|

|
INFO
|
Capo
verde è un arcipelago di nove isole abitate ed altri numerosi
isolotti, situato a 500 km. dal Senegal, nell'Oceano Atlantico.
In relazione ai venti, Capo Verde si divide in due parti. Ci sono
le isole di Sottovento, che sono Santo Antao, S. Vicente, Santa
Luzia, S. Nicolau, Sal e Boavista, e quelle Sopravvento come Santiago,
Maio, Fogi e Brava.
Clima: è tropicale secco, la temperatura media annuale è
di 25°.
Info turistiche: A Capo Verde ci si arriva con l'aereo, partendo
da Milano, Bergamo, Verona o Roma. Il viaggio dura 6 ore. Una volta
arrivati si può decidere di sostare nell'isola di Sal e poi
visitare le altre isole, spostandosi coi voli locali. Per poter
andare a Capo Verde è necessario disporre di passaporto con
visto. La moneta locale è l'Escudo Capoverdiano, non convertibile,
suddiviso in 100 centavos; 1 Escudo corrisponde a circa 1 centesimo.
Il fuso orario è di due ore in meno rispetto all'Italia (tre
quando in Italia c'è l'ora legale). La lingua ufficiale è
il portoghese, ma la maggior parte della popolazione parla il creolo.
Non sono obbligatorie particolari vaccinazioni. |
|
CAPO
VERDE UN MARE DI ISOLE
di
Miriam
Massone
Sole alto
e caldo, tremendamente caldo. Il vento invadente rende piacevole passeggiare
lungo la spiaggia dorata, puntellata qua e là da piccoli buchi
appena scavati da granchi ansiosi di nascondersi. Sono le 11 del mattino
qui sull'Isola del Sale, nell'arcipelago di Capo Verde. L'oceano dorme
ancora, le onde sono appena accennate. Case basse di pietra, dipinte d'azzurro,
verde, rosa e bianco se ne stanno sullo sfondo di questo paesaggio che
pare dipinto da mani felici. Ma dove sono tutti, Capoverdiani e turisti?
Non si vede nessuno. In lontananza solo l'abbaiare di cani e qualche vociare
in una lingua musicale, ma incomprensibile.
Proseguiamo lentamente lungo la spiaggia di Santa Maria, lasciando vistose
impronte sulla riva. A poco a poco, quella che da lontano sembrava una
macchia d'indistinti colori ora si fa sempre più nitida: si tratta
di persone, bambini e adulti, donne e turisti, capoverdiani dalla pelle
scura e americani albini. Sembra si siano dati appuntamento. Stanno tutti
su un pontile in legno proteso verso l'Oceano indaffarati, chi a fotografare
quello scorcio di vita quotidiana, chi a lavorare. Più tardi ci
verrà spiegata l'importanza di quel luogo e di quel momento, uno
dei più tipici e pittoreschi dell'Isola del Sale: è il piccolo
porto locale, dove ogni mattina arrivano i pescatori, con le loro barchette
in legno, carichi di pesce. Sul momento qualche isolano li pulisce e subito
qualcun altro li compra, non prima che turisti incuriositi si facciano
immortalare mentre sorreggono un barracuda lungo un metro o un tonno dalle
pinne gialle. Ma non sono rari neppure gli squali. Lo stupore che si prova
nel vedere arrivare le imbarcazioni per la pesca da altura con uno squalo
bianco a bordo, si trasforma presto in leggero timore quando le pinne
di squali, questa volta vivi, si vedono spuntare dall'acqua, quasi a riva:
"State tranquilli - ci rassicurano - sono piccoli e non fanno nulla".
Intanto però per quel giorno qualcuno preferisce glissare sulla
nuotata e dedicarsi piuttosto al tour dell'isola...
L'isola
del Sale
Si
parte da Santa Maria, il paesino più turistico dell'isola, dove
hanno sede i principali alberghi. Quattro pick-up raccolgono tutti gli
escursionisti e ci fanno accomodare nel vano posteriore, su tavole di
legno sistemate a sedili per l'occasione. La carovana parte lungo l'unica
strada, tra una rossa terra arida e incolta. Il paesaggio è lunare,
desertico. Si fa presto a capire come mai, quando l'isola venne scoperta
nel 1640, fu battezzata 'Llana', che significa piatta.
Qualche minuto e si è presto ad Espargos, il capoluogo e il principale
conglomerato urbano. Una piazzetta ospita numerosi capoverdiani intenti
a giocare al bolo-bolo, tipico passatempo locale, simile, nella logica,
alla nostra dama: al posto delle pedine, i semi delle piante e al posto
della scacchiera, un piano di legno massiccio con quattro file di piccoli
incavi in cui depositare i semi e "mangiare" quelli dell'avversario.
A Espargos c'è molta gente, tanti si sono trasferiti qui dalle
isole vicine, in cerca di lavoro offerto dalle attività turistiche
che stanno fiorendo proprio in questi anni. I giovani si cimentano soprattutto
come ciceroni e così è anche per Wilson, la nostra guida
meticcia: pelle scura e occhi azzurri, un connubio non raro qui. Cinque
secoli fa infatti, a Capo Verde giunsero i bianchi, i coloni portoghesi,
che poi si mescolarono con gli schiavi africani, dando così vita
ad una popolazione dalle caratteristiche uniche. Attualmente l'80% è
di origine mista, il 17% sono neri, il 3% bianchi.
Ma lasciamo Espargos per dirigerci verso Palmeira. Il nome evoca una
nota marca di tonno presente nella maggior parte dei supermercati italiani,
sotto forma di scatolette e non caso: la prelibata specialità
'pinne gialle' arriva proprio da qui. Palmeira è un piccolissimo
centro che vive essenzialmente sul porto e sull'attività peschereccia
e non abbonda solo di tonno, ma anche di aragoste, che si possono poi
gustare a prezzi modici nei ristorantini dell'isola.
A nord, una strada lungo la costa ci conduce a Buracona, una piscina
naturale, la parte emergente di un sifone scavato nella lava (perché
anche Sal, come tutte le altre 12 isole dell'arcipelago, ha origine
vulcanica), collegato a una grotta subacquea profonda circa 20 metri
dove il mare si tinge di azzurro elettrico.
Da questo momento, fino all'arrivo a Pedra de Lume, lo scenario che
ci si presenta altro non è che terra e ancora terra. Proprio
così si chiama il tratto che attraversiamo: "Terra Boa".
Ad animare la distesa, qua e là si intravedono gli spaccapietre,
uomini intenti a rompere il suolo roccioso, con il solo aiuto dei picconi,
per ricavarne pietre con cui costruire comode strade. La sensazione
che si prova nel vedersi circondati, per chilometri e chilometri, da
una tale distesa, mette a dura prova gli animi cittadini, abituati a
scenari completamente diversi e richiama alla mente un'idea di primitività
ed essenzialità a cui non si è abituati. L'attenzione
viene comunque subito catturata da un vero e proprio miraggio: vediamo
oasi e acqua, palme e un mare dalle enormi onde, ma Wilson ci spiega
che nulla di tutto ciò esiste, se non nell'illusione ottica.
Dopo un rifocillante pranzo, manco a dirlo a base di pesce, finalmente
eccoci alle saline di Pedra de Lume, che si trovano all''interno del
cratere del vulcano spento. Siamo di fronte ad un tunnel scavato nella
roccia, lo percorriamo veloci e immediatamente si apre a noi uno scenario
mozzafiato. Il cratere è enorme e interamente ricoperto di sale,
la luce che riflette è accecante, i cristalli di sale creano
colori che vanno dal bianco al rosa, dall'ocra al blu. Pur essendo distanti
oltre un chilometro dal mare, l'acqua arriva lo stesso regalandoci la
curiosa esperienza di tuffarci rimanendo a galla. Come se una forza
potente ed inversa a quella gravitazionale ci spingesse verso la superficie.
Il fenomeno è dovuto proprio all'elevatissima concentrazione
salina. Nelle saline oggi ci sono ancora i tralicci per il trasporto
del sale, ma l'attività di estrazione è conclusa, ormai
dalla metà del 1900: fino ad allora, per oltre un secolo, Sal
produsse sale esportato su tutte le coste dell'Africa e in Brasile.
La nostra pelle imbiancata e ricoperta da uno spesso strato di sale,
rimastoci addosso dopo il bagno, pizzica un po'. Ormai è pomeriggio
inoltrato, bisogna tornare verso gli hotel, a Santa Maria. Siamo sul
quindicesimo parallelo, poco distanti dall'equatore e il sole ci mette
appena qualche secondo per tramontare. La notte è vicina...
Divertirsi
con i Capoverdiani
Di
sera l'isola è piuttosto tranquilla, l'atmosfera è perfettamente
coerente con lo spirito dei Capoverdiani. Sui volti dei bambini che
si ritrovano nella piazza di Santa Maria per giocare scalzi ore ed ore
a rincorrere una ruota di macchina, si legge una gioia di vivere che
non ha pari. Le donne stanno davanti alle loro piccole abitazioni, a
parlare e raccontare storie in creolo, il dialetto locale. Qualcuno
mangia ancora, dalle finestre aperte arriva l'odore pungente del pesce
e di qualche spezia. La bottega di commestibili, molto simile alle nostre
drogherie del periodo del dopoguerra, quando latte e zucchero si vendevano
ancora sfusi, è già chiusa. La strada è poco illuminata.
Entriamo al Piscador, un ristorante: pareti a tinte forti e un terrazzo
dove troviamo posto. Assaggiamo la cucina locale e scegliamo la cachupa,
piatto tipico con maiale, fagioli, mais, patate e manioca e poi ancora
il caldo de peixe, zuppa di pesce con banane verdi e tapioca.
Sono le 22 e, usciti dal ristorante, ci facciamo guidare dal canto e
dalla musica che sembra arrivare dalla spiaggia, così in pochi
minuti siamo al Funanà, un locale caldo e accogliente, dal tetto
in legno, come quello dei cottage keniani, coloratissimo. All'entrata
ci attende un banchetto di frutta e poi loro, i capoverdiani che ballano.
Qui la musica scandisce le ore della giornata ed anima la vita notturna.
È anche molto rinomata, conosciuta e apprezzata in tutto il mondo.
I suoni uniscono ritmi africani con melodie brasiliane, un cocktail
dal nome esotico e simpatico: batuko. A nessuno è permesso star
fermo, tutti ballano, mentre Milù canta. I movimenti sono sensuali
e frenetici, impararli per uno straniero inesperto è praticamente
impossibile. Ma tentar non nuoce e buttarsi in pista è inevitabile.
Qualche ora, non di più perché questo genere di locale,
che abbina la possibilità di cenare e intrattenersi anche oltre,
chiude molto presto, intorno a mezzanotte.
La serata può ugualmente proseguire al Calema, il bar dei surfisti,
che qui abbondano per via delle onde altissime, o al Pirata, una discoteca
di stampo occidentale, oppure ancora al Caffè Culturale, coi
suoi dodici tavolini a forma delle isole di Capo verde. Chi invece di
bere e ballare proprio non vuole saperne, può munirsi di torcia
e passeggiare lungo gli 8 Km di spiaggia in cerca di tartarughe marine
venute a riva per depositare le uova o solo perché smarrite tra
le correnti dell'oceano.
L'isola
di Boavista
A
svegliarci questa mattina sono state le campane della chiesetta, che
suonavano a festa per la messa. È domenica e la maggior parte
dei Capoverdiani sono cattolici. Noi oggi salperemo verso l'isola di
Boavista. Partiamo alle 7,30 con un piccolo aereo della Capo Verde Airlines,
da 19 posti. Il volo dura 15 minuti e al nostro arrivo ci sono già
i pick-up pronti per portarci nel deserto. L'isola venne scoperta nel
1840 e fu chiamata S. Cristovao. L'attuale nome, vuole la leggenda,
deriva dall'esclamazione di un marinaio: dopo che la nave aveva affrontato
il mare in tempesta, egli gridò al suo capitano "Boa vista!",
ossia "Bella vista, terra!". Sorte meno fortunata è
toccata ad altre imbarcazioni. Pare siano numerose infatti quelle che
si sono arenate nei fondali intorno all'isola, compresa una nave italiana
che trasportava auto, naufragata negli anni '60.
Boavista è totalmente diversa da Sal, alterna paesaggi rocciosi
a oasi di palme, zone collinari a deserti dalla sabbia chiara e finissima,
come quello del Sahara. Le dune creano pareti giganti, che ci divertiamo
a scalare o ad usare come trampolini di lancio per tuffi con atterraggio
un po' meno comodo rispetto all'acqua. Lasciato il mare di sabbia raggiungiamo
presto l'oceano e precisamente la spiaggia di Curralinho, lunga 19 Km,
la più bella di tutto l'arcipelago, detta anche Santa Monica
per la somiglianza con quella famosa degli Stati Uniti. Ad occhio nudo
non se ne scorge la fine. I cavalloni sono giganti, sembra si divertano
anche loro a giocare con noi, a sommergerci e poi riportarci a galla.
Non c'è nessuno, né turisti con ombrelloni, né
chioschi o bar. Solo sabbia e mare a ricordarci di quanto poco turistica
sia ancora quest'isola.
Nel paesino più antico, Provoacao-Velha, situato in cima al monte
Estancia, ci si muove solo con gli asini e la maggior parte della popolazione
vive di sussistenza. Più moderno e commerciale è invece
Sal Rei, col suo mercatino, dove far tappa è obbligatorio. Chiunque
possieda invidiabili doti da commerciante qui non deve far altro che
sfoggiarle e il divertimento è assicurato. Le bancarelle sono
gestite per lo più da senegalesi, particolarmente amanti del
baratto. Per loro i soldi contano relativamente, preferiscono riuscire
a scambiare un oggetto di artigianato con la maglia di qualche squadra
di calcio italiana, con un paio di scarpe Nike, con jeans e cappellini
o zainetti. Fra i prodotti locali più interessanti ci sono senza
dubbio i batik, tele con disegni africani dalle tinte forti, ma anche
gli oggetti costruiti con il cocco, i soprammobili in legno di tek e
il simpatico gioco del bolo-bolo.
Gli ambulanti sono molto chiacchieroni, intrattengono i turisti per
ore ed ore ed è dura separarsene, ma l'aereo per il ritorno aspetta
e se non ci si affretta, si rischia di rimanere sull'isola. Sì
perché il piccolissimo aeroporto di Boavista non ha le luci e
se non si riesce a decollare prima del tramonto, bisogna aspettare la
mattina successiva. A qualcuno non dispiacerebbe affatto: è il
12 settembre, festa nazionale, ed è appena iniziato, come tutti
gli anni, un imperdibile festival di musica capoverdiana. Boavista è
la principale protagonista: è qui infatti che è nata la
morna, una tipica ballata popolare, molto ritmata, ma anche molto malinconica.
|
Cappuccini
di Capo Verde
|
| |
Quando nel 1946 il Vescovo di Capo Verde, mons. Faustino Moreira
dos Santos inviò un SOS alla Santa Sede chiedendo di essere
aiutato nel trovare Missionari per questo arcipelago alla deriva,
dal punto di vista spirituale e materiale, la Santa sede rispose:
"Si rivolga ai Cappuccini del Piemonte". Ma il Provinciale
del Piemonte, nel ricevere la lettera del Vescovo, domandò
al suo Segretario: "Capo Verde? e dove resta?"
Oggi, passati 50 anni, nessun Cappuccino del Piemonte e pochi Italiani
farebbero una simile domanda perché tra loro e le isole di
Capo Verde si è costituito un vero "gemellaggio".
Dal 1947 essi sono presenti nelle isole e stanno portando a termine
anche un grosso lavoro per mantenere gli equilibri del paese. Basti
dire che in questo momento la metà dei frati cappuccini a
Capo verde è Capoverdiana. I figli di san Francesco non si
occupano soltanto del lavoro spirituale. La prova sta qui: quasi
2000 bambini frequentano ogni giorno il loro asilo infantile ricevendo
educazione e cibo.
C'è l'emittente Radio Nova, creata nel 1992, per aiutare
a vincere l'isolamento delle varie isole ed appoggiare le comunità
nel lavoro di evangelizzazione. C'è il mensile Terra Nova,
rimasto famoso per il suo coinvolgimento nella lotta per la democrazia
nel Paese. C'è un grande lavoro di appoggio alle famiglie
povere nella costruzione di una casa degna di uomo. C'è infine
la costruzione di cisterne per la raccolta di acqua piovana.
Queste sono le isole dove sono presenti i Cappuccini: Fogo, Brava,
S. Vicente, S. Antao, San Nicolau e provvisoriamente Boavista.
Per
entrare in contatto con loro scrivete a:
- IRMAOS
CAPUCHINHOS
C.P. 166 - Mindelo - Ilha de S.Vicente
Rep CABO VERDE (Africa)
Telefono: (00+238) 325799 fax: (00+238) 325798
Domus Ordinis (00+238) 324208
In Italia:
- CENTRO
MISSIONI ESTERE FRATI CAPPUCCINI
Via Cesare Battisti 103, 12045 Fossano (cn)
Telefono 0172.634881 fax: 0172.6346
|
| |
|