articoli maggio/giugno 2002
VACANZE





INFO
Capo verde è un arcipelago di nove isole abitate ed altri numerosi isolotti, situato a 500 km. dal Senegal, nell'Oceano Atlantico. In relazione ai venti, Capo Verde si divide in due parti. Ci sono le isole di Sottovento, che sono Santo Antao, S. Vicente, Santa Luzia, S. Nicolau, Sal e Boavista, e quelle Sopravvento come Santiago, Maio, Fogi e Brava.
Clima: è tropicale secco, la temperatura media annuale è di 25°.
Info turistiche: A Capo Verde ci si arriva con l'aereo, partendo da Milano, Bergamo, Verona o Roma. Il viaggio dura 6 ore. Una volta arrivati si può decidere di sostare nell'isola di Sal e poi visitare le altre isole, spostandosi coi voli locali. Per poter andare a Capo Verde è necessario disporre di passaporto con visto. La moneta locale è l'Escudo Capoverdiano, non convertibile, suddiviso in 100 centavos; 1 Escudo corrisponde a circa 1 centesimo. Il fuso orario è di due ore in meno rispetto all'Italia (tre quando in Italia c'è l'ora legale). La lingua ufficiale è il portoghese, ma la maggior parte della popolazione parla il creolo. Non sono obbligatorie particolari vaccinazioni.


CAPO VERDE UN MARE DI ISOLE

di Miriam Massone
Sole alto e caldo, tremendamente caldo. Il vento invadente rende piacevole passeggiare lungo la spiaggia dorata, puntellata qua e là da piccoli buchi appena scavati da granchi ansiosi di nascondersi. Sono le 11 del mattino qui sull'Isola del Sale, nell'arcipelago di Capo Verde. L'oceano dorme ancora, le onde sono appena accennate. Case basse di pietra, dipinte d'azzurro, verde, rosa e bianco se ne stanno sullo sfondo di questo paesaggio che pare dipinto da mani felici. Ma dove sono tutti, Capoverdiani e turisti? Non si vede nessuno. In lontananza solo l'abbaiare di cani e qualche vociare in una lingua musicale, ma incomprensibile.
Proseguiamo lentamente lungo la spiaggia di Santa Maria, lasciando vistose impronte sulla riva. A poco a poco, quella che da lontano sembrava una macchia d'indistinti colori ora si fa sempre più nitida: si tratta di persone, bambini e adulti, donne e turisti, capoverdiani dalla pelle scura e americani albini. Sembra si siano dati appuntamento. Stanno tutti su un pontile in legno proteso verso l'Oceano indaffarati, chi a fotografare quello scorcio di vita quotidiana, chi a lavorare. Più tardi ci verrà spiegata l'importanza di quel luogo e di quel momento, uno dei più tipici e pittoreschi dell'Isola del Sale: è il piccolo porto locale, dove ogni mattina arrivano i pescatori, con le loro barchette in legno, carichi di pesce. Sul momento qualche isolano li pulisce e subito qualcun altro li compra, non prima che turisti incuriositi si facciano immortalare mentre sorreggono un barracuda lungo un metro o un tonno dalle pinne gialle. Ma non sono rari neppure gli squali. Lo stupore che si prova nel vedere arrivare le imbarcazioni per la pesca da altura con uno squalo bianco a bordo, si trasforma presto in leggero timore quando le pinne di squali, questa volta vivi, si vedono spuntare dall'acqua, quasi a riva: "State tranquilli - ci rassicurano - sono piccoli e non fanno nulla". Intanto però per quel giorno qualcuno preferisce glissare sulla nuotata e dedicarsi piuttosto al tour dell'isola...

L'isola del Sale
Si parte da Santa Maria, il paesino più turistico dell'isola, dove hanno sede i principali alberghi. Quattro pick-up raccolgono tutti gli escursionisti e ci fanno accomodare nel vano posteriore, su tavole di legno sistemate a sedili per l'occasione. La carovana parte lungo l'unica strada, tra una rossa terra arida e incolta. Il paesaggio è lunare, desertico. Si fa presto a capire come mai, quando l'isola venne scoperta nel 1640, fu battezzata 'Llana', che significa piatta.
Qualche minuto e si è presto ad Espargos, il capoluogo e il principale conglomerato urbano. Una piazzetta ospita numerosi capoverdiani intenti a giocare al bolo-bolo, tipico passatempo locale, simile, nella logica, alla nostra dama: al posto delle pedine, i semi delle piante e al posto della scacchiera, un piano di legno massiccio con quattro file di piccoli incavi in cui depositare i semi e "mangiare" quelli dell'avversario.
A Espargos c'è molta gente, tanti si sono trasferiti qui dalle isole vicine, in cerca di lavoro offerto dalle attività turistiche che stanno fiorendo proprio in questi anni. I giovani si cimentano soprattutto come ciceroni e così è anche per Wilson, la nostra guida meticcia: pelle scura e occhi azzurri, un connubio non raro qui. Cinque secoli fa infatti, a Capo Verde giunsero i bianchi, i coloni portoghesi, che poi si mescolarono con gli schiavi africani, dando così vita ad una popolazione dalle caratteristiche uniche. Attualmente l'80% è di origine mista, il 17% sono neri, il 3% bianchi.
Ma lasciamo Espargos per dirigerci verso Palmeira. Il nome evoca una nota marca di tonno presente nella maggior parte dei supermercati italiani, sotto forma di scatolette e non caso: la prelibata specialità 'pinne gialle' arriva proprio da qui. Palmeira è un piccolissimo centro che vive essenzialmente sul porto e sull'attività peschereccia e non abbonda solo di tonno, ma anche di aragoste, che si possono poi gustare a prezzi modici nei ristorantini dell'isola.
A nord, una strada lungo la costa ci conduce a Buracona, una piscina naturale, la parte emergente di un sifone scavato nella lava (perché anche Sal, come tutte le altre 12 isole dell'arcipelago, ha origine vulcanica), collegato a una grotta subacquea profonda circa 20 metri dove il mare si tinge di azzurro elettrico.
Da questo momento, fino all'arrivo a Pedra de Lume, lo scenario che ci si presenta altro non è che terra e ancora terra. Proprio così si chiama il tratto che attraversiamo: "Terra Boa". Ad animare la distesa, qua e là si intravedono gli spaccapietre, uomini intenti a rompere il suolo roccioso, con il solo aiuto dei picconi, per ricavarne pietre con cui costruire comode strade. La sensazione che si prova nel vedersi circondati, per chilometri e chilometri, da una tale distesa, mette a dura prova gli animi cittadini, abituati a scenari completamente diversi e richiama alla mente un'idea di primitività ed essenzialità a cui non si è abituati. L'attenzione viene comunque subito catturata da un vero e proprio miraggio: vediamo oasi e acqua, palme e un mare dalle enormi onde, ma Wilson ci spiega che nulla di tutto ciò esiste, se non nell'illusione ottica.
Dopo un rifocillante pranzo, manco a dirlo a base di pesce, finalmente eccoci alle saline di Pedra de Lume, che si trovano all''interno del cratere del vulcano spento. Siamo di fronte ad un tunnel scavato nella roccia, lo percorriamo veloci e immediatamente si apre a noi uno scenario mozzafiato. Il cratere è enorme e interamente ricoperto di sale, la luce che riflette è accecante, i cristalli di sale creano colori che vanno dal bianco al rosa, dall'ocra al blu. Pur essendo distanti oltre un chilometro dal mare, l'acqua arriva lo stesso regalandoci la curiosa esperienza di tuffarci rimanendo a galla. Come se una forza potente ed inversa a quella gravitazionale ci spingesse verso la superficie. Il fenomeno è dovuto proprio all'elevatissima concentrazione salina. Nelle saline oggi ci sono ancora i tralicci per il trasporto del sale, ma l'attività di estrazione è conclusa, ormai dalla metà del 1900: fino ad allora, per oltre un secolo, Sal produsse sale esportato su tutte le coste dell'Africa e in Brasile.
La nostra pelle imbiancata e ricoperta da uno spesso strato di sale, rimastoci addosso dopo il bagno, pizzica un po'. Ormai è pomeriggio inoltrato, bisogna tornare verso gli hotel, a Santa Maria. Siamo sul quindicesimo parallelo, poco distanti dall'equatore e il sole ci mette appena qualche secondo per tramontare. La notte è vicina...

Divertirsi con i Capoverdiani
Di sera l'isola è piuttosto tranquilla, l'atmosfera è perfettamente coerente con lo spirito dei Capoverdiani. Sui volti dei bambini che si ritrovano nella piazza di Santa Maria per giocare scalzi ore ed ore a rincorrere una ruota di macchina, si legge una gioia di vivere che non ha pari. Le donne stanno davanti alle loro piccole abitazioni, a parlare e raccontare storie in creolo, il dialetto locale. Qualcuno mangia ancora, dalle finestre aperte arriva l'odore pungente del pesce e di qualche spezia. La bottega di commestibili, molto simile alle nostre drogherie del periodo del dopoguerra, quando latte e zucchero si vendevano ancora sfusi, è già chiusa. La strada è poco illuminata. Entriamo al Piscador, un ristorante: pareti a tinte forti e un terrazzo dove troviamo posto. Assaggiamo la cucina locale e scegliamo la cachupa, piatto tipico con maiale, fagioli, mais, patate e manioca e poi ancora il caldo de peixe, zuppa di pesce con banane verdi e tapioca.
Sono le 22 e, usciti dal ristorante, ci facciamo guidare dal canto e dalla musica che sembra arrivare dalla spiaggia, così in pochi minuti siamo al Funanà, un locale caldo e accogliente, dal tetto in legno, come quello dei cottage keniani, coloratissimo. All'entrata ci attende un banchetto di frutta e poi loro, i capoverdiani che ballano. Qui la musica scandisce le ore della giornata ed anima la vita notturna. È anche molto rinomata, conosciuta e apprezzata in tutto il mondo. I suoni uniscono ritmi africani con melodie brasiliane, un cocktail dal nome esotico e simpatico: batuko. A nessuno è permesso star fermo, tutti ballano, mentre Milù canta. I movimenti sono sensuali e frenetici, impararli per uno straniero inesperto è praticamente impossibile. Ma tentar non nuoce e buttarsi in pista è inevitabile. Qualche ora, non di più perché questo genere di locale, che abbina la possibilità di cenare e intrattenersi anche oltre, chiude molto presto, intorno a mezzanotte.
La serata può ugualmente proseguire al Calema, il bar dei surfisti, che qui abbondano per via delle onde altissime, o al Pirata, una discoteca di stampo occidentale, oppure ancora al Caffè Culturale, coi suoi dodici tavolini a forma delle isole di Capo verde. Chi invece di bere e ballare proprio non vuole saperne, può munirsi di torcia e passeggiare lungo gli 8 Km di spiaggia in cerca di tartarughe marine venute a riva per depositare le uova o solo perché smarrite tra le correnti dell'oceano.

L'isola di Boavista
A svegliarci questa mattina sono state le campane della chiesetta, che suonavano a festa per la messa. È domenica e la maggior parte dei Capoverdiani sono cattolici. Noi oggi salperemo verso l'isola di Boavista. Partiamo alle 7,30 con un piccolo aereo della Capo Verde Airlines, da 19 posti. Il volo dura 15 minuti e al nostro arrivo ci sono già i pick-up pronti per portarci nel deserto. L'isola venne scoperta nel 1840 e fu chiamata S. Cristovao. L'attuale nome, vuole la leggenda, deriva dall'esclamazione di un marinaio: dopo che la nave aveva affrontato il mare in tempesta, egli gridò al suo capitano "Boa vista!", ossia "Bella vista, terra!". Sorte meno fortunata è toccata ad altre imbarcazioni. Pare siano numerose infatti quelle che si sono arenate nei fondali intorno all'isola, compresa una nave italiana che trasportava auto, naufragata negli anni '60.
Boavista è totalmente diversa da Sal, alterna paesaggi rocciosi a oasi di palme, zone collinari a deserti dalla sabbia chiara e finissima, come quello del Sahara. Le dune creano pareti giganti, che ci divertiamo a scalare o ad usare come trampolini di lancio per tuffi con atterraggio un po' meno comodo rispetto all'acqua. Lasciato il mare di sabbia raggiungiamo presto l'oceano e precisamente la spiaggia di Curralinho, lunga 19 Km, la più bella di tutto l'arcipelago, detta anche Santa Monica per la somiglianza con quella famosa degli Stati Uniti. Ad occhio nudo non se ne scorge la fine. I cavalloni sono giganti, sembra si divertano anche loro a giocare con noi, a sommergerci e poi riportarci a galla. Non c'è nessuno, né turisti con ombrelloni, né chioschi o bar. Solo sabbia e mare a ricordarci di quanto poco turistica sia ancora quest'isola.
Nel paesino più antico, Provoacao-Velha, situato in cima al monte Estancia, ci si muove solo con gli asini e la maggior parte della popolazione vive di sussistenza. Più moderno e commerciale è invece Sal Rei, col suo mercatino, dove far tappa è obbligatorio. Chiunque possieda invidiabili doti da commerciante qui non deve far altro che sfoggiarle e il divertimento è assicurato. Le bancarelle sono gestite per lo più da senegalesi, particolarmente amanti del baratto. Per loro i soldi contano relativamente, preferiscono riuscire a scambiare un oggetto di artigianato con la maglia di qualche squadra di calcio italiana, con un paio di scarpe Nike, con jeans e cappellini o zainetti. Fra i prodotti locali più interessanti ci sono senza dubbio i batik, tele con disegni africani dalle tinte forti, ma anche gli oggetti costruiti con il cocco, i soprammobili in legno di tek e il simpatico gioco del bolo-bolo.
Gli ambulanti sono molto chiacchieroni, intrattengono i turisti per ore ed ore ed è dura separarsene, ma l'aereo per il ritorno aspetta e se non ci si affretta, si rischia di rimanere sull'isola. Sì perché il piccolissimo aeroporto di Boavista non ha le luci e se non si riesce a decollare prima del tramonto, bisogna aspettare la mattina successiva. A qualcuno non dispiacerebbe affatto: è il 12 settembre, festa nazionale, ed è appena iniziato, come tutti gli anni, un imperdibile festival di musica capoverdiana. Boavista è la principale protagonista: è qui infatti che è nata la morna, una tipica ballata popolare, molto ritmata, ma anche molto malinconica.

Cappuccini di Capo Verde
 
Quando nel 1946 il Vescovo di Capo Verde, mons. Faustino Moreira dos Santos inviò un SOS alla Santa Sede chiedendo di essere aiutato nel trovare Missionari per questo arcipelago alla deriva, dal punto di vista spirituale e materiale, la Santa sede rispose: "Si rivolga ai Cappuccini del Piemonte". Ma il Provinciale del Piemonte, nel ricevere la lettera del Vescovo, domandò al suo Segretario: "Capo Verde? e dove resta?"
Oggi, passati 50 anni, nessun Cappuccino del Piemonte e pochi Italiani farebbero una simile domanda perché tra loro e le isole di Capo Verde si è costituito un vero "gemellaggio". Dal 1947 essi sono presenti nelle isole e stanno portando a termine anche un grosso lavoro per mantenere gli equilibri del paese. Basti dire che in questo momento la metà dei frati cappuccini a Capo verde è Capoverdiana. I figli di san Francesco non si occupano soltanto del lavoro spirituale. La prova sta qui: quasi 2000 bambini frequentano ogni giorno il loro asilo infantile ricevendo educazione e cibo.
C'è l'emittente Radio Nova, creata nel 1992, per aiutare a vincere l'isolamento delle varie isole ed appoggiare le comunità nel lavoro di evangelizzazione. C'è il mensile Terra Nova, rimasto famoso per il suo coinvolgimento nella lotta per la democrazia nel Paese. C'è un grande lavoro di appoggio alle famiglie povere nella costruzione di una casa degna di uomo. C'è infine la costruzione di cisterne per la raccolta di acqua piovana.
Queste sono le isole dove sono presenti i Cappuccini: Fogo, Brava, S. Vicente, S. Antao, San Nicolau e provvisoriamente Boavista.

Per entrare in contatto con loro scrivete a:

  • IRMAOS CAPUCHINHOS
    C.P. 166 - Mindelo - Ilha de S.Vicente
    Rep CABO VERDE (Africa)
    Telefono: (00+238) 325799 fax: (00+238) 325798
    Domus Ordinis (00+238) 324208
    In Italia:
  • CENTRO MISSIONI ESTERE FRATI CAPPUCCINI
    Via Cesare Battisti 103, 12045 Fossano (cn)
    Telefono 0172.634881 fax: 0172.6346
 
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