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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 03/2003 | ||
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TRACCE di Aldo Ferrari Pozzato Via Giolitti accompagna ormai da un decennio con sabaudo riserbo il vai e vieni delle ragazze e dei ragazzi che si recano ad A.RI.A., Spazio d'Ascolto della città, luogo in cui si usa soprattutto la parola viva e diretta per narrare, descrivere, a volte trasformare la propria vita. Ma anche la scrittura ha una sua parte non trascurabile e con un tempo e un campo definiti, diversi da quelli della parola parlata. Sul tavolino dell'ingresso fa bella mostra di sé un quadernone su cui chi viene e chi va può lasciare una traccia, qualcosa per gli altri e per sé. I quadernoni sono ormai parecchi, quando uno finisce viene archiviato. Col tempo il modo di usarli è cambiato. Sono cresciuti con noi. Poi c'è l'agenda delle comunicazioni interne tra noi che lavoriamo ad A.RI.A., una per anno. Con pagine debordanti e altre immacolate: il ritmo dei tempi e delle stagioni e dei rapporti tra di noi. Nelle serie di colloqui in cui si dipanano gli incontri ad A.RI.A. qua e là germoglia la scrittura. Succede che per un imprevisto il colloquio salti. Allora sono veloci bigliettini per dire che si è passati e per comunicare le ultime avventure. In realtà un segno di affetto: ci sono, ti penso, continuo con te anche se questa volta non ci siamo incrociati. C'è chi viene portato altrove dalla sua storia e manda un'ultima lettera di commiato. Leggerle è sempre emozionante: il condensato di mesi o di anni di lavoro comune scandito da colloqui quasi sempre settimanali. Una traccia di quella intimità esclusiva che per un po' di tempo ci ha tenuti uno di fronte all'altro a parlare della vita che ci attraversa. Altre volte sono scritti che coprono temporanei periodi di lontananza: cartoline dalle vacanze, lettere di viaggio, resoconti di nuove esperienze e riflessioni su quelle passate. Frasi icastiche e telegrafiche, meditazioni assorte e oceaniche, sprazzi di allegria e nostalgia. Ma i rapporti si possono invertire ed è la scrittura a diventare testimone della continuità della conoscenza reciproca, punteggiata da incontri di persona ormai sporadici. Tracce che segnano una presenza nell'assenza resa necessaria da circostanze ineludibili e sopraggiunte quando il desiderio di contemplare assieme cosa succede è ancora forte, vivo e importante. E mi vengono in mente tutte quelle situazioni che iniziano, si sviluppano e si concludono senza che ci sia mai fisicamente un incontro. Per esempio attraverso la posta elettronica. Però ne ho già parlato in un altro articolo e sarà pur vero che repetita iuvant, ma qualche volta stufant. Preferisco tratteggiare quelle situazioni in cui lo scritto non sostituisce bensì accompagna la presenza fisica e la rafforza o la conferma, per un verso o per l'altro. Dagli strati più profondi della mia memoria di A.RI.A. emerge un diario, che mi riporta a una vicenda di una decina di anni fa, quando A.RI.A. era appena stato aperto ed eravamo curiosi di vedere cosa sarebbe successo. Un bel giorno di primavera arrivarono tre ragazze, che si fermarono fuori dalla porta. Le invitai a entrare e così facemmo conoscenza. Io, loro e l'inseparabile diario. Sul diario trascrivevano l'esperienza della loro vita comune. Vita che cambiava e le portava in direzioni diverse. Capire questo per loro fu molto doloroso, perché si volevano e si erano volute molto bene. A un certo punto mi affidarono il diario, la loro vita insieme: non vi avrebbero più scritto. Erano pronte per prendere strade diverse. Per me fu la prima volta in cui mi si affidò qualcosa di così importante. Un po' più in su pesco dagli archivi interiori un foglio con una lista di argomenti, stilati con una grafia precisa e minuta. Me lo portò al nostro primo colloquio una ragazza serrata in un tailleur. Era il terzo appuntamento che fissava e il primo che riusciva a cogliere. In quel foglio c'era tutta la lotta tra la voglia di parlare finalmente di sé e la fatica e la difficoltà insita nel cercare di scoprirsi davanti a un'altra persona. Ci vedemmo per cinque anni. Col tempo non ci fu più bisogno della mediazione di un foglio e furono sufficienti jeans e maglietta. E mi si aggirano per la testa appunti presi nella paura di arrivare a A.RI.A. e non riuscire a dire tutto. E scritti testimonianze, portati come prove di ciò che avviene là, fuori dalla porta. Ricevuti o da (non) inviare, speranze e delusioni, incontri e distacchi. Lacrime e soprassalti. A volte letti per vedere che effetto facevano quelle parole se pronunciate ad alta voce e non nella solitudine. Ieri come oggi. Tutti noi pensiamo che sarebbe una perdita smisurata per l'uomo, non sentire più il dovere\piacere di scrivere e non potere\volere più leggere in quella maniera che unica dà davvero il sapore del messaggio privato, solo per te. Ad A.RI.A. per ora non succede. |
| SOMMARIO DI QUESTO NUMERO | ||||||
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