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maggio/giugno 2003








niccolò ammaniti


Chi è?
Niccolò Ammaniti è nato a Roma nel 1966. Ha pubblicato Branchie (1994), il saggio Nel nome del figlio e una raccolta di racconti, Fango (1996). Alcuni suoi racconti sono usciti nelle antologie Gioventù cannibale (1996). Infine, nel 1997, Tutti i denti del mostro sono perfetti e, nel 1999, Ti prendo e ti porto via.
Io non ho paura
(2001) è il suo ultimo lavoro.







 




 

 

 


LA VOGLIA INCONTENIBILE DI SCRIVERE
La scrittura attraverso il racconto dei suoi protagonisti: per indagarne le difficoltà ma anche i momenti "felici", dal talento all'ispirazione, dalla "fatica di scrivere" allo stato di grazia, abbiamo intervistato, per la scrittura narrativa, Niccolò Ammaniti, al vertice delle classifiche per i libri più letti, con il suo Io non ho paura, dal quale il regista Gabriele Salvatores ha tratto l'omonimo film.

di Tiziana Catenazzo
Come sei diventato scrittore?
La scrittura è una delle cose più semplici ed immediate che si possano fare. Non voglio dire che sia facile scrivere, ma semplicemente che, per scrivere, servono soltanto un foglio e una penna. Non è indispensabile, per scrivere un buon libro, essersi prima laureati o frequentare gli atenei, e nemmeno è d'obbligo essere andato bene a scuola, venire promosso ogni anno.

Che cosa conta, allora?
Tutto e niente. Tutti e nessuno. Semplicemente, la scrittura è un'attività che non si impara con un apprendistato. Il lavoro che conta, alla fine, è quello che tu stesso fai sul testo e, prima ancora, sui libri che gli altri hanno scritto e che pensi possano in qualche modo servirti. Non devi instaurare nessun tipo di rapporto interpersonale, né acquistarti la fiducia di nessuno. O rispettare gli orari. Libertà assoluta, tranne le regole che tu stesso ti dài.

Libertà e facilità. Basta quindi mettersi a tavolino?
Sì. Anche rispetto alle altre arti, lo scrivere è la più semplice. Più facile che disegnare, ad esempio. Almeno per me, ma credo che per molti sia lo stesso. Più facile tenere la penna che un pennello. Più facile dare senso e forma alle cose scrivendo, che disegnando, o scrivendo musica.

Allora ad un certo punto, hai detto: faccio lo scrittore.
No, e neppure mi ci sono sentito finché non ho capito di poterne vivere. Fino alla firma del primo contratto con la Mondadori. Non si vive d'aria. Nel frattempo, però si possono esercitare professioni che hanno una qualche attinenza con lo scrivere. Spesso poi capita di continuare a svolgere tutte queste attività "parallele". Io sto scrivendo anche per il cinema… Se vuoi fare lo scrittore, ti puoi avvicinare alle professioni che, più o meno, la implicano.

Cosa hai fatto per imparare a scrivere, e cosa fai?
Io leggevo, e leggo. Leggevo di tutto. Non ho una cultura e una preparazione accademica, e quindi leggo tutto ciò che mi attira, secondo il mio gusto e l'istinto. Amavo i narratori inglesi di fine '800: Robert Stevenson, Joseph Conrad e Henry James, ma leggevo anche Simenon. Tuttora mi appassiona l'horror americano anni '80.

Quando e come scrivi?
Scrivo soltanto quando mi ci vedo costretto. Avviene di solito per due ottimi motivi: perché la voglia di scrivere è divenuta quasi incontenibile; perché ho maturato, nella mente, un'idea talmente buona che mi sentirei in colpa a non scriverla.

Ti succede, allora, di non scrivere per lunghi periodi di tempo?
Vivo lunghi periodi di inattività, di oltre un anno. Una delle mie condizioni, per scrivere (che credo condivisa da molti), è la solitudine totale. L'isolamento più completo dal resto del mondo. Quindi, quando decido di mettermi a scrivere, decido anche di separarmi dal consorzio civile. Interrompo ogni relazione e frequentazione; smetto di fare ogni altra cosa. L'unica realtà per me possibile, allora, è quella dei miei personaggi. Gli unici rapporti sono quelli che vivo con loro, e tramite loro. E sono talmente forti da non consentirmi pause o distrazioni.

Come capisci di aver fatto un buon lavoro?
È uno stato di grazia: i tuoi personaggi sono vivi, hanno improvvisi scatti di vita. Scattano perché cominciano a vivere di vita propria, e a fare cose che tu stesso non ti aspettavi. Sembra assurdo ma è così.

E quando ti è successo l'ultima volta?
Quando ho scritto la scena delle Terme di Saturnia, in "Ti prendo e ti porto via".

Quali errori commettono i giovani aspiranti scrittori?

Spesso pensano di dovere scrivere il libro della vita, quello definitivo. Ma non si può scrivere una storia una volta per tutte, e pretendere di farlo nel modo migliore. Ogni libro è solo un gradino, una tappa. Se hai una bella storia da raccontare, basta questo per scriverla. Bisogna farlo con la stessa predisposizione con cui si racconta una storia ad un bambino, la sera: non sarà mai l'ultima, e deve cambiare ogni sera. Non esistono i libri perfettamente riusciti, o compiuti, né gli scrittori che possano esaurire, in un solo libro, tutto ciò che hanno da dire.
 
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