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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 03/2003 | ||
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MORNING SCRITTURA! Sul significato della scrittura, ancora e spesso ci si interroga. Perché l'uomo non nasce scrittore. Ma l'uomo è colui che si pone delle domande, che s'interroga sul significato delle cose e della vita: se però il porsi delle domande è anche ciò che fa lo scrittore, non è per il solo fatto di porsi delle domande che si diventa "scrittori". di Tiziana Catenazzo Lo scrittore scruta il reale, lo scompone e lo ricompone, lo modifica fino a farne una cosa sua. La scrittura, così dicono, razionalizza. Attraverso la combinazione dei segni grafici, l'uomo non solo dà forma al reale, riorganizzandolo, ma anche materializza ciò che materialmente non esiste: il pensiero. Quando qualcuno "si esprime", significa che tira fuori quel che ha dentro, quello che pensa. Un uomo può benissimo ragionare tutta la vita senza dover scrivere mai una riga. Ma se scrive, il suo ragionamento si fa visibile, concreto, entra nella sfera del reale, e ci rimane (scripta manent). Dalla scrittura del diario alle prime composizioni in versi o in prosa, fino ad arrivare al romanzo: la scrittura può coniugarsi nei modi più diversi. Sono tantissime le vocazioni, le professioni, le attività e le carriere connesse allo "scrivere". Ma dal giornalista al romanziere, dal poeta all'editor, dall'addetto stampa allo scrittore su web, ognuno di questi "scrittori" trasferisce e materializza, sulla carta, il proprio pensiero. Che infatti, il piacere di scrivere è soprattutto questo: la possibilità di esprimere il proprio punto di vista, il proprio modo di vedere e di intendere le cose. Lasciando un po' di sé alla carta. È un privilegio che accomuna quasi tutte le professioni dello scrivere. Scrivere è quindi un mestiere da privilegiati. Per quanto sempre esistano dei vincoli (di tipo sociale, morale, economico perché sempre, sempre, la scrittura deve rispondere a determinati obiettivi e requisiti, predeterminati o meno, e più o meno espliciti ), chi scrive è sempre un "privilegiato". Il narratore e il poeta, il giornalista, il traduttore, l'editor o, addirittura chi si guadagna da vivere scrivendo i discorsi altrui, tutti loro lasciano sempre alla pagina (magari implicitamente) il proprio imprinting. E il privilegio sta anche in questo: che la scrittura rappresenta i problemi, serve ad impostarli correttamente. Non a risolverli. Lo scrittore non è un politico o un filosofo (si tratta, altrimenti, di politici-scrittori, di filosofi-scrittori, e non del contrario) e neppure ha, ogni volta, una tesi diversa da dimostrare, una questione nuova da risolvere: semplicemente, egli "esprime" il reale, rivelandone gli aspetti rimasti fino ad allora sconosciuti, bui: una porzione nuova di realtà. In questo l'uomo si distingue dall'animale: ha sempre da guadagnarsi nuovi "brani" di reale. Una frazione, un bàttito, una sezione minima di vita che ha scoperto e vuole portare a galla. Per questo, come dice Domenico Starnone (Premio Strega 2001), lo scrittore "ha da essere imprudente e impudente", e cioè non risparmiare nulla alla carta: deve scrivere tutto ciò che ha da dire, e non lasciarsi condizionare dal timore di offendere la suscettibilità di alcuno (o la propria!). Il fine della scrittura non è di produrre semplicemente una cosa 'ben fatta', che risponda cioè a determinati criteri estetici, né tanto meno deve servire a renderci più sopportabile o godibile il reale. Impudenza e imprudenza. Perché il testo letterario deve essere percepito immediatamente. Deve arrivare, dev'essere còlto in maniera fulminea, precipitosa, tanto da far perdere al lettore ogni altra connotazione di tempo e di spazio. Un corto circuito, come si dice in questi casi. Un buon libro, ha scritto Kafka, è quello che "mi attraversa l'anima come un colpo d'ascia in un lago ghiacciato". Anche formalmente, quindi, il testo letterario è cosa ben diversa dal discorso piano, dimostrativo, dalle ordinate sequenze logiche. Questo succede anche per un'altra fondamentale caratteristica della scrittura: l'invenzione. E' vero che lo scrittore ordina il reale, ma è altrettanto vero che ciò che ne risulta, alla fine, è il suo reale. E che la scrittura è sempre a metà fra realtà e invenzione. Perché lo scrittore non è chi si attiene fedelmente alla realtà, o alla 'verità' dei fatti così come essi si sono oggettivamente svolti, né il suo successo sarà determinato dall'essere più o meno credibile, o verosimile. E proprio perché lo scrittore intuisce e scrive cose "nuove", e svela nuove dimensioni del reale, va sempre alla ricerca di nuovi strumenti e nuove forme. Se mente, è perché cerca la parola che meglio esprima ciò che ha da dire. "Lo scrittore è il punto 'terminale' di tante azioni vere", insegna Flannery O'Connor. La scrittura si compone in genere di due momenti: l'estasi e il ritrovamento. Prima, quasi la perdita di coscienza; poi il ritrovarsi, il rinascere a vita nuova, e sentire davvero di avere acquisito un qualcosa di più, di nuovo. L'intuizione permette allo scrittore di selezionare, nella memoria del suo "vissuto", delle immagini e dei ricordi particolari. In seguito, viene il duro lavoro, la fatica. 0'Connor spiegava anche che lo scrivere è un lavoro soprattutto fisico: quando i suoi personaggi corrono e sudano, anche lo scrittore corre e suda. Una totale simbiosi, che si realizza soltanto quando lo scrittore crede fermamente in quello che scrive. Dall'estasi, dallo stato di grazia, al lavoro cosciente e ordinato, paziente, della composizione, della ricerca linguistica e di stile. È così che nella persona dello scrittore giungono spesso a convivere tre individui: l'affabulatore, l'insegnante e l'incantatore. Ma il piacere di scrivere va anche esercitato: se infatti lo scrittore, di qualsiasi tipo, ha un "binario" ufficiale, scoperto, di scrittura (di ciò che pubblica), ne ha sempre anche un altro nascosto. Il quaderno degli appunti, il diario, la corrispondenza. Fino al secolo scorso gli scrittori scrivevano tantissime lettere. L'epistolario di alcuni è copiosissimo. La lettera, un tempo, era non solo un mezzo di comunicazione ma di verifica: serviva ad affinare e correggere il proprio metodo, lo stile; a reimpostare un problema, una situazione. In essa il romanziere spesso anticipava ciò che sarebbe poi finito nel libro: trama, personaggi, ordine narrativo, immagini, forme linguistiche... La corrispondenza era il "laboratorio" dello scrittore. Allo stesso scopo servivano, e tuttora servono, il taccuino e il diario. Sono "luoghi" in cui ci si esercita a scrivere. Spesso associato alla sola dimensione consolatoria e intimistica, il diario è (specie per gli adolescenti) lo spazio in cui si razionalizza il proprio vissuto. Perché altrimenti si mente spesso al proprio Diario? L'esperienza del diario accomuna generazioni e generazioni di giovani, e meno giovani. Nel diario la scrittura si fa esercizio ed insegna, inoltre, che a scrivere non s'impara mai definitivamente. Nessuno scrittore, nemmeno il migliore (ma chi è? sarai tu che leggi?) potrà affermare che la sua scrittura è compiuta. Tutti, allora, possono imparare a scrivere La scrittura, infatti, è un'arte arbitraria, il cui procedimento - il meccanismo che ne regola e combina gli elementi - è ancora quasi del tutto sconosciuto. Lo "scrivere bene" (a qualsiasi genere appartenga: letterario, giornalistico, ecc.) non è mai soltanto questione di metodo. E le analisi quasi scientifiche, dei critici, ancora non ne illuminano tutti gli aspetti. Ma il piacere di scrivere, rimane: è la consapevolezza di poter meglio conoscere noi stessi e il mondo. La scrittura in qualche modo ci allontana dall'origine nostra primitiva, di quando cioè eravamo soltanto capaci di conoscenze pratiche.
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