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maggio/giugno 2003







Chi è?
Niccolò Zancan ha 32 anni.
A 21 ha cominciato a lavorare per Radio Torino Popolare, dove curava il notiziario. In seguito a varie collaborazioni, a 24 anni ha cominciato a scrivere per le pagine di Torino cronaca de La Repubblica e, a 29, è stato assunto. Ha scritto a lungo di sport; attualmente si occupa soprattutto della cronaca nera.







 




 

 

 


UNA VITA DA CRONISTA
Per il giornalismo, abbiamo intervistato Niccolò Zancan, giovane e dinamico cronista delle pagine torinesi di la Repubblica, esempio perfetto di chi, per stare dentro alla notizia, e poi scriverne, ogni giorno "consuma le suole".
Il mantra del giornalista? Umiltà, curiosità, ostinazione e fortuna.


di Tiziana Catenazzo
Cosa significa fare il cronista?
Normalmente si ritiene che la prima preoccupazione del cronista sia quella di scrivere. In realtà lo scrivere è l'ultima cosa di questo lavoro. Non voglio dire che non sia importante sapere scrivere, e scrivere bene. Ma che ci sono altre cose, egualmente importanti, che un cronista deve saper fare, nelle quali intervengono le sue capacità relazionali e organizzative, la sua sensibilità. Il pezzo, di solito, lo si scrive a fine giornata, e la giornata la trascorri, prima di tutto, a leggere ciò che gli altri hanno scritto, poi a cercarti delle fonti attendibili, a recarti direttamente nei luoghi dove le cose accadono o sono accadute.

E com'è un cronista? Come sei tu?

Determinato, curioso, intraprendente, umile. Soprattutto, non si scoraggia se le cose vanno male. I momenti difficili, le situazioni critiche, sono all'ordine del giorno. Ed è specie in quei casi che deve reagire e non farsi prendere dallo sconforto. Perché quando ti dicono "scrivi", tu devi scrivere e basta. E alle volte capita di ritrovarsi davanti al foglio bianco e non sapere da che parte cominciare. Bisogna essere ostinati, anche. A parte questo, il cronista deve sempre prestare molta attenzione.

Attenzione a cosa?

Attenzione a tutto, alle cose importanti ma anche ai dettagli, alle sfumature. Bisogna far caso anche alle cose che gli altri non notano: spesso si tratta di particolari rilevanti.

E perché è un mestiere umile?
Perché il giornale, una volta letto, non lo si conserva e lo si butta via. Si dice che il giorno dopo ci si incarta il pesce. Ciò che il giornalista scrive, non rimane. Se questo da un lato ti disorienta (e ti dici "ma allora a cosa serve, se quello per cui ho sudato ieri è già nel cestino?"), dall'altro lato, però, capisci che il giornale è come il pane, e come il pane lo si fa tutti i giorni. Ma costa fatica. Il giornalista consuma le suole, corre spesso, si reca personalmente nei posti e a parlare con le persone dalle quali può ottenere informazioni, dichiarazioni. Conduce una vita frenetica.

È questo uno degli inconvenienti?
Direi di sì. Si fa quasi tutto di corsa, in maniera caotica. Anche per scrivere, il tempo è poco. In pochi minuti, devi decidere cosa scrivere e come impostare l'articolo, a cosa dare rilievo e che cosa invece scartare.

Cosa ti piace di questo mestiere?

Il fatto che ogni giorno ricominci da capo. Riparti con una situazione sempre diversa da affrontare. Ti rimetti sempre in gioco, con le tue abilità e i tuoi difetti; se ti è andata male il giorno prima, puoi rifarti. Puoi migliorare, insomma. È molto stimolante, e spesso è proprio nelle situazioni più difficili che riesci a dare il meglio.

E gli aspetti negativi, invece, quali sono?
Che è un mestiere poco regolato. Gli orari non esistono, e può capitare che dalla redazione ti chiamino quando sei a tavola con la famiglia, magari a festeggiare il tuo compleanno. C'è anche il fatto che non riesci a formarti una cultura solida, approfondita. Il giornalista sa cavarsela in ogni situazione, e parlare un po' di tutto, ma spesso la sua cultura rimane in superficie. A meno che egli non desideri, per conto suo, approfondire alcune cose.

Che tipo di scrittura è la tua?
È semplice, diretta, deve arrivare a tutti. Su un giornale bisogna scrivere come si parla, e cioè utilizzando un linguaggio medio, comune. Scrivi le cose che diresti a un tuo amico parlandoci al bar. A quattr'occhi.

E che tipo di scrittura, invece, non ami trovare sui giornali?

Quella delle frasi fatte, del tipo "pioggia battente" e "spettacolo raccapricciante". Se uno vi ricorre, invita il lettore a non ragionare, a non riflettere. Questi modi di dire sono cibi preconfezionati che vanno bene sempre. Ma significano anche che tu non eri lì, in quel momento, a guardare. O, se c'eri, non hai notato davvero niente. Ed è impossibile "esserci" e non notare niente.

E i giovani cronisti, cosa dovrebbero evitare?

La cosiddetta sindrome dell'astante. Descrivere una scena, alla quale hanno assistito, come se fossero gli unici spettatori di quel fatto "incredibile, epocale", e così via. Perché il loro compito non è comunicare le loro emozioni, ciò che hanno provato davanti ad una particolare scena. La scrittura deve rimanere asciutta, oggettiva, e non diventare enfatica, eccessiva, ridondante. Il giornalista dovrebbe porre la giusta distanza fra sé e le cose che descrive. E rispettare il lettore, verificando l'esattezza di ciò che scrive e non pretendere, con il suo pezzo, di spiegargli alcunché, di rivelargli il significato delle cose.
 
SOMMARIO DI QUESTO NUMERO
 

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