveri. Secondo il Contratto, sull'acqua presente in una certa regione la comunità locale esercita i suoi diritti di uso e i suoi doveri di conservazione in nome e su mandato della popolazione mondiale e delle generazioni future. La vendita eventuale di acqua al di fuori della regione non deve essere di tipo commerciale, ma deve rappresentare una forma solidale di scambio e di condivisione di un bene comune tra i popoli, in base a regole definite nell'ambito di una convenzione mondiale e sottomesse al potere di controllo di un'autorità mondiale dell'acqua, anziché alle regole commerciali del WTO. La copertura dei costi d'accesso all'acqua deve essere a carico della collettività, regolata da un sistema di tariffe basato su tre livelli di utilizzo: il primo livello corrisponde ad un minimo vitale di 40 litri al giorno per persona garantito attraverso meccanismi fiscali equi e solidali; il secondo livello corrisponde al consumo che eccede questa quota e che sarà pagato da ciascun cittadino su basi progressive; il terzo livello è quello dell'abuso, e in quanto tale vietato e sanzionato al pari dell'inquinamento idrico. Ancora, si chiede una riforma strutturale dei sistemi spreconi di irrigazione nell'agricoltura intensiva e una moratoria di dieci anni nella costruzione di grandi dighe. Il Manifesto dell'acqua così conclude: "La storia dimostra che sovente le utopie sono la realtà di domani. È anche certo che non lo diventeranno se si sta solo a guardare e a sperare."
|
| SOMMARIO DI QUESTO NUMERO | ||||||
|
|
||||||
|
||||||
|
||||||